Che fine ha fatto la poesia? Samuele Carcagnolo, debutta il 30 marzo al Teatro Ambasciatori

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A chi sostiene che quello siciliano è un popolo che si piange addosso invocando come alibi “la mala sorte”, fatto di gente che non riesce a togliersi la polvere dalle scarpe e trovare l’alternativa, l’opportunità dietro il problema; a chi ci guarda come una gigantesca periferia a margine di una città spenta; a chi pensa che i giovani siano solo quelli messi in bella vista nella cronaca nera dei telegiornali, suggerirei di prestare orecchio e di offrire un posto al sole a chi invece cerca l’alternativa, trova l’opportunità proprio dentro quella periferia che non finisce per una volta fra le pagine delle notizie pessime, bensì nella foto di una inaugurazione, quella di uno spazio dedicato ad attività di laboratorio teatrale in cui grandi e piccini possano esprimersi, fare qualcosa di diverso, conoscere l’ignorato perché nessuno si è mai preso la briga di spiegare che ci può essere anche dell’altro. Dell’altro che supera i limiti dell’area complessiva di una mano che sa perfettamente artigliare un cellulare e dare un significato, ai limiti della scienza conosciuta, al pollice opponibile! A spostare le pesanti cortine del pregiudizio e del luogo comune, si riesce a vedere ad occhio nudo – ve lo garantisco – un vero e proprio fermento la cui la media anagrafica si aggira intorno ai vent’anni, da cui non emergono solo belle parole ma si concretizzano fatti come quelli portati a termine da un giovane regista catanese di appena diciannove anni, Samuele Carcagnolo. Un ragazzo, giovanissimo che ha appena concluso il periodo scolare e che è cresciuto, sta crescendo con un sogno: portare il teatro fra la gente adoperando lo stesso come disciplina, come mezzo di cultura democratico. La sua idea è quella di un bene di utilità collettiva che a tutti può essere spiegato e da tutti fruito.

In tempi come quelli attuali, il teatro (irrinunciabile momento sociale ed educativo), nella sua complessità (impegnato, amatoriale, alla persona, della narrativa, metateatro, commedia, opera dei pupi, cabaret, teatro dialettale, teatrodanza, opera, musical) può essere rivolto a tutti. Se, le abitudini ci hanno portato a scegliere per classe sociale, oggi il principio selettivo viene completamente ribaltato, da una parte perché abbiamo tutti bisogno di ridere e dall’altra di sentirci dire la verità.

È emozionante che questa verità venga spiegata da un ragazzo di appena vent’anni che, prendendo parte ad innumerevoli laboratori come attore e come regista e sceneggiatore e autore, sia riuscito a dare forma alla sua idea e condividerla con la gente, proponendo in quartieri lontano da tutto, iniziative ludiche e formative e d’espressione.

Samuele Carcagnolo insieme a Giuseppe Celano, dunque, danno vita alla OLTREPALCO Laboratory faceless Mask A.P.S, un laboratorio teatrale permanente che ha l’obiettivo di sviluppare l’interesse del teatro nei giovani, produrre spettacoli e sostenere “l’arte dal basso”. Samuele ha vinto premi letterari con i suoi racconti “L’amore esiste, il mio amore esiste”, scritto nel 2016 e divenuto oggetto per alcune campagne di sensibilizzazione a favore dell’amore universale, ed il racconto “Mia madre. Una donna”, scritto nel 2017.

Samuele Carcagnolo si è gentilmente prestato ad una chiacchierata che gli ho proposto durante una pausa del suo prossimo lavoro intitolato “Che fine ha fatto la poesia?”. Praticamente, mi sono trovata davanti uno dei miei figli, essendo loro coetaneo. Samuele è un ragazzo serio, con un bel sorriso e anche un po’ riservato. Affatto incline a magnificare la propria attività, ha risposto simpaticamente alle mie domande, quasi stupito ma contento dell’attenzione che numerose testate stanno esprimendo nei suoi confronti.Samuele Carcagnolo, poco prima di Natale, compirà vent’anni. Insomma, l’infanzia appena alle spalle: ci vuoi parlare della tua famiglia? Quali stimoli ti ha dato?

Domanda particolare: la mia famiglia, tra assenze pesanti e problemi causati dalla distanza – visto che i miei vivono a Torino – mi sta vicino. Penso che la storia della mia famiglia, dopo quello che abbiamo passato, ci ha insegnato una grande cosa: nei momenti di difficoltà bisogna stringere i denti e farsi forza, consapevoli che nessuno abbandona nessuno, nonostante le distanze. Poi ho due nonni fantastici che sono gli accompagnatori di “mille follie”… Sono un tipo abbastanza introverso e taciturno.

Solitamente, durante le interviste, si domanda “quali erano” …a te debbo chiedere “quali sono”, a parte la Poesia, il teatro, le attività alle quali ti dedichi maggiormente e che prediligi?

Beh faccio un po’ fatica a pensare alla mia vita senza queste due cose, sicuramente una delle cose che fa parte della mia vita è l’attività politica e sociale che svolgo nella mia città.

Ho letto che ti sei dedicato alle attività di laboratorio per grandi e piccini che vivono nelle zone disagiate…

Si, è una cosa che mi rende abbastanza felice. Presso il “CPO Colapesce”, uno spazio occupato, fatto rinascere e riconsegnato nelle mani della città, ho avuto il piacere di “aprire” un laboratorio per grandi e per piccini e insieme a tutti i partecipanti abbiamo creato il piccolo teatro popolare Vladimir Majakovskij (poeta, drammaturgo, giornalista russo e cantore della rivoluzione d’ottobre, 1893-1930 n.d.r.).

Ci vuoi parlare del tuo lavoro “Che fine ha fatto la poesia?”

Che fine ha fatto la poesia? è l’ultimo spettacolo che ho scritto, mi piace definirlo come un viaggio del poeta verso la realizzazione della poesia, è una storia che narra di  un’esistenza drammatica in cui arte, amore, memoria e psicologia si intrecciano al fine di far riscoprire e “rinascere” la coscienza poetica.

Catania, è collocata al penultimo posto in ordine alla complessiva qualità della vita, tu vivendola da dentro, frequentando il variegato e complesso mondo del teatro, della creatività, ritieni davvero così vicine allo zero le vocazioni di questa città?

Amo la mia città, amo le sue usanze, abbiamo delle cose che tutto il mondo ci invidia; le graduatorie e le classifiche le lascerei ad altri, non fanno per me. Catania è una città ricca, ovviamente ha i suoi alti e suoi bassi; abbiamo uno dei teatri più belli d’ Italia come il Teatro Massimo Bellini…Purtroppo però basta andare a vedere in che condizioni sopravvive e viene da piangere: le pentola c’è, la pasta pure, manca l’acqua, cioè manca una politica che investa e creda in capisaldi come l’arte e la cultura.

Giovanni Virgilio (regista e sceneggiatore di “Malarazza”), Simona Miraglia (artefice del Collettivo Sicilymade e del primo Festival della Danza contemporanea organizzato in Sicilia), Valerio Valino (pittore ed artista fondatore di Dendron), Alfio D’Agata (regista e presidente della Società Storica Catanese), Nicola Alberto Orofino (che ha firmato innumerevoli regie teatrali), sono tutti giovani talenti – come te – che hanno preferito restare in Sicilia per realizzare il proprio progetto; un giovane che preferisce restare, piuttosto che partire per dare vita alle proprie idee, come vede il poter vivere qui? Io ritengo che persone come voi contribuiscono a rendere efficace il principio di “meritocrazia”…

Le dirò: parto dicendo che non amo il concetto di meritocrazia, si potrebbe parlare di meritocrazia se tutti avessimo le stesse condizioni di partenza e dunque le stesse possibilità di inseguire e realizzare i propri sogni. Ma tanti giovani non hanno le possibilità economiche di intraprendere gli studi o coltivare le passioni. Restare in Sicilia è una sfida ardua e dura, è complesso, non ci sono tantissimi mezzi a disposizione; sicuramente sarebbe molto più semplice andare, fare le valige e creare altrove. Ma questa è la nostra città e sono felice che come me anche altri “colleghi”, soprattutto miei coetanei, “investono” con la propria arte in questo territorio. La nostra terra ha bisogno di tutta la forza e di tutta la grinta di queste forze nuove. Mi emoziona un po’ essere tra quei nomi!

In trattoria con gli amici o una chat di un gruppo Whatsapp?
Sarò alternativo, una birra dal bangladino con gli amici.

Un libro, un film, una canzone ed un piatto preferiti?
Libri preferiti sicuramente “Tu, mio” di Erri De Luca (uno dei miei scrittori preferiti), “Cent’anni di solitudine” di Gabriele Garcia Marquez e molti altri, ma mi soffermo a questi. La mia canzone preferita? È una domanda difficile… così, su due piedi “La donna cannone” di De Gregori.Piatto preferito invece, senza alcun dubbio, la pasta con la panna della nonna!