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“Ritorno all’Amarina”: il nostro caro, vecchio mondo nel libro di Lazzaro Danzuso

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Scrisse Elio Vittorini: “Il vento, gli odori. No. Una canzone lontana. Oppure il mio passo sul selciato. Nel buio io non so. Ma so che sono tornato a casa”. In questa frase c’è il senso sottile e soffuso che Giuseppe Lazzaro Danzuso ha dato al suo ultimo libro “Ritorno all’Amarina”, edito da Lupetti. Un libro da gustare centellinando righe e frasi, assaporandone dettagli e combinazioni, come avviene quando ci troviamo dinnanzi, a tavola, un gustoso piatto di una nostra specialità: caponata o pasta con le sarde, parmigiana o stoccafisso “ghiotto” alla messinese.
Il libro di Giuseppe Lazzaro Danzuso, sagace giornalista e brillante scrittore, ha l’affascinante capacità di proiettare il lettore in un tempo antico, in una dimensione dove si muovono persone appartenenti ad un mondo che in un primo momento ci appare quasi sconosciuto, perfino alieno, ma che pian piano diventa familiare. Un libro che ci trasporta avanti e indietro nello spazio e negli anni esattamente come farebbe una fantastica ed eccezionale macchina del tempo.
L’autore racconta se stesso, rievocando il periodo felice della sua infanzia, quella lunga e placida primavera dei primi anni della vita di ognuno di noi, quando la sua famiglia si trasferiva nella casa di campagna e vi trascorreva le calde estati. Con magistrale gioco verbale, in contrasto alla bucolica pace della campagna siciliane, viene descritto l’ambiente algido e triste di una sorta di esilio romano. Un ambiente grigio e monotono, che non fa altro che alimentare a dismisura la nostalgia dell’Isola, del suo sole, del suo mare, della sua gente. Ed è conforto rievocare quegli anni lontani, i volti di amici e familiari, il linguaggio, le abitudini, la cucina. Un mondo, nella sana semplicità dei bambini, dove bastava un bel gioco e una buona merenda per essere felici. Grande è la capacità dell’autore di far rivivere riti, usanze e valori dei siciliani dimostrando tutto il suo grande amore per la terra che gli ha dato i natali.
Una terra che emana e produce una netta opposizione ad un mondo che cresce tecnologicamente ma certamente non moralmente. L’intelletto, ormai, è cinicamente sacrificato di fronte all’interesse economico; il fattore umano abdica alla spersonalizzazione ed alle macchine. Le inquietanti ed oscure profezie di Orwell e di Asimov che rischiano di diventare realtà. Lazzaro respinge tutto ciò, rappresentato anche dal mondo triste della grande città, e ci dice che dovremo fermarci o almeno rallentare per riflettere un po’. Ma la continua competizione ci spinge ad essere sempre più rapidi, a perdere il minor tempo possibile, a tralasciare le cose poco pratiche. Il tempo è denaro ed il denaro è potere. E del potere abbiamo bisogno per vincere la nostra solitaria gara. Bisogna essere competitivi e per esserlo occorre la velocità. Magari a scapito dei valori, importanti forse, ma che certamente non concorrono a migliorare la competitività di un individuo. Il nostro mondo, il nostro caro, vecchio mondo è il rimedio e la panacea a questo male moderno. Il “Ritorno all’Amarina” contiene la giusta soluzione.

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