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Approssimazioni e Convergenze di Sergio Pasquandrea

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La scrittura poetica di Sergio Pasquandrea, in questo sua raccolta poetica dal titolo “Approssimazioni e Convergenze”, procede per squarci semantici. Intendo dire che è una scrittura che celebra, tramite certo descrittivismo del corpo, lo smisurato debordare del Sacro nelle regione della parola e della scrittura vibrante. Perfino le atmosfere oniriche diventano “carne” e metafisica della carnalità tramite l’ontica del microcosmo urbano (si legga a tal proposito “Oniromanzia”).
Egli sacrifica corpi e pelli per una via alla catarsi che può darsi solo per tramite di uno scavo viscerale della forma (di ogni forma), con una brama introspettiva e vampiresca che rimanda tuttavia ai lacci della relazione. La prospettiva è verticale e la direzione è quella d’un teocentrismo invertito, del movimento che muove dalla periferia verso il gorgo.
Pasquandrea è un serial killer della parola e ci restituisce frammenti di donna – “Ti penso di profilo. Per qualche ragione oggi è solo così che riesco a vederti” -; in taluni casi arriva a schiacciare la prospettiva, restituendoci una sorta di “Flatlandia” della passione, un diorama di corpi da ritagliare a colpi di forbice.
La poesia di Pasquandrea in questo suo libro è poesia della mutilazione, fatta di zigomi, “capelli sbagliati”, iridi, palpebre, falangi, una poesia che oserei definire “anatomica”, giacché il corpo (femminile) giace sempre sul tavolo operatorio del chirurgo della memoria, e non è mai “presente-presenza”, ma culto ctonio di un officio oscuro e sacerdotale.
Pasquandrea è il sacerdote fenicio, punico, cristiano che incide il corpo della divinità femminile, di Astarte-Tanit-Baalat, della Vergine Maria nell’unico atto conoscitivo esperibile: quello della violazione del mito.
“Approssimazioni e Convergenze” è la minuziosa narrazione di un’implosione dei sensi verso il delirio del dettaglio, è il canto in versi di una sorta di “recherche” priva di soggetti. L’autore esplora tutto ciò che deborda (dal) “Al Confine del Gesto” (titolo di una delle poesie contenute nella raccolta): lo scarto della “lavorazione”, lo spasmo del linguaggio, il “tic” della metamorfosi, in una costante dialettica e tensione tra spazio e materia che dovrebbe costituire il senso di una maieutica dell’approccio.
Un libro da leggere e rileggere.

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