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Catania in Blues, “Blues in the 21st century: myth, self-expression and trans-culturalism”, dipartimento Scienze Politiche

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Può il Blues essere un fattore positivo di trasformazione in un momento in cui le città vivono una stagione di forti tensioni, di cambiamenti epocali della composizione sociale organica? Può il Blues considerarsi un elemento di dialogo intergenerazionale e interculturale capace di parlare, con la leggerezza della musica, a tutte le classi sociali? Può il Blues farsi strumento in grado di cogliere i punti unificanti del valore di emancipazione e coscienza collettiva nelle nostre disordinate vite nelle città del nostro tempo? E che dire se questa riflessione viene fatta a partire da una città che vive una stagione di profonda crisi economica, sociale e culturale?

Ne abbiamo parlato con Douglas Ponton, organizzatore della conferenza internazionale “Blues in the 21st century: myth, self-expression and trans-culturalism”, tenutasi presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania.

Professor Douglas Ponton, qual è lo scopo di questa conferenza?

Scopo di una conferenza scientifica è quello di concentrare studiosi di discipline diverse e di ambiti territoriali e culturali diversi per promuovere lo scambio di conoscenze, creare interdisciplinarietà e relazioni tra studiosi. Le note introduttive di Randolph Lewis (Università di Austin, Texas) e di Patricia R. Schroeder (Ursinus College, PA) hanno tracciato in modo chiaro e brillante i binari dei lavori. Gli interventi di studiosi di provenienza diversa (Daniel Lieberfeld, Duquesne University; Jean Charles Khalifa, University of Poitiers; Diego Pani, University of Newfoundland; Anthony Mariën, University of Amsterdam; Giulia Magazzù, Università di Chieti-Pescara; Thomas Claviez, University of Bern; Emiliano Bonanomi e Jack Dandy, University of East London; Valerio Massimo De Angelis e Irene Polimante, University of Macerata; Chiara Patrizi, Università Roma Tre; Ulfried Reichardt, University of Mannheim) hanno assicurato un quadro ampio e composito, per esaminare il Blues come fenomeno musicale e culturale in rapporto ai suoi aspetti sociali, letterari e politici. Un particolare ringraziamento lo devo a Uwe Zagrastki (University of Szczecin) che con me è stato ideatore e organizzatore dell’iniziativa.

Perché un evento simile a Catania?

Innanzi tutto perché Catania è la sede dell’Ateneo presso il quale svolgo la mia attività professionale. Avremmo potuto realizzarla ovunque, e probabilmente ripeteremo l’esperienza in qualcuna delle Università partner, ma certamente Catania è una città che ha una sua dinamica interna che la rende affine, per certi versi, allo spirito del blues. L’interazione con il territorio è stata semplice, soprattutto mediante la sensibilità dell’Istituto Musicale “Bellini” di Catania, che ha contribuito con il supporto musicale della “Hot Shanks Blues Band”. Inoltre, il seminario è stato inserito come parte delle attività didattiche degli studenti del Dipartimento, proponendo l’accesso alla lingua inglese attraverso la musica, che è un modo molto dinamico, che dà ottimi risultati di apprendimento ed è il modo più divertente e coinvolgente per entrare in contatto con le lingue e le culture estere.

Lei ritiene che Catania conservi ancora un po’ del crisma che l’ha caratterizzata, soprattutto negli anni Novanta, come luogo d’elezione della cultura underground in Italia? E, in una fase di crisi e di cambiamento come quella che stiamo attraversando, questi stimoli possono essere importanti?

Il Blues, è emerso chiaramente dalla narrazione che è stata fatta attraverso le diverse relazioni che si sono susseguiti in questi due giorni di lavoro, è una corrente musicale ed artistica che ha le sue radici profonde nel delta del Mississipi, dove nasce come canto degli schiavi nelle piantagioni di cotone. Abolita la schiavitù, entra nelle città industriali dove, da acustico, diventa elettrico e da qui darà origine alla musica contemporanea, diramandosi in varie sfumature che vanno dal jazz al rock, dal raggae al soul. In una certa misura, questa origine di contestazione dell’oppressione e dell’esclusione sociale, rimane collegata al suo DNA. Ma quanto questo è ancora attuale? In molti hanno decretato, già decine d’anni fa, che il Blues non esiste più, che è un genere morto e sepolto. Tuttavia c’è qualcosa che resiste, una linfa vitale inestinguibile: il Blues è pieno di energia, contiene una tensione viscerale, erotica, che chiede di essere trasformata e proprio per questo pervade le correnti artistiche e letterarie del Novecento. Alcuni degli interventi in conferenza hanno esaminato l’impatto sulle nuove tecnologie, l’ingresso del Blues nel XXI secolo.

What’s next? Quali programmi per il prossimo futuro?

Avremo a breve la pubblicazione degli atti della Conferenza. Inoltre, riteniamo di aver costruito un modello replicabile ed esportabile, per cui potremmo organizzare in futuro qualcosa nelle città rappresentate dai relatori. Vedremo.

E che ne dice di saldare il rapporto con Catania? In fondo, il Blues è una musica adatta alle situazioni difficili, può essere uno strumento per far mettere radici a una nuova coscienza nel territorio. Sarebbe bello portare questi segnali sul territorio, nei quartieri difficili, tentare una ricucitura o, come direbbe Renzo Piano, un “rammendo” attraverso l’azione dell’Università con lo strumento di una cultura popolare come il Blues. Pensa sia possibile?

Credo che sia ambizioso, sebbene non impossibile. Il Blues è un lavoro sulla coscienza e sulla consapevolezza. Può essere uno strumento per parlare con parti sociali che difficilmente sono visibili. Il Blues nasce dalla cultura nera (a proposito, dovremmo potenziare anche questo aspetto del dialogo), dalla condizione di oppressione e di sofferenza, ma anche dal desiderio di riscatto e di emancipazione. Non è un lavoro facile, ma è molto stimolante.

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