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Armarcord: Salvatore Quasimodo a Catania per Giuseppe Berretta

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Giuseppe Berretta, il noto autore dei testi del regista Ugo Saitta tra cui il testo di “ Catania Città Barocca” trasmesso dalla R.A.I., ritratto nella sottostante foto scattata durante le riprese del cortometraggio, il 26 maggio 1961 presentava, nella sala del Parlamento al Castello Ursino di Catania, il Premio Nobel per la Letteratura Salvatore Quasimodo che veniva a Catania per tenere una conferenza che avviava le attività della Casa della Cultura, sul tema “ Il Poeta e il Politico”.


La notizia della conferenza che il Premio Nobel Salvatore Quasimodo avrebbe tenuta al Castello Ursino di Catania, per avviare l’attività della Casa Della Cultura di Catania, venne annunciata quasi clandestinamente e polemicamente con un corsivo di poche righe e poco visibile dal giornale La Sicilia, che metteva in rilievo nel corsivo, quasi fosse una colpa, quello che, secondo il giornale, veniva ritenuto il “ Colore Rosso” della Casa della Cultura. Per cogliere appieno la portata ostracista del corsivo de La Sicilia, nulla di meglio che riportare integralmente le poche parole dedicate ad un evento che, sicuramente, dava lustro alla città di Catania. Così il testo, pubblicato venerdì 26 maggio 1961: “ Questa sera alle ore 19, il poeta Salvatore Quasimodo inaugurerà con una conferenza – su “ Il Poeta e il Politico” nel salone dei Parlamenti del Castello Ursino – l’attività della Casa della Cultura. L’esordio di questa iniziativa culturale si svolge, certo, sotto gli auspici più fausti: la conferenza di un Premio Nobel è un avvenimento letterario, e come tale – senza riserve – va registrato. Un chiarimento va fatto tuttavia, e vale a dare alla nascente iniziativa una qualificazione che essa, probabilmente per dimenticanza o fors’anche per calcolo, non ha curato di darsi pubblicamente. La Casa della Cultura ha, per gli uomini che ne guidano l’attività, un netto colore politico: il rosso. Anche se questo giornale non si tinge certo di riflessi di tal colore non negheremo dignità all’iniziativa [sic], sul piano culturale. Poiché, però, questa dichiarazione non è venuta dai promotori, dai quali sembrava lecito attenderla, siamo noi a farla: non per stornare adesioni all’iniziativa (né, in particolare, ascoltatori dall’odierna conferenza), che certo gliene verranno anzi in maggior numero: ma perché nessuno di coloro che oggi andranno ad ascoltare il poeta Quasimodo provi sorpresa di trovarsi, nel salone dei Parlamenti, in mezzo a tanti comunisti precettati per rendere omaggio all’esaltatore dell’ URSS più che al traduttore di Alceo o all’autore dell’Oboe Sommerso”. Nonostante il corsivo de La Sicilia la conferenza di Quasimodo, com’era prevedibile, ebbe un grande successo; il Premio Nobel venne presentato da uno dei soci fondatori della Casa della Cultura, il Prof. Giuseppe Berretta, che non si astenne dal commentare criticamente il contenuto del corsivo de La Sicilia affermando come la Casa della Cultura fosse una istituzione apartitica e che l’affermazione circa il colore politico rosso non era altro che una insinuazione posta in essere, disse Berretta: “dai conservatori della nostra città. […] in quanto la cultura non ha colore, non è ne rossa ne gialla e […] la nuova istituzione vuole essere la Casa di quanti si sentono uomini del nostro tempo”.

Nell’articolo di commento alla conferenza di Salvatore Quasimodo pubblicata il 27 maggio 1961, nel corpo del quale non venne inserita alcuna foto dell’evento, possiamo, comunque trarre alcuni elementi del contenuto del discorso tenuto da Quasimodo. All’inizio del suo intervento, che venne letto da un testo scritto, Quasimodo ebbe a sottolineare che il discorso che si accingeva a leggere era lo stesso da lui pronunciato in Svezia allorchè gli era stato assegnato il Premio Nobel; ebbe inoltre a precisare che il suo discorso era polemico, in quanto, essendo fatto di idee “le idee sono sempre polemiche”. Ma veniamo al testo dell’articolo sulla conferenza di Quasimodo: “Il tema come si è detto, era «il Poeta e il Politico», e l’oratore lo ha svolto, pur senza farvi esplicito riferimento fuori che in qualche fuggevole battuta iniziale, sul filo di una sott’intesa autobiografia. Con un discorso stringato, denso di pensiero, reso avvincente dalla limpidezza del linguaggio e dalla felicità delle immagini, egli ha presentato il poeta e il politico come l’espressione di un costante antagonismo, in cui il poeta è l’assertore, per se e per gli altri, di quel principio dello incivilimento umano che è la libertà e il politico, invece, è costantemente occupato «a sopprimere tre o quattro libertà fondamentali», che poi bisogna ogni volta faticosamente riconquistare. Secondo l’oratore il poeta è perciò l’avversario naturale del politico, che cercherà sempre di contrastargli il passo, nel momento stesso in cui si dichiara protettore della cultura aprendo la sua porta ai letterati, pronti sempre a «servire», a collaborare ai suoi disegni; il poeta è, perciò, sempre, in qualche modo, combattuto, perseguitato, costretto alla solitudine, bandito. Ciò tuttavia non impedisce che egli compia la sua fatale traiettoria e la sua voce giunga all’anima del popolo, di cui egli è l’unico autentico interprete, frangendo lo schema frapposto non solo dal potere politico ma anche dalle «milizie dei letterati che gli sono asservite».

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