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Le Prèfiche del mondo antico, le donne pagate per piangere ai funerali di Giuseppe Carbone

La Madre che invano attende il figlio morto desidera infine divenire Terra per accoglierlo, possiamo dire che, nelle nenie e danze con gesti precisi e codificati, si rappresentava lo strazio come arginamento di altre calamità e allo stesso tempo, forse, si allestiva un modo per allontanare la Morte e impedire al defunto di ritornare...

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Chi non ricorda, tra gli ex liceali, le versioni dal greco su “le donne prezzolate per piangere” o “il lamento delle prèfiche”? Ma, soprattutto, chi nella triste circostanza di un lutto familiare non ha perlomeno desiderato di lasciarsi andare allo strazio che lo attanagliava, non sapendo o volendo controllare, specialmente se in pubblico?

In realtà l’antica tradizione del lamento funebre, presente nelle civiltà sumerica e assiro babilonese, presente nell’antica Grecia e nell’antica Roma e disciplinata dalle leggi delle XII Tavole, ma giunta fino a noi e soprattutto tra Puglia, Sicilia e Sardegna – ma anche in Irlanda – diventata celebre per le ricerche in Salento, ben documentate dal De Martino o dal Di Nola, per citare due nomi, o studiate dal Pasolini, è, certo, rappresentazione del DOLORE. Ma anche l’innesco di un circuito necessario di esorcismo della Morte, circuito che già il Vaso di Dipylon sembra mostrare come una vera e propria coreografia psicofisica che neutralizza e celebra la Morte. Ma, se nel potente testo di Pasolini che conclude un celebre documentario televisivo degli anni ’70, la Madre che invano attende il figlio morto desidera infine divenire Terra per accoglierlo, possiamo dire che, nelle nenie e danze con gesti precisi e codificati, si rappresentava lo strazio come arginamento di altre calamità e allo stesso tempo, forse, si allestiva un modo per allontanare la Morte e impedire al defunto di ritornare e, mascherandosi nel LUTTO, si esorcizzava, a dispetto di ogni dolore, l’assimilazione al defunto stesso.

Esiste anche un legame con la sessualità, ragione forse per cui i romani nelle XII Tavole disciplinarono il rituale del lamento funebre, poiché le prèfiche – forse a memoria della dea dell’oscenità Baubo la quale, quando Demetra piangeva la figlia presunta scomparsa, le appare e  la fa ridere per la prima volta con la sua testa a forma di vagina – si abbandonavano a eccessi poco consoni all’austerità repubblicana dell’Urbe.

Insomma, il Pianto e il Lamento liberano – Alexander Lowen, padre della Bioenergetica, lo sapeva bene – e liberano da qualcosa cui o diamo un nome anche se non ne ha, oppure liberano da una Narrazione, consegnando alla Memoria un Dolore presente che le prèfiche o Donne prezzolate si incaricavano come Baubo oscena di celebrare con i loro pianti e riti apotropaici.

 

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