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L’acqua Tofana: come liberarsi di un violento e scomodo marito nel ‘600, la vera storia di Giulia Tofana imprenditrice e avvelenatrice seriale

Per quanto assassina e venditrice di morte, la nostra Giulia Tofana, diventa “una salvatrice” e un’eroina dell’epoca” di tutte le donne infelici malmaritate che dovevano subire violenze spesso fino alla morte, che rimaneva impunita.

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Se l’uomo uccide con la forza usando mani, coltelli e bastoni, la donna uccide con astuzia usando la lingua, il veleno e le sue derivazioni. Veleno (o “veneno” come era voce comune all’epoca di Dante) viene direttamente dal latino venènum, in connessione con Venus, Venere, dea della bellezza e dell’amore. Il venènum in origine era quindi “ogni materia specialmente liquida, capace per la sua forza penetrante di mutare la proprietà naturale di una cosa”. Il veleno da sempre è stata l’arma preferita dalle donne perché procura una morte invisibile, atroce e molte volte senza lasciare tracce. In realtà il veleno è stato largamente usato anche dagli uomini, che ne hanno fatto il mezzo più adatto per sviare i sospetti e simulare una morte naturale. Ma l’acqua Tofana era un veleno tutto al femminile.

Era nota anche come Manna di San Nicola perché contenuta in una boccetta decorata con l’immagine di San Nicola, un espediente per non destare sospetti sul reale contenuto della bottiglietta, che ha tutta una storia sua degna di grande rispetto. L’acqua Tofana diffusa in tutta la penisola era nota anche come acqua perugina o acqua di Napoli. Senza chiaramente essere favorevoli a tale attività, pensiamo alle migliaia di donne giovani ed indifese che venivano maritate a uomini anziani, violenti, per lo più ricchi per sistemare le famiglie di origine, insomma vendute letteralmente come oggetti sessuali e fabbriche di eredi. Per questo in qualche modo per quanto assassina e venditrice di morte, la nostra Giulia Tofana, diventa “una salvatrice” e un’eroina dell’epoca” di tutte le donne infelici malmaritate che dovevano subire violenze spesso fino alla morte, che rimaneva impunita. Giulia Tofana era una cortigiana originaria di Palermo che nel 1640 che elaborò la ricetta della pozione mortale. Incolore, insapore e inodore, era un’arma micidiale con cui eliminare una persona senza destare alcun sospetto, anche perché l’effetto era ritardato di giorni e nessuno riusciva a ricondurre la morte ad altro che un attacco di cuore. Una mistura a base di arsenico, piombo e probabilmente belladonna (sono ignote le esatte dosi di ciascun ingrediente) mischiati in acqua bollente e che uccideva senza lasciare traccia. Fondamentale era versarne poche gocce al giorno per provocare con il tempo un avvelenamento tale da portare ad una morte apparentemente naturale perché priva di sintomi. Leggendo gli scritti del medico di Carlo VI d’Austria, l’anidride arseniosa nell’acqua creava un ambiente acido consentendo lo scioglimento del piombo e dell’antimonio, creando una soluzione dotata di elevata tossicità. Durante il periodo palermitano Giulia, già in odore di inquisizione a causa di una moglie che non aveva seguito le istruzioni di avvelenamento quotidiano e quindi di un marito malauguratamente sopravvissuto, dovette trasferirsi a Roma.

Mantenuta da un frate in una bella casa a Trastevere continuava la sua attività indisturbata, motivata oltre che dal denaro, come avrebbe ammesso poi durante il processo, da un sentimento di giustizia e non di vendetta per aiutare povere donne che come lei avevano dovuto vendere il proprio corpo: perché “un matrimonio senza amore era comunque una forma di prostituzione, involontaria, violenta e cronica a cui una donna si poteva sottrarre solo con la propria morte”. Una donna moderna e senza dubbio priva di scrupoli che ancora una volta, infatti dopo anni di “lavoro” stava ormai ritirandosi, venne “beccata” nuovamente. Una delle sue signore conoscenti le aveva parlato delle violenze del marito, la costrinse quindi a darle il venefico prodotto. La contessa di Ceri, in questione commise un errore grossolano, ma fatale in questo contesto: ansiosa di liberarsi del marito utilizzò tutto il contenuto della boccetta smuovendo i sospetti dei parenti del defunto. Venne chiaramente scoperta e durante la tortura, ammise d’aver venduto, la maggior parte nella città di Roma, veleno sufficiente ad uccidere 600 uomini, in un periodo compreso tra il 1642 e il 1651. Nell’anno 1659 fu condannata e giustiziata a Roma, nello stesso luogo che vide ardere il libero pensatore Giordano Bruno, cioè a Campo de’ Fiori. La statua di Bruno c’è la sua no: perché lei era un’assassina? In realtà lei vendeva una pozione velenosa, come chi vende armi, come chi vende medicinali nocivi, solo che quest’ultimi non vengono condannati. È chiaro, non c’erano i mass media ma le notizie “comode” giravano anche all’epoca, la follia omicida attraversò un lungo tratto della nostra penisola, si trasformò in paura e molte donne vennero accusate dalla stessa Tofana d’aver ricorso ai suoi veleni, furono catturate, torturate e pubblicamente giustiziate. Altre furono strangolate nelle segrete dei palazzi e murate vive. La morte di Giulia Tofana non provocò l’arresto della produzione dell’acqua che da lei prese il nome, tanto è vero che, tra il 1666 e il 1676, la marchesa de Brinvilliers avvelenò suo padre e due fratelli prima d’essere arrestata, in entrambi i sensi, e giustiziata.

La paura del contagio portò ad una vera e propria isteria di massa, e a Roma si diffuse l’idea che alcune donne “indemoniate e di cattivi costumi” usassero il liquore mortifero di Giulia Tofana per versarlo in fontane, pozzi, dove vi fosse dell’acqua potabile. Perfino le acquasantiere delle chiese. La leggenda vuole che nessuno entrando in chiesa osasse più bagnarsi la mano con l’acqua benedetta e un giorno, quando il sacrestano della chiesa di S. Lorenzo Damaso, la chiesa dell’amante di Giulia Tofana, vide un poveretto intingere le dita per farsi il segno della croce, cominciò a gridare all’untore provocando nella basilica un linciaggio a furor di popolo.

Fino alla metà dell’Ottocento il ricordo di Giulia Tofana, e della sua pozione, erano talmente vivi, che Dumas inserì un riferimento nel Conte di Montecristo: “…noi parlammo signora di cose indifferenti, del Perugino, di Raffaello, delle abitudini, dei costumi, e di quella famosa acqua tofana di cui alcuni, vi era stato detto, conservano ancora il segreto a Perugia”. Per essere tristemente famosa pare che lo stesso Mozart parlando con sua moglie le disse che sarebbe morto avvelenato dall’acqua Tofana.

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