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La pornocrazia di Marozia, la donna a cui nessun uomo, sia papa, vescovo, duca o re, sapeva resistere

Il medioevo che tutti si figurano sempre come cristianissimo, pudicissimo e popolato di bigotti, era invece un periodo in cui per i Papi era normalissimo piazzare le amanti come se fosse la cosa più naturale del mondo, avere da loro figlioli, e farli diventare Papi per diritto ereditario.

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aria dei Teofilatti, detta Marozia: amante e madre di papi, moglie di aspiranti re d’Italia, adultera, spergiura, assassina, ingannatrice, esponente di spicco di quella che gli storici hanno chiamato la “pornocrazia romana”, e presunto modello di quella Papessa Giovanna che le leggende medievali volevano essersi travestita da uomo per salire al Soglio di Pietro. Quando appare per la prima volta alla ribalta della storia ha solo quindici anni, ma è già amante di un Papa, Sergio III. I due non si nascondono nemmeno, nella Roma papalina del 910 d.C. Marozia vive more uxorio, come concubina ufficiale del pontefice. Il medioevo che tutti si figurano sempre come cristianissimo, pudicissimo e popolato di bigotti, era invece un periodo in cui per i Papi era normalissimo piazzare le amanti come se fosse la cosa più naturale del mondo, avere da loro figlioli, e farli diventare Papi per diritto ereditario. Teofilatto, il padre, e Teodora, la madre, sono noti per la loro condotta disinibita, sia politicamente che sessualmente: non v’è da dubitare quindi che a mettere Marozia nel letto di Sergio III siano stati proprio loro. Dopo che l’anziano Sergio III venne avvelenato, Marozia diviene la moglie nel 915, del Duca Alberico di Spoleto, che legittima come suo, il figlio avuto dal Papa. Il marito e i genitori di Marozia, gestiscono il potere: fanno e disfano i Papi, scegliendo una serie di figure scialbe e senza gran carisma, che obbediscono ai loro ordini. Finché non viene eletto Giovanni X, Papa che non li avrebbe appoggiati. Alberico con le sue truppe organizza un colpo di mano per impadronirsi di Roma. Il Papa Giovanni però non si arrende: pur se momentaneamente cacciato, si riorganizza e riprende la città. Alberico è costretto a scappare in un paese vicino ma il popolo della città, sobillato dal Papa, si ribella e lo ammazza. A questo punto le carte a Roma sono del tutto sparigliate: Teofilatto e Teodora sono morti, Marozia è vedova e all’angolo, e Giovanni X pare il vincitore della partita. Ma il destino ha altri progetti. I principi italiani eleggono Re d’Italia Ugo di Provenza, e non chiedono al Papa nemmeno un parere. Mentre Giovanni cerca di parare il colpo e prende cauti contatti prospettando a Ugo di poter riconoscere il suo titolo, Marozia non perde tempo, decide di sfruttare a suo vantaggio la circostanza di essere momentaneamente single, e seduce e sposa subito Guido duca di Toscana, fratello di Ugo, il nuovo re. Papa Giovanni X, viene catturato e chiuso da Marozia e Guido in Castel Sant’Angelo: morirà l’anno dopo, forse di veleno, un’arma che Marozia usa sempre volentieri per far fuori i Papi quando le sono venuti a noia.

A questo punto Marozia é la signora di Roma, assieme al nuovo marito. Si fa nominare senatrice dell’Urbe, come era stato il padre, e riprende le allegre consuetudini di famiglia, disponendo a suo piacimento l’elezione dei papi. Fa eleggere due papi di passaggio in vista che il primogenito raggiunga un’età papabile. Marozia si trasferisce in Laterano come una padrona assoluta: figlio e marito le ubbidiscono senza un fiato, e lei comanda. Non è giovane, forse non è più nemmeno così bella, e di certo il suo fascino non è dovuto alla cultura, perché, assai probabilmente, come la madre era assolutamente analfabeta. E così quando Marozia si trova al massimo della gioia, che per lei consiste nell’essersi ormai impadronita del potere assoluto, il marito Guido muore. Anche qui, Marozia non si perde d’animo: la sua bellezza è ancora notevole, il suo potere intatto sulla città, e la sua astuzia politica spregiudicata. Quindi non fa a tempo a seppellire Guido che già manda al fratello Ugo di Provenza, Re d’Italia, una lettera in cui lo chiede in marito. Ugo, che è rimasto da poco vedovo anche lui, accetta subito. C’è qualcosa di strano in questo matrimonio così bislacco e precipitoso. Ugo infatti deve superare un bell’impiccio: Marozia è sua cognata, vedova del fratello Guido. Il matrimonio non potrebbe essere considerato lecito per le regole della Chiesa. Qui il colpo di scena: Ugo, per ottenere la dispensa, è disposto a giurare di essere figlio illegittimo di suo padre, e quindi non fratello del defunto Guido. Perché un uomo della sua levatura decide di dichiararsi bastardo, infangando la memoria dei genitori, per poter sposare Marozia? Solo per poter mettere le mani su Roma? Solo per realizzare con un colpo di fortuna e un matrimonio il sogno di tutti quelli che han cercato nel Medioevo di governare l’Italia, cioè prendere Roma senza avere come oppositore il Papa? Può darsi. Oppure il fascino di questa donna ha qualcosa che va al di là di tutto, ed è più forte persino delle prospettive politiche che il suo appoggio assicura. Marozia, la donna a cui nessun uomo, sia papa, vescovo, duca o re, sa resistere.

Il povero Giovanni XI figuriamoci se è in grado di opporsi: è vissuto all’ombra della madre, e neppure sospetta che possa esserci un’altra maniera di stare al mondo se non assecondandola in tutto e per tutto. Anzi, celebra giulivo le nozze, e Marozia diviene così Regina d’Italia. Ed è qui che accade ciò che Marozia mai avrebbe potuto preventivare: lei che aveva sempre trattato gli uomini come burattini e considerato i figli come creature sue, nate per assecondare i suoi disegni, si ritrova a dove fare i conti con l’opposizione di Alberico, il suo secondogenito, divenuto duca di Spoleto. Alberico dalla madre deve aver ereditato il carattere deciso e soprattutto l’idea che il potere non si spartisce con nessuno, tanto meno con un nuovo patrigno troppo ingombrante. Cala su Roma, infatti, che considera come una sua dependance: caccia Guido e chiude il fratello Giovanni in Laterano, imponendogli di fare solo il Papa e il vescovo della città, cioè di occuparsi delle anime dei Romani, perché al resto, al Governo dell’Urbe, ci pensa lui. Giovanni XI, brillando per determinazione, si ritira in buon ordine: ha ventidue anni, e solo tre anni dopo morirà, senza aver peraltro mai essere riuscito a dimostrare di essere stato vivo. E Marozia? Che fine fa? Che le accade? In realtà non si sa e non si capisce bene. Il figlio la fa chiudere in un qualche convento di clausura, allontanandola dalla sola cosa per cui era vissuta, il potere. Lei ne è probabilmente svuotata, perché si affloscia, non emette un fiato. Di questa donna che aveva passato la vita sul palcoscenico, abituata ad essere al centro degli eventi e a vivere ogni cosa in pubblico, la morte è così privata che neanche ci è dato sapere quando sia avvenuta di preciso. Muore, senza un fiato, senza un lamento, dopo essere stata tradita da suo figlio e relegata nell’ombra. Ma la sua esistenza così sopra le righe, così sfrenata e paradossale, la sua volontà indomita, la sua capacità di trasgredire ad ogni regola e ad ogni comandamento, farà nascere la leggenda nera della Papessa Giovanna, la giovane che si finge un maschio per farsi eleggere Papa, e viene poi scoperta perché durante una funzione ha le doglie e partorisce il figlio avuto da un amante. Ecco, Marozia non si era finta uomo e non era stata eletta papa, ma tutto il resto sì, lo aveva fatto: aveva comandato Roma e per poco l’Italia tutta, amministrando con fredda determinazione figli, amanti e mariti; si era fatta signora e unica padrona, in un mondo di uomini, senza curarsi di nulla, solo per seguire la sua enorme ambizione. Si era comportata come un uomo di quei tempi, e pochi degli uomini dei suoi tempi le erano stati alla pari. In fondo sarebbe stata un Papa perfetto per la Roma di allora.

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