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Filippo Argenti, da Dante a Caparezza – prima parte

L'uomo che prese a schiaffi Dante derubandolo dei suoi beni

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[…] Tutti gridavano: “A Filippo Argenti!” E ‘l fiorentino spirito bizzarro In sé medesimo si volvea co’ denti. Quivi il lasciammo, che più non ne narro; […]

Le divergenze tra vicini di casa sono senz’altro una delle caratteristiche più note dei rapporti umani, da sempre. Quando la divergenza provoca uno scontro, sia esso verbale o fisico, i litiganti sono certamente tentati da sfruttare qualsiasi occasione o posizione a loro favore: ad esempio, un vigile urbano ligio al dovere non esita di certo a multare chi parcheggia in sosta vietata ma, se l’auto appartiene al vicino di casa con cui puntualmente litiga, è probabile che la contravvenzione sia notificata da un vigile urbano ligio al dovere e sorridente. La posizione del poeta non è da meno, la Storia ricorda numerosissimi versi impregnati di scherno, odio e ritorsioni dal gusto palesemente personale. Se il poeta è popolare, la condanna poetica si tramuta in una pubblica diffamazione in rima; se è pure bravo, chiunque conosca la vittima può associarlo facilmente a quei versi. Se il poeta si chiama Dante Alighieri, la vittima è condannata alla pubblica diffamazione sino all’estinzione dell’umanità. Di certo è una delle abitudini più spassose di Dante, quella di condannare nella Divina Commedia ogni persona che non gli susciti grande simpatia e, in fondo, chiunque scriva avrà in qualche modo invidiato quell’idea geniale per mandare all’Inferno la gente, letteralmente. Ecco perché non c’è da meravigliarsi se nel Canto VIII dell’Inferno, tra gli iracondi e gli accidiosi, appaia il vicino di casa di Dante Alighieri: il guelfo nero Filippo Argenti, della famiglia degli Adimari.

Per cogliere ogni assurdità di quest’episodio, è opportuno analizzare il canto sin dalla comparsa dell’Argenti, quando Dante e Virgilio attraversano la palude Stige sulla barca del demone Flegias:

[…] Mentre noi corravam la morta gora Dinanzi mi si fece un pien di fango, E disse: “Chi sei tu che vieni anzi ora?” E io a lui: “S’i’ vegno, non rimango; Ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?”. Rispuose: “Vedi che son un che piango”.

 Fin qui, nulla di straordinario: dal fango emerge quest’anima dannata, Dante gli chiede chi sia e lui risponde di essere un uomo che piange. In incontri analoghi, Dante scoppia a piangere appresso all’anima dannata, dimostrando una forte sensibilità. Nei casi più estremi, sviene.

 E io a lui: “Con piangere e con lutto, Spirito maledetto, ti rimani; Ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto”.

 Qualcosa inizia a non quadrare: Dante infierisce sull’uomo che piange, dicendo di riconoscerlo anche se ricoperto dal fango. Per le rare eccedenze di Dante, tra l’altro, interviene puntualmente Virgilio affinché il suo protetto non si lasci coinvolgere troppo dalle vicissitudini.

 Allor distese al legno ambo le mani; Per che ‘l maestro accorto lo sospinse, Dicendo: “Via costà con li altri cani!”.

 Persino il comportamento di Virgilio è inconsueto: l’anima dannata afferra la barca, Virgilio lo spinge via dicendogli di restare con gli altri maledetti.

 Lo collo poi con le braccia mi cinse; Basciommi ‘l volto, e disse: “Alma sdegnosa, Benedetta colei che ‘n te s’incinse! Quei fu al mondo persona orgogliosa; Bontà non è che sua memoria fregi: Così s’è l’ombra sua qui furiosa. Quanti si tengon or là sù gran regi Che qui staranno come porci in brago, Di sé lasciando orribili dispregi!”

 La bizzarria aumenta: questo passaggio testimonia l’unico contatto fisico tra Virgilio e Dante, in cui il primo abbraccia e bacia il secondo, benedicendo chi l’ha messo al mondo e lasciandosi andare in considerazioni sparse su come l’Argenti sia ricordato solo con disprezzo e quante persone come lui, ancora in vita, sconteranno la condanna eterna all’Inferno.

 E io: “Maestro, molto sarei vago Di vederlo attuffare in questa broda Prima che noi uscissimo del lago”.

 La bizzarria sfiora la cattiveria: Dante chiede di poter assistere alla sofferenza del dannato.

 Ed elli a me: “Avante che la proda Ti si lasci veder, tu sarai sazio: Di tal disio convien che tu goda”.

 Anche Virgilio si è trasformato in un ufficiale delle SS: approva la richiesta di Dante e aggiunge persino che fa bene a godere della sofferenza del dannato. Anche se diversi critici hanno legittimamente attribuito a questi versi un’interpretazione di appagamento e sazietà intellettuale, nonché nel convien un ineluttabile avvenimento e non un piacere basso, i versi precedenti e successivi sembrano indicare ben altro.

 Dopo ciò poco vid’io quello strazio Far di costui a le fangose genti, Che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.

 Il delirio è irrecuperabile: per il tentativo di linciaggio da parte degli altri dannati contro l’Argenti, Dante ringrazia e loda Dio.

Ma, storicamente, chi era questo Filippo Argenti? La sua importanza è tale non solo da coinvolgere Dante sul personale ma, addirittura, da suscitare il contatto più intimo tra Dante e Virgilio, discepolo e maestro, come se l’episodio si prestasse da espediente per interrompere in un breve momento il percorso ascensionale o, al contrario, da rafforzarlo con un contatto fisico. Inoltre, da quest’episodio Giovanni Boccaccio, primo grande studioso di Dante, ha supposto che la Divina Commedia sia stata interrotta prima dell’esilio di Dante e ripresa solo successivamente. I motivi di questa tesi, ancora oggetto di discussione, saranno esposti nel prossimo articolo, per cui sarà necessario analizzare il profilo storico di Filippo Argenti e, da questo, sarà possibile comprendere l’interesse all’episodio da parte di un altro grande artista, anche se più contemporaneo.

Ciao, Dante! Ti ricordi di me? Sono Filippo Argenti, Il vicino di casa che nella Commedia ponesti fra questi violenti. Sono quello che annega nel fango pestato dai demoni intorno, Cos’è, vuoi provocarmi, sommo?Puoi solo provocarmi sonno! (Caparezza, Argenti vive, dall’album Museica, 2014)

 

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