Buon Compleanno Gilda! Nello Pappalardo ricorda Rita Hayworth

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Rita Hayworth, attrice americana fra le più ricordate, donna di rara bellezza ha fatto impazzire il mondo, senza mai mostrare troppo di sé, col quel suo gesto dei capelli e lo scivolamento dei guanti in un accenno di spogliarello mentre era disperatamente brilla in Gilda.
Nasce a New-York nel 1918 con il nome di Margarita Carmen Cansino; il papà ballerino e di origine spagnola, le insegna a danzare, privandola della sua infanzia a causa della precoce carriera a cui la avvierà facendola esibire in spettacoli di flamenco. Con la compagnia del padre e degli zii, ad Hollywood, si esibisce durante le attese che precedevano le proiezioni dei film e viene notata e fatta recitare in alcune pellicole rimaste ingloriose, finché un produttore statunitense, Henry Cohn, nel 1935, non la considera con vero interesse instradando definitivamente la sua carriera. Le cambierà il nome in quello che tutti conosciamo (simile al cognome della madre) e le farà cambiare registro estetico; infatti, essendo l’attaccatura dei capelli un po’ bassa, deve sottoporsi a numerose sedute di epilazione definitiva per dare maggiore spazio alla fronte; il bruno naturale si trasforma in rosso e per tutti diventa “Rita Hayworth, l’atomica rossa!”
Dimostra di essere una performer completa, sapendo recitare e ballare, proponendosi in ruoli brillanti, dark-noir, drammatici e contorti. Ha interpretato Gilda, Trinidad, Gli Amori di Carmen con Glenn Ford, il suo storico e ideale compagno di lavoro di cui il produttore Henry Cohn era geloso al punto – si narra – di riempire di microfoni il camerino dell’attrice. Ha lavorato con James Cagney ( Bionda Fragola, 1941), Tyrone Power (Sangue e Arena, 1941), Fred Astaire (Non sei mai stata così bella,1942), con Gene Kelly (Fascino, 1944), Frank Sinatra (Paul Joey, 1957) e Burt Lancaster (Tavole Separate, 1958) e nuovamente con Glenn Ford in La trappola mortale del 1966.
E’ stata sposata quattro volte, ma sono soprattutto due i matrimoni ricordati: quello piuttosto tempestoso con Orson Welles, nel 1943, che la diresse, in “La Signora di Shangai”, trasformando la sua chioma rossa in biondo platino, e quello chiacchieratissimo con Ali Khan, erede dell’Aga Khan III che sposò a Cannes nel 1949, e per il quale venne scomunicata da Papa Pio XII dal momento che essendo di religione cattolica, si era unita ad uno dei capi spirituali dell’Islam.
Consacrata al ruolo della Dea, la sua immagine fu incollata sulla bomba atomica sperimentale lanciata sull’atollo di Bikini: e per tutti divenne “l’atomica rossa”.
Se fosse vissuta, il 17 ottobre avrebbe compiuto cento anni.
Nello Pappalardo, giornalista ed insegnante, è un volto caro fra gli attori catanesi e non solo: ha conosciuto ed intervistato una foltissima ed illustre schiera di personaggi noti in Italia ed all’estero; preferisce definirsi un “curioso”, uno che ha sempre amato mettere il naso un po’ dappertutto, così da essere istintivamente portato ad occuparsi di Comunicazione. Da poco rientrato da Modena dove ha avuto la gioia di visitare “Il Museo della Figurina” della Panini e da Roma dove ha la Mostra su “Pixar-Disney”, continua a girare l’Italia per i suoi impegni culturali così riesco ad incontrarlo, prima che riparta per chiedergli un contributo su Rita Hayworth.
Domanda: Nello Pappalardo, Rita Hayworth, lei l’ha conosciuta?
«No, lei no (purtroppo…!), ma vorrei condividere un ricordo: Glenn Ford a Taormina. Era luglio del 1987, durante il Festival del Cinema: Rita Hayworth era scomparsa da poco a causa dell’Alzheimer. L’attore americano era la stella della rassegna dedicata al cinema della “Old America”, nell’ambito della kermesse; volto sorridente e sornione che aveva prestato a tanti protagonisti dei suoi film per i quali, dichiarò, il merito del successo dovesse andare alle splendide attrici che lo avevano affiancato. Durante l’incontro con i giornalisti – che io ricordo come qualcosa di magico – non mancò di parlare di Rita Hayworth, nei cui confronti continuava ad esprimere sentimenti mai sopiti, non celando la commozione. Una donna che gli era rimasta nel cuore in maniera forte. Dopo l’acclamato intervento, Glenn Ford mi viene incontro lungo il corridoio di un famoso albergo, e mi poggia una mano sulla spalla cominciando a camminare insieme a me. Un’emozione indefinibile! Il mito che diventa qualcosa di tangibile, icona importantissima che si tocca con mano. Peccato non ci fosse con lui anche Gilda!».
Domanda: Cosa significa diventare un mito, un’icona?
«Partiamo dall’immagine di questa rossa atomica che emerge dallo schermo, gettando indietro i capelli e rispondendo “Sure, I’m decent” in Gilda. Diva prevalentemente americana, dalla rossa chioma lo pensiamo noi e le pellicole in bianco e nero non ce lo confermano. Il cognome di Cansino cela origini latine. Rita Hayworth era bellissima e bravissima, perfettamente in grado di bucare lo schermo e raggiungere le fantasie di uomini che la desideravano e donne che avrebbero voluto somigliarle. Lei era “la Diva”, prevalentemente americana, con connotati del divino. Fenomeno senza tempo: da Jean Harlow a Nicole Kidman, tutto il panorama di attrici fornito dal mondo del Cinema nasconde quei meccanismi che spesso non sono neanche logici, di pancia, determinati da fattori estranei dal cinema in sé, trascendono dallo specifico cinematografico, e diventano altro. E Rita Hayworth aveva più di una chance da questo punto di vista»
Domanda: benché la diva abbia interpretato numerose pellicole e ruoli diversi e ben riusciti, perché, secondo l’opinione di Nello Pappalardo, Gilda le è rimasto addosso come un alter ego imprescindibile?
«Gilda fu un film indovinato nella storia (traffico di tungsteno ad opera dei tedeschi – era da poco finita la seconda guerra mondiale), con una magnifica fotografia di Rudolph Maté. Gli abiti disegnati per lei da Jean Luois (stilista francese che lavorava molto in America); le coreografie di Jack Cole articolate sulle movenze delle spogliarelliste; e poi, ancora la scelta delle canzoni “Amado Mio” e “Put the Blame on Mame”, (doppiata da Anita Ellis, cantante canadese ancora vivente). La chimica straordinaria fra i due attori protagonisti, la cura con cui vennero scelti i co-protagonisti (George Macready, Joseph Calleia, Steven Geray) ed i ruoli secondari (Joe Sawyer, Gerald Mohr, Ludwig Donath). Un film girato e sceneggiato con cura per farlo arrivare a qualsiasi tipo di pubblico, affinchè ciascuno attivasse la propria personale sfera emotiva. Gilda accese quella più evocativa: la sensualità».
Domanda: Rita Hayworth diceva amaramente che “gli uomini andavano a letto con Gilda e si svegliavano con Rita”. Può l’immagine creata dall’attrice per l’attrice diventare scomoda per la donna, per la persona nella vita reale?
«Le immagini di Rita Hayworth nei film che ha girato, ma soprattutto quelle in Gilda, girato nel 1946 da Charles Vidor e con Glenn Ford, sono incardinate per sempre nell’immaginario collettivo non come quelle di una donna che interpreta un personaggio, ma come Gilda-Rita Hayworth. Persero per lei la testa uomini famosi, potenti e facoltosi, ma questa donna, come altre attrici che hanno affollato il Cinema, ricoprono un posto a sé che spietatamente contrasta con la vita che hanno vissuto. Rita, tanto amata e desiderata sullo schermo, nella vita privata ebbe ben poca fortuna».
Domanda: Se fosse vissuta, avrebbe compiuto cento anni: invece è morta a causa dell’Alzheimer, in tempi in cui la malattia non era stata ancora classificata. Aveva in effetti avuto problemi con l’alcool, ma il pubblico ed i colleghi furono assai affrettati nel dare un’altra definizione a quei momenti di smarrimento che in qualche occasione pubblica aveva avuto. Perché un’icona tanto amata viene quasi disconosciuta nel momento della fragilità?
«Le luci della ribalta ci abbagliano e non ci fanno vedere cosa stà dietro le fragilità umane, i problemi umani in senso totale: immaginiamo che queste persone siano i personaggi che hanno interpretato e non perdoniamo loro, infine, che non possano essere immortali. Spesso col tempo, immortali lo diventano veramente, ma in un altro senso. Rita Hayworth, dietro quella splendida immagine, ha avuto una vita privata non lontana dalle tentazioni, dalle dipendenze: è nelle cose umane e non ci si dovrebbe meravigliare. L’alcolismo è una tentazione che riesce a colpire chi è più debole, chi ha maggiore sensibilità. E visti i risultati sullo schermo, Rita Hayworth questa sensibilità ce l’aveva».
Riposa all’ Holy Cross Cemetery, in California; sulla sua semplicissima lapide è scritto “Beleved Mother”.