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Incipit: Le confessioni di Abulafia di Carmelo Zaffora

Arrivando in questa terra conoscevo già il mondo e, soprattutto, il mare. Quante volte l’ho temuto e rispettato, quante volte sono sceso a toccarlo, quante volte ho paragonato la sua immensità al mio intelletto. Il mare, mostruoso e benevolo, violento e abbagliante, ignoto come il cielo.

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L’incipit del romanzo saggio di Carmelo Zaffora edito da Carthago.

“Io, Avraham Abulafia, maestro della santa Qabbalah, sento che presto arriverò alla fine. Tutto questo impedirà ai miei instancabili passi di percorrere ancora il mondo che ho amato, anche se la linea del mare visita il mio sguardo ogni mattina. Io, che alla conoscenza del Nome ho votato la mia vita. Io che ho generato discepoli e vergato libri, conosciuto moltitudini e idiomi differenti, non posso evitare, prima che la mia esistenza terrena si concluda, di raccontare le cose straordinarie che il tempo mi ha concesso di vedere. Poiché sono convinto che c’è una posterità per gli uomini di pace, da questa isola del Potere e dello Specchio, la Siciliya, il cui valore numerico è 216, pari alle settantadue lettere del Nome, desidero lasciare un ultimo segno del mio pellegrinaggio, consolato dall’odore del mare, dal mirto balsamico e dalla zagara lieve trasportata dal vento.

Qui, dicevo, in quest’isola centrale, proveniente da un luogo che molti chiamano eterno, arrivai nell’autunno del 1280, sbarcando nella luminosa città di Messina. Città bella e ventilata, ricca di giardini e di mercanti, di curiosi viaggiatori e di gente d’avventura.

Arrivando in questa terra conoscevo già il mondo e, soprattutto, il mare. Quante volte l’ho temuto e rispettato, quante volte sono sceso a toccarlo, quante volte ho paragonato la sua immensità al mio intelletto. Il mare, mostruoso e benevolo, violento e abbagliante, ignoto come il cielo. Una infinità di vie come le vene che mi scorrono in corpo. Senza di esso non potrei ancora oggi scrivere la mia testimonianza di fede e, sebbene lo intraveda a distanza, la sua voce è musica che accompagna questi ultimi giorni e il suo colore è quello dell’Eterno che mi alita sul viso.

Non sono certo, e forse non lo sarò mai, per quale segreto motivo il mio animo mi ha spinto a trasferirmi in quest’isola. Sicuramente non la stanchezza, di cui ancora sconosco la forza, né il desiderio di nascondermi dai miei detrattori, neppure la paura di essere perseguitato da quelli della mia gente che sono terrorizzati di perdere le loro certezze e che indugiano spesso nel condannare la diversità. E neanche spinto dagli emissari di Niccolò III, il papa romano a cui volevo trasmettere la mia sapienza e che aveva promesso di giustiziarmi con il rogo. In sincerità voglio dire, niente di tutto questo mi ha legato a questo luogo. Niente di tutto questo.

E allora cosa?

Compiuti i cinquant’anni le certezze sono tangibili come la mia barba e le dita delle mie mani quindi i dubbi sono fantasmi ostili da scacciare e solo inganni della mente. La chiarezza ormai è la mia via e non voglio, per rispetto alla posterità, mentire ai miei lettori da venire.

Io, Avraham Ben S’hmuel Abul’Afia, ho finito di togliere i veli alla conoscenza e di aprire gli occhi a quanti insistono di tenerli chiusi. La mia età è lontana dalle ombre e la luce, tante volte abbracciata, accompagna questi momenti di dolore prima della fine. Per questo, ogni cosa che dirò sarà un dono di umiltà contro l’arroganza, da parte di un uomo che ha visto e fatto proprio il dono che il creatore del mondo ha gelosia di svelare ai più”.

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