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Abulafia e l’amore per Myleida

Mi sovvennero i versi di un celebre poeta arabo, nato in Sicilia e fuggito in Egitto dopo l’arrivo dei normanni, Al-Ballanubi: Per lei disarmai il mio cuore di leone Che ora batte come batte le ali la pernice E contro ogni calunnia fui pronto a riempirmi Le mani delle sue nascoste primizie

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Rabbi Isaach allora, per prudenza, mi prescrisse di sottopormi a una cura purgante poiché a suo parere alcuni umori cattivi circolavano dentro il mio sangue. Così, fidandomi di lui, bevvi per tre giorni di seguito siero di latte caldo, rigorosamente casher che mi svuotò gli intestini fino a quando, interrogato sul mio stato di salute, non risposi che sentivo di aver riacquisito il vigore che mi mancava. Mi consigliò, quindi, di prendere un bagno e di rimettere in movimento il corpo facendo delle passeggiate per la città. E così avvenne fino a quando, spinto da una forza misteriosa, non capitai al Papireto nei pressi della casa con la cupola rossa incontrando colei che avevo conservato dentro le mie pupille. E, prima che bussassi alla sua porta, sciogliendo il riserbo che doveva contraddistinguere la mia fama di sapiente, mi sovvennero i versi di un celebre poeta arabo, nato in Sicilia e fuggito in Egitto dopo l’arrivo dei normanni, Al-Ballanubi:

Per lei disarmai il mio cuore di leone

Che ora batte come batte le ali la pernice

E contro ogni calunnia fui pronto a riempirmi

Le mani delle sue nascoste primizie

 

Myleida mi accolse come colui che ritorna da una lunga assenza, mettendo a disposizione la casa all’ospite andato via da tanto tempo.

Mi tolse il turbante e purificò le mie mani con acqua tiepida di rose spillando, da una piccola brocca, un vino di Marsallah di cui riempì due bicchieri. In quell’attimo non seppi se le stelle del cielo erano più luminose dei suoi occhi o se il fiore del gelsomino o del sambuco erano più odorosi della sua pelle color del miele. So soltanto che caddi tra le sue giovani mani come un frutto da un ramo che si scuote, pronto a mangiarsi.

Imparai, così, sdraiato sul suo talamo, la geografia dei sensi. E mai intimità simile m’era toccata prima. Mai libertà così svincolata accanto al suo corpo perfetto, liscio come marmo di Paro, dove sopra un fianco v’era tatuata, forse per scaramanzia, una mano che faceva le corna.

Per tutto questo Palermo resterà sempre dentro il mio cuore. Per tutto questo la casa dalla cupola rossa non smetterà mai di brillare dentro il segreto dei miei ricordi, insieme all’odore dello sfinimento e dell’abbandono che lì dentro sperimentai, contro la morte che fuori da quelle mura mostrava il suo volto atroce.

Myleida fece suonare il mio corpo come uno strumento che fino ad allora nessuno era riuscito a suonare, traendo le musiche più belle, le melodie più inascoltate, i segreti dormienti che si svegliano soltanto quando cade l’ora stabilita. Sopra i suoi seni dormii in preda all’oblio, sentendomi come un uccello che ritorna al suo nido e dal quale, dopo avere a lungo volato, non si vuole più separare.

Così, la strada che mi conduceva a lei una volta la settimana diventò, per me, il percorso del paradiso in terra. E le palme intorno al suo giardino furono sentinelle del mio smisurato amore che lei ricambiò con mille e mille baci, mille e mille carezze, mille e mille fiori dischiusi sotto i miei meravigliati occhi.

Myleida m’ispirò poesie d’amore, canzoni spensierate, voglia di danzare e sogni a non finire. E quando la nostra confidenza aumentò, cominciai a parlargli di me. Altrettanto fece, lei raccontandomi la sua vita non priva di tristezze.

Mi disse, infatti, che era nata a Caltabellotta da una famiglia molto povera e numerosa. Il padre l’aveva venduta, ancora bambina, a un mercante di Kairouan che la portò presso la sua casa ad accudire una delle sue mogli. La sua bellezza aveva incantato la consorte del mercante la quale, in assenza del marito, la volle accanto a sé ogni notte raccontandole tante storie e istruendola sui segreti dell’amore.

Myleida crebbe e si fece ancora più bella di prima, e ciò rappresentò l’inizio di una serie di problemi che la portarono a essere venduta di nuovo. Accadde, infatti, che la sua padrona avendola mandata al mercato ricevette notizie di sguardi febbrili tra un giovane vasaio e la schiava. Essendo gelosa della sua sottoposta, al ritorno la fece frustare rinchiudendola per settimane al buio, a pane e acqua. La padrona, però, oltre a punire il suo ardore, essendo ammalata di gelosia, indusse il marito a dare una punizione esemplare al giovane vasaio del mercato. Così, dietro le sue continue sollecitazioni, il giovane venne catturato da alcuni sicari e portato dentro il cortile della sua casa dove, di fronte a Myleida, venne accecato con un punteruolo infuocato e cacciato nel deserto.

Myleida dimagrì giorno dopo giorno, sebbene le venissero portati i cibi migliori. Il mercante, allora, per non procurare più dispiacere alla moglie, la vendette a un cammelliere diretto al Fustat con i soli abiti addosso. Lì la comprò un greco di Alessandria che, avendo figli maschi in mezzo ai quali la presenza della schiava cominciava a creare discordia, la cedette al capitano di una nave aragonese che faceva rotta per la Siciliya. Arrivata a Palermo, restò per un certo periodo al servizio di un gabelliere che dopo la diede a un ufficiale angioino, in cambio di alcune monete d’oro.

Con la cacciata dei francesi e con l’uccisione del suo ultimo padrone, tale Druet, che fu il primo a perdere la vita durante il Vespro nella spianata del Santo Spirito, era rimasta sola, finalmente libera da ogni sottomissione.

Confesso che fu grazie a lei che mi avviai a tracciare il progetto del mio nuovo libro che intitolai Sefer ‘Or ha-sèkkel, La luce dell’Intelletto, nel quale dimostravo come le cose separate saranno unite e quelle unite saranno separate ottenendo, attraverso la potenza della grazia, la trasformazione della realtà. Per Myleida, composi alcuni versi che ancora ricordo a memoria:

Il tuo seno mi ha incantato e con l’occhio colgo le rose del tuo viso.

Mentre con le mani afferro le tue melagrane, amami, bacia la mia bocca, gazzella, con le tue labbra vermiglie,

Poiché il desiderio che ho è duro più dell’avorio

Ti chiamerò ‘Isschiah

Perché è da ‘Issch che sei stata tratta.

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