Storie di guerra e d’amicizia

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Sin da bambino restavo affascinato dai racconti di zio Roberto e lo ascoltavo con grande attenzione. I suoi erano insegnamenti di vita e talune volte mi tornano utili anche adesso che lui non c’è più ed io mi avvicino ai settanta. Rubitteddu figghiu miu picciottu beddu come lo chiamava mia nonna era fratello minore di mia madre. Oltre all’arte oratoria possedeva anche un “sapere della mano “non comune. Costruiva di tutto, in ebanisteria e scultura del legno era un artista. Autodidatta suonava il violino. I suoi innumerevoli quadri sono tuttora sparsi per le case di parenti ed amici, si destreggiava infatti sapientemente dall’olio all’acquerello con maestria unica. Magro e longilineo uomo di rara eleganza e signorilità, lo ricordo sempre in giacca e cravatta. Ottimo padre di famiglia, rispettoso, umile e timorato di Dio. Un galantuomo. Grande amico di mio padre, entrambi vecchi commilitoni, molto spesso si chiamavano per cognome come per evocare il rispetto tra antichi soldati. Nel 1940, giovanissimo maestro elementare, fu chiamato alle armi in fanteria. Quanti racconti! Quando ero bambino pensavo che la guerra fosse durata cento anni. Un aneddoto in particolare trovo pregno di grande umanità. Alla partenza per la guerra mio nonno, uomo burbero e di poche parole, gli diede quattro lire di carta. Rubitteddu scucì la suola degli anfibi e li nascose. Ricucì la suola con del fil di ferro e nessuno notò mai la “modifica“. Ad un certo momento del conflitto mondiale nel 1943, l’Italia firmò l’armistizio con le forze alleate. Vi fu uno sbandamento generale delle truppe e molti comandanti non seppero fare altro che dire ai propri giovani: “Tornatevene a casa!”  Roberto si trovava in Emilia Romagna e quando il suo battaglione fu sciolto si mise in cammino per il sud insieme ad alcuni calabresi. Purtroppo sia lui che i suoi compagni furono catturati dai tedeschi, che li imbarcarono su una tradotta per portarli in un campo di concentramento in Germania. Durante il viaggio successe qualcosa di straordinario. Nel tascapane, dove egli teneva da mangiare aveva nient’altro che un’unica scatoletta di carne. Nel momento in cui la estrasse si accorse che la sentinella tedesca, un giovane allampanato armato di tutto punto ma dall’aspetto stanco, guardò quel ben di Dio con ingordigia. Tirò fuori dal suo tascapane un pezzo di pane nero, si avvicinò a Rubitteddu e gli fece capire che avrebbe voluto scambiarlo con la carne. Un po’ in italiano un po’ in tedesco i due giovani si capirono e zio gli propose di spalmare la carne sul pane e dividere in due. Così fecero aiutandosi con la baionetta. Mentre pasteggiavano Roberto chiese a Kurt (così si chiamava il tedesco) se questi avesse la madre. Il tedesco gli rispose che sua madre era a Monaco e lo aspettava. Mio zio continuò dicendo: Sai anche mia madre mi aspetta ed è in Sicilia. Kurt gli disse che era stato in Sicilia qualche mese prima. Finirono il pasto in silenzio. Ad un tratto il treno rallentò e si fermò presso una località sconosciuta in un bosco. Kurt era irrequieto. Si avvicino allo zio e queste furono le sue parole: Treno, acqua, dieci minuti, io torno, vai da tua mamma. Dopodiché scomparve. Roberto ed i calabresi senza porre tempo in mezzo balzarono dal treno e si misero a correre tra i cespugli allontanandosi quanto più possibile. Qualche minuto dopo sentirono delle raffiche di mitra e poi il treno ripartì. Così i fanti si rimisero in cammino per il sud. Ridotti come straccioni furono intercettati diverse volte sia da inglesi che da americani i quali vedendoli in quelle condizioni li lasciavano passare senza disturbarli. Giunti in Calabria i suoi commilitoni si dileguarono. Roberto si ritrovò da solo sulla costa Calabra ad un tiro di schioppo dalla Sicilia. Chiese aiuto ad un pescatore il quale gli chiese: Quanti soldi hai? Mio zio gli rispose: ho solo quattro lire. Va bene dammene due replicò il barcaiolo e lo accompagnò sulla costa Messinese. A piedi e chiedendo passaggi ai carrettieri zio Roberto tornò, a Catania, dalla mamma. Al momento dell’incontro si disse che anche il vecchio burbero padre fosse stato visto piangere.