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La sindrome di una felice dipendenza da supermercato

Tra trappole emozionali e promozionali tutto il simbolismo junghiano nei polli a fior di pelle e nelle patate novelle, ci fingiamo piccoli minions felici che mangiano banane spinti nei carrelli da un adulto sagace, che non sappiamo chi è! Incarrellatevi e andate alla ricerca del vostro piccolo subconscio ancora abbandonato tale e quale su qualche scaffale

Tempo di lettura: 3 minuti

La sindrome del supermercato è l’emblema psicologico della nostra quotidianità. E ci sono tanti modi di fare la spesa: quello mensile che non ho mai praticato; quello settimanale, detersivi, pannolini, deodoranti, scatolame, tovaglioli, carta igienica e via dicendo; quello quotidiano fatto di pane, latte, formaggi, carni e pesci, frutta e verdura. Vini, liquori e dolciumi non fanno parte del necessario, ma del voluttuoso. Tutto potrebbe finire lì, perché alla fine dovremmo comprare solo il necessario, che con una buona dose di fantasia di tempo e volontà potrebbe trasformarsi in meravigliose ricette. Ma spesso invece andiamo a fare la spesa senza lista al momento di pranzo con fame e sete allo stato puro. E ridiventiamo bambini di fronte al carrello vuoto tanto da avere voglia di balzarci dentro.

La chiamano “sindrome di dipendenza dell’acquisto compulsivo”: i supermercati ci attraggono a livello subliminale con musica, (ma quando mai) profumi (i supermercati spruzzano in alcune zone degli odori, il mio a volte puzza di pesce), immagini, luci e colori. Prestate attenzione a queste cose mentre fate la spesa, (ma perché?). Se vi recate sempre allo stesso supermercato, fate caso non solo dove si trovano tutti i prodotti alimentari, ma anche dove sono posizionate le “trappole promozionali”. Così facendo potete comprare tutto senza sentirvi in colpa.

La dimensione del carrello della spesa influirà molto sulla quantità di roba che si compra. Quindi se si ha bisogno solo di poche cose, usate un cestino piuttosto che il carrello. Così si prenderanno solo le cose elencate nella lista della spesa, perché altrimenti il cestino diventerebbe troppo pieno o pesante.

Sbagliato ancora una volta sbagliato!

Fare la spesa è un atto sacro: non dev’essere né una missione, né una punizione. Dev’essere un piacere, un godimento materiale e spirituale. Abituarsi non alla soppressione dei nostri impulsi ma all’esaltazione degli istinti di fame riuscendo a fare della spesa un’arte. Imparate ad organizzarvi il pranzo e la cena, o se ce la fate almeno due pranzi e due cene, pensando al gusto di quello che vorreste mangiare. Non siate imprigionati nei luoghi comuni. Conosco gente che compra tutto per una settimana e lo congela così la questione è risolta: come si può risolvere la spesa, il cucinare e il desinare senza sapere che cosa desidero mangiare da qui a qualche giorno? C’è chi mangia le stesse cose tutti martedì, i venerdì, dell’anno. E anche gli altri giorni fissa anticipatamente il menù. Mi raccontano spesso i pazienti: così almeno una cosa di meno da pensare, da risolvere. Ma siamo quello che mangiamo e la noia dell’appetito prima o poi ci porterà il conto di altre insondabili noie. Voi direte facile! Chi ha i figli, chi lavora, chi è solo, chi è vecchio, chi è giovane: sono tutte scuse…

Io personalmente che vado al supermercato all’ora di pranzo con una fame diabolica ragiono così: entro al supermercato per prendere “due cose due” ed esco col cestino pieno…ma organizzato in una sorta di fil rouge su quello che mangerò nei due giorni successivi. Legami, ispirazioni luci e colori, non ricordo mai di avere mangiato un’insalata finta, la pasta “squarata” o una fettina arrostita rinsecchita e stopposa. Certo l’olio lo compro nel frantoio, i limoni dall’albero, e quando li mangio, la pasta fresca di monomarca all’uovo, il pane senza sale con lievito naturale. A me entusiasma andare al supermercato! Ci potrei stare per delle ore ed uscirne come un fiorellino appena colto, con il forziere colmo e il cuore alleggerito. Anche da piccola amavo questo luogo di perdizione estatica: dove gli scaffali si susseguivano e riempivano i miei occhi di colori e forme, mi ricordo ancora i segni che lasciavano i carrelli sulle cosce quando venivamo inserite nella seduta rossa, fredda, glaciale, che le bambine avevano le gonne e i calzini, ai miei tempi. Non sapevo ancora quel che avrei poi scoperto da adulta, ovvero che la disposizione di alimenti, non era casuale, così come non è casuale la scelta del packaging di un certo prodotto per far presa sul consumatore medio… e da adulta avrei scelto tutti quei prodotti che non avevo sperimentato e mai mangiato…

E il prendi il treXdue, il dueXuno, i buoni sconto, i punti, i premi… Alla base di queste reazioni c’è il risveglio del bambino sepolto nell’io: si vuole essere premiati a tutti i costi, e si porta a casa il “malloppo”.  L’autocontrollo si modifica: ci si sente parte integrante di un sistema che premia “i fedeli”, gli appartenenti a un gruppo con il quale ci si identifica: i mangiatori di crocchette, sofficini, wurstel, cotolette assemblate, imbrattati di salse piccanti al suono di croissant appena scongelati. Andate al supermercato “quello giusto” per voi e fatevi rapire dalla meraviglia e lo stupore di quanto eravate bambini: incarrellatevi!!!

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