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Grande partecipazione al socioplay “Se non scappi ti sposo” a cura della psicologa Roberta Curatolo

Un’esperienza all’insegna dell’apertura all’altro per comprenderlo e per comprendersi meglio, punto di partenza per un confronto con il nostro passato e il nostro futuro e con le scelte che li determinano, in un percorso volto ad una maggiore e più consapevole conoscenza di noi stessi e delle paure, spesso inconsce, che dirigono quelle scelte.

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Un incontro sulla relazione e sulle relazioni quello tenuto dalla psicologa ed esperta in tecniche psicodrammatiche dott.ssa Roberta Curatolo, che propone il metodo clinico studiato presso l’’Istituto di Psicodramma ad Orientamento Dinamico di Roma diretto dal prof. Ottavio Rosati. Il suo socioplay è un illuminante spaccato di quelle evoluzioni sentimentali che ci permettono di entrare in contatto con gli altri e, in particolar modo, con la persona verso la quale nutriamo un affetto che possiamo definire amoroso. Attraverso una dimostrazione della tecnica del sociodramma in cui istanze sociali vengono affrontate per la crescita del singolo, è stato possibile analizzare come le dinamiche psichiche implicate nelle relazioni spesso rimangano oscure anche al diretto interessato, ma che emergono in ambito gruppale per mezzo di quello che gli esperti in tecniche psicodrammatiche e in generale chi opera come terapeuta di gruppo, chiamano transfert laterale: un modo di compenetrare le istanze psichiche altrui, elaborarle personalmente e restituirle al paziente “in gioco” (è questo il termine per definire specificamente il lavoro drammatico all’interno della terapia) che riceve così dal gruppo stimoli nuovi sui quali interrogarsi e per loro mezzo operare e portare avanti il lavoro di introspezione fondamentale alla cura.

Dopo una breve introduzione esplicativa del modus operandi nel sociodramma nonché la differenza tra questo e lo psicodramma, la seduta dimostrativa segue tre fasi: nella prima la dottoressa invita gli astanti ad alzarsi dal proprio posto a sedere per esplorare lo spazio costituente il setting, con lo scopo di ridurre le inevitabili inibizioni tra persone estranee e di aiutare i partecipanti ad aprirsi all’incontro dell’altro da sé; la seconda fase prevede un maggiore coinvolgimento soggettivo in quanto ognuno è chiamato a trovare una persona con cui formare una coppia allo scopo di riflettere assieme sul termine “relazione”, significante introdotto proprio dalla conduttrice con l’intento di confrontarsi e di cercare di instaurare, appunto, una relazione, un contatto; la terza fase ha visto protagonista uno dei partecipanti mettersi in gioco in prima persona, portando in gruppo la sua esperienza di relazione affettiva. Attraverso l’uso di tecniche quali gli ego ausiliari e il doppiaggio, è stato possibile ai partecipanti il gruppo di prendere parte attiva al gioco introducendo significanti e significati che permettono al protagonista di riflettere e di ampliare la sua visione personale delle relazioni in cui è implicato, e come spesso avviene l’opinione di una persona esterna non coinvolta in prima persona, può fornire un punto di vista nuovo, non già intuito dall’interessato. La restituzione chiude la prassi, un’osservazione di ciò che è avvenuto durante la seduta, e nel gioco in particolar modo, che ha lo scopo di mettere ordine tra i significati emersi nel corso della seduta al fine di favorire un’analisi interiore indispensabile al lavoro e al progresso nel percorso di cura. Un’esperienza all’insegna dell’apertura all’altro per comprenderlo e per comprendersi meglio, punto di partenza per un confronto con il nostro passato e il nostro futuro e con le scelte che li determinano, in un percorso volto ad una maggiore e più consapevole conoscenza di noi stessi e delle paure, spesso inconsce, che dirigono quelle scelte.

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