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Catania chiama Londra: I will survive Clara Storm, alla ricerca di Sherlock Holmes seconda parte

Il lunedì alla Tate di mattina la Britain, il pomeriggio alla Modern. Scioccati per la notte successiva il martedì ci ritroviamo al Museo di Sherlock Holmes che si trova in 221B Baker Street, che era l'indirizzo scelto da Arthur Conan Doyle per la residenza dell'investigatore. Tutto rimasto così come lui l’aveva lasciato…

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Eravamo rimasti al nostro arrivo in albergo di Cromwell Road, dopo aver contrattato una stanza che non fosse una topaia, presa tra l’altro con un agenzia di viaggi a Catania, non vi ho raccontato che Cromwell per i londinesi doc, quelli che sanno la storia, oltre ad essere l’arteria di Kensington, il quartiere più elegante di Londra, che dipende da quale albergo capiti, Cromwell dicevamo per i londinesi veri, è sinonimo di repubblica e di libertà rispetto alla tanto “amata e odiata” monarchia. Discendeva dal Cancelliere dello Scacchiere di Enrico VIII, quello dei sei mogli. Dopo essere stato alla testa delle forze che abbatterono temporaneamente la monarchia inglese, instaurando la repubblica del Commonwealth of England, governò Inghilterra, Scozia e Irlanda con il titolo di Lord Protettore. Per dire, invece di annullarlo con la tipica “damnatio memoriae” che abbiamo in Italia, ci hanno fatto una via principale e un partito per dire “ok la monarchia, ma parliamone”. Ricordiamo che gli inglesi giustiziarono con decapitazione il re Carlo I, prigioniero del parlamento ormai delegittimato, mentre Cromwell, nella sua posizione di comandante in capo dell’esercito vittorioso, era il vero arbitro del futuro dell’Inghilterra.

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Ma andiamo a noi e al nostro fortunoso viaggio della speranza. Lunedì sembrava un tempo clemente dopo i rimasugli del ciclone Clara, ed io, la virago imperterrita, proposi la Tate gallery che si divideva in Tate Britain e in Tate Modern, anche queste mete indiscutibili secondo il povero compagno sociologo. L’esame attento, se le metropolitane erano aperte si trattava di arrivare a Pimlico. Che mi faceva ridere per il nome. Sì, le Tate sono due: la Britain quella antica si fa per dire, e quella moderna che esiste dal 2000 in poi. Volendo dalla Torre di Londra il viaggio si poteva fare con il traghetto ma considerando le condizioni atmosferiche, morire sul Tamigi non era forse tra le nostre opzioni. Il tempo era “mollemente femmineo”, termine barocco, utilizzato fino all’arrivo della Tate Britain. Meraviglia in cielo mostrare, gratis con eventuali donazioni per il succinto codice gettonato a cui 50 centesimi potevano essere prodighi. Una miriade di allievi delle varie scuole dei college, eravamo di lunedì a febbraio un vocio inverosimile e con migliaia di foto esposte nei vari anni di classi. E tu ti chiedi, e il compagno sociologo lo ha fatto: essere cresciuti così ti apre la mente?

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Sale infinite di quadri e statue completamente gratuite dove ti portano a toccare, disegnare e commentare quello che vedi quando sei in stato di formazione certo, qualcosa, la provocano…nel bene o nel male! Ti formano, ti danno un input che i giochi, la televisione, internet, i genitori, non sono solo il tuo mondo, ma che esiste altro. E così davanti a dei ragazzi seduti che tratteggiavano un dipinto in una sala con tanto di professoressa che commentava vi pubblichiamo l’immagine in questione…

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Le sale continuavano ad avvicendarsi di autori straordinari di cui vi parleremo in dettaglio; vi basti un momento della struttura neoclassica e Decò che gli inglesi, non so chi, ma che c’interessa, hanno comunque “procreato”, questa scala innescata con una volta neoclassica.

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Per me il visibilio, l’annichilimento strutturale, ormai disfatta e amorfa dalle vicissitudini e dolori fisici dei piedi diventati merce “avariata” per gli zombie, per gli inglesi “goods for zombies”, un godimento dell’anima che qui provo a descrivervi in un vertiginoso universo di cunette bianche e nere, incuneato da solidi scacchi.

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Quando ci apparve colui che non doveva essere palesato: William Blake nella sua mostra già passata ma nel ripassare i suoi “assalimenti”.

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Arrivare alla Tate Modern altro momento di delirio. Ma avevamo fatto il day ticket e tutto ci era concesso. Dieci minuti dal London Bridge. Se vieni dal London Bridge. Ma se esci dalla “tube” da Pimlico, cioè dalla Tate Britain, a Southbank, verso la Tate Modern, non è la stessa cosa. Lo devi sapere! Se sei uno del “posto”, perché altrimenti bastano pochi “isolati”, come è successo a noi, e nessuno sa niente, anche consultando internet. Alla ricerca della Torre di Londra e del ponte famoso attiguo sul Tamigi, a distanza di dieci metri, cioè dietro l’angolo, gentilmente, un giovane nerd inglese aveva cercato su google map, la nostra destinazione, ovviamente depistandoci. Ma “loro” il popolo della moltitudine ignara, era pronto pure a questo. Così io ho percepito “Fuori dall’insegna di sempre chiedere ad esseri umani” di domandare tramite colui maschio e di aspetto congruente, ad un trio di trendy uomini d’affari gay: loro avrebbero saputo dove si trovava la Tate Modern. Così ti appare la Tate Modern nella sua rustica e tenera plasticità.

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Alla Tate Modern l’esperienza che vi possiamo portare è che ci dovete andare. Tre piani di cose “meravigliose” a seconda i gusti come in una grande biblioteca universale. Noi ci abbiamo mangiato sdraiati in un divano e ci abbiamo pure fatto una pennichella, gratis. Con il mangiare portato da “casa”. Evidentemente tramezzini, per me di varia natura, per colui jam e a volte cheese.

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Ma il martedì pieno di sole e di speranza con le nostre arachidi asserragliate nel nostro tesco-sacchetto ci auspicarono la nostra ultima meta: tagliare da Hyde Park per raggiungere la casa e il museo di Sherlock Holmes. Io glielo avevo detto a colui sociologo: “dopo la domenica di tempesta Clara, il lunedì al parco Hyde è di fango, il martedì invece sarà “perfetto”. Tutto transitava bene quando i segnali telefonici disparvero sullo smartphone: né prati, né guardie a cavallo, né ruscelli trepidanti, riuscirono a calmare la mia e la sua inaffondabile ansia. Perché non c’era segnale? Colui a cui lo smartphone prendeva male: che ti hanno clonato? Ridacchiando non so quale mestizia. Barbaro normanno che in terra sassone godi di tale godimento. “Tu Saulo”, così io chiamo colui sociologo che mi accompagna, “gingilli e soffri, come ti auspica tua arietina virtute”. Fondamentalmente i maschi ti terrotranquillizzano: “gli hacker non sono arrivati a questo punto, che ti chiedono un’informazione e ti hackerano il telefono”. Ma tu che ne sai dove sono arrivati gli hacker?

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Ma quando on walking arriviamo, freddo e vento a stimmate, ma non piove, ad Oxford Street da Hyde Corner, saranno due chilometri di stradoni e di stravento, tutto improvvisamente tace. Siamo nel quartiere di Marylebone. Improvvisamente gli smartphone si attivano e noi siamo pronti per l’inforcata verso Baker Street.

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Quando arrivi alla casa di Sherlock Holmes tutto ha un suo perché. È la tipica casa dell’ottocento arredata nello stesso modo ma in realtà, Sherlock e il dott. Watson e colei che li gestisce sono tuttora vivi e operanti. C’è pure un bagno operativo, nel senso vittoriano del termine, da esposizione, ma noi giuro non l’avremmo adoperato, mai. Ma c’è, ci dice la guida, chi ci ha provato, e pure dal vivo.

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Non volendo finire in maniera “volgare” o escrementizia vi riportiamo la nobiltà di un colombo londinese, di Hyde Park.

 

 

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