Giuseppe Anastasi, da autore a cantautore

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Palermo –  Un ritorno a casa trionfante, quello di Giuseppe Anastasi, avvenuto giovedì 4 aprile presso “I Candelai” di Palermo. Già reduce da diverse date del tour organizzato in seguito alla pubblicazione del suo primo album “Canzoni ravvicinate del vecchio tipo”, vincitore della Targa Tenco 2018 come Miglior Opera Prima, dopo l’apertura delle bravissime e originali cantautrici Eva Favarò e Giulia Mei, Giuseppe Anastasi inizia il concerto con “Il diario degli errori”, brano consacrato al successo da Michele Bravi nel 2017 con il disco di platino. La canzone è proprio di Anastasi, scritta in coppia con Alfredo Rapetti Mogol, in arte Cheope. Prosegue con i brani del suo album, alternati a inediti che lasciano presagire la produzione di un secondo disco e a grandi successi come “La notte”, “Controvento”, senza risparmiare un accenno a “Malamorenò”, tutti divulgati in passato al grande pubblico dalla straordinaria voce di Arisa. L’intensità delle interpretazioni sul palco palermitano non lasciano dubbi sulla paternità di queste canzoni, nate dalla sua penna come la stragrande maggioranza del repertorio della cantante. Infatti, pur essendo al suo primo album da cantautore, Giuseppe Anastasi è una delle penne più prolifiche del panorama discografico italiano da oltre dieci anni, vincitore di innumerevoli premi come autore, nonché docente di diversi corsi qualificati, primo fra tutti il Centro Europeo Toscolano di Mogol. Se sul foglio non risparmia l’inchiostro, sul palco non risparmia energie: spontaneo, generoso, teatrale, espressivo; in altre parole, siciliano nel senso più fiero del termine. A condividere i plausi del pubblico entusiasta, una squadra carica di esperienza professionale e ricca di successi più che meritati: i maestri Valter Sacripanti alla batteria, Cristian Pratofiorito alla tastiera, Antonio Lusi al basso, Elvys Damiano alla chitarra elettrica, Carlotta Quadraccia ai cori.

Giuseppe Anastasi, da autore a cantautore: citando una canzone del tuo album, vedi questo percorso come un proseguire o come un “Ricominciare”?

 È un partire, perché sono due cose completamente diverse: nel fare l’autore le gratificazioni non mancano, ma nel fare il cantautore devi metterci la faccia. Quindi è un mettersi in gioco in maniera completamente diversa. Ecco perché è un partire, da zero.

Allora concentriamoci sul mestiere del cantautore: rubando impropriamente due versi della tua canzone “Carta da parati”, vedi questa professione come “Qualcosa che vacilla/Come un letto su una palla”?

 Sì, può essere destabilizzante. Però se lo affronti con la goliardia dei quarant’anni si rivela molto stimolante, e lo affronti bene.

E tu l’hai affrontato con un primo album dove prevalgono le tematiche sociali, trattate con due approcci differenti: la narrazione di una storia, come ad esempio quella di “2089” in cui “Si cerca acqua nei satelliti di Giove/La gente non sorride e neanche si commuove”, e la denuncia esplicita come in “Nella rete”, in un presente costituito da “Generazioni nuove e vite omologate”. Quale dei due approcci preferisci?

 La mia prerogativa è raccontare storie. Difficilmente guardo al passato, solitamente tendo al presente o al futuro. Poi, se sono proiettate nel 2089 o sono nell’attualità come “Ricominciare” o come “Nella rete”, fanno comunque parte di me. Queste tre canzoni, in particolare, mi rappresentano moltissimo.

Non manca la canzone d’amore, tra il sentimento appagato di “Salsedine” e il rimpianto di “Giuseppe”. Ma la decisione di trattare l’amore con una chiave più universale è un taglio voluto in quanto cantautore o, citando la tua spassosissima “Zonzo”, è un semplice narrare la vita “saltellando di fiore in fiore” tra gli argomenti?

 Quando fai il tuo disco hai la possibilità di avere dieci, undici tracce a disposizione; e siccome io ho scritto sempre tante canzoni d’amore, da “La notte” a “Meraviglioso amore mio”, in questo disco l’amore è trattato in modo diverso. “Salsedine” parte dall’amore per la natura che con la donna si completa, ricca di riferimenti filosofici. “Giuseppe” non la considero una vera canzone d’amore, è stata ispirata da una persona che mi disse: “Giusé, io soffro, però soffro e basta. Tu soffri, magari vai a casa, scrivi una nuova canzone e ci guadagni”.

Come cita “Giuseppe”, ascolti la morale del tuo portiere; la stessa semplicità si mantiene in “L’aldiqua”, in cui sostieni che capisci poco chi si sente star. Citando un’altra volta in modo improprio una tua canzone, stavolta “Quando passa Maria”, qual è il tuo rapporto con la popolarità e col pubblico “Quando passa Giuseppe”?

 Il pop è bello perché deve parlare del popolo, e io nel mio disco tento di farlo anche con canzoni di sfaccettatura macchiettistica, quasi teatrale, che rappresentano il mio modo di vivere che è assolutamente popolare.

“Trinacria” è la canzone siciliana dell’album, dedicata alla tua terra che “Cu na manu travagghia e cu l’autra spara”. Qual è il rapporto tra l’artista e la Sicilia?

 Purtroppo non vivo più nella mia terra, però sono fortunato di essere nato e cresciuto in Sicilia, coi suoi valori, la sua cultura, il suo cibo e i suoi profumi; per un siciliano andare fuori dalla Sicilia è sempre molto difficile. Questa canzone l’ho scritta in treno mentre stavo andando via ed è un atto d’amore nei confronti della mia terra che ha le sue magagne, ma anche una bellezza che supera i suoi mali in misura esponenziale.

Citando “Lo specchio”: “Riflettendo me ne resto qua”. Giuseppe Anastasi, rifletti sulla tua carriera; cosa ne pensi?

 Non posso che ringraziare per la mia carriera: sono molto contento del mio lavoro come autore e soprattutto come insegnante; ho tanti allievi che mi vogliono bene, che mi seguono. Svolgo entrambe le attività con estrema passione e ricevo veramente molto, perché tutto quello che dai ti arriva moltiplicato.

Progetti futuri?

 Siamo in lavorazione per un nuovo album. Continuerò a fare il cantautore, continuerò a fare l’autore, ma soprattutto farò sempre l’insegnante perché è una cosa che mi dà grande soddisfazione.

Il titolo dell’album?

 No.

Che questo “No” sia il titolo del nuovo album o una semplice negazione ha poca importanza, purché Giuseppe Anastasi prosegua la sua professione con la stessa grinta e lo stesso affetto forte e autentico con cui accoglie il pubblico nella sua arte per nutrirne l’anima proprio come ha dimostrato di saper fare anche su un palco oltre che su un foglio, onorando puntualmente il compito principale di un artista: tutelare l’anima del popolo.