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Riccardo III e famiglia: una Dinasty alla Orofino

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Riccardo III dramma di Shakespeare tra i più complessi per trama e personaggi è reso dal regista Orofino in maniera satiresca e sontuosa come potrebbe essere una famiglia di stile Dinasty. Infatti il  grandissimo pregio del regista è stata la semplificazione, che non è banalizzazione della trama e in qualche modo del testo, che pur mantenendo l’aulica consistenza, ne ha depurato la dizione e lasciato la veemenza, dell’ira, della passione, del desiderio. Chiunque sia stato allevato in una famiglia dell’alta borghesia con una eredità a farla da miraggio è messo nella condizione di capire questa realistica, (se realistico diventasse l’agire del nostro inconscio), messa in scena.

Il dramma è presto detto: chi non ha avuto un parente fratello, cugino, zio, nonno, mezzo storpio e demente, oggi si dice diversamente abile, potrebbe non aver capito che a volte “l’essere toccati dal diavolo”, come si diceva per gli zoppi, rendeva in qualche modo innocenti e puri poiché autentici nei propri intendimenti. In realtà di puro e di innocente ci sta solo Riccardo perché ognuno dei personaggi risulta scomodo e arrogante. Riccardo convince tutti: perché tenta tutti! Ognuno con la propria lussuria, ognuno con la sua brama di potere…il fatto che poi li elimini fisicamente. lo fa solo per concedergli una pace eterna dal loro tormento. Anche l’idea dei doppi e più ruoli ci appare felice e appagante, sia per gli attori che per il pubblico, come se si assistesse ad un ideale actor book da tenere in sospeso per le prossime rappresentazioni. E per chi non è capace, nella vita reale, di tenere diversi ruoli, stia attento alle “cornicette vuote” del crudele, ma rivelatore di verità nascoste, Riccardo di Gloucester.

Mirabili le donne di Riccardo III:  sono coraggiose, impietose, sboccatissime e lussuriose Margherita (una perfettissima “suocera oscura” Raffaella Esposito) la vecchia regina del precedente regno che vaga insultando tutti è quella che lancia la maledizione che si autoavvera a cominciare dallo stesso Riccardo. Grande ispiratrice per colpire e affondare all’interno di una famiglia alto, medio e basso borghese.

“Non chiuda il sonno i tuoi occhi letali se non per darti sogni tormentosi che t’atterriscano con un inferno di orrendi diavoli, schifoso aborto di malizia, maiale grufolante. Marchiato da rifiuto di natura e figlio dell’inferno dalla nascita; tu, vivente calunnia del grembo di tua madre che t’ha fatto; tu, schifoso germoglio dei lombi di tuo padre; strofinaccio dell’onore, esecrabile bastardo”.

Riccardo è il “pretesto” la maledetta funzione anche delle altre tre donne: la regina Elisabetta, la cognata voluttuosa e carnalmente generosa che ha occupato il letto del re e di tanti altri (una meravigliosa Lucia Portale); sua madre la duchessa di York (uno stoico Vincenzo Ricca); e infine Anna (una ideale Roberta Amato) a cui Riccardo ha ucciso padre e marito e che riesce a sedurre davanti al cadavere caldo di quest’ultimo. Da la colpa dei due omicidi alla sua bellezza: “questa bellezza tua che m’ossessiona fin nel sonno, da spingermi a pensare di dar morte magari a tutto il mondo pur di vivere un’ora sul tuo seno…chi ti privò del marito lo fece perché potessi averne uno migliore…è qui davanti a te…” e Lady Anna ci crede e soccombe: per vanità? per lussuria? per masochismo? o perché una donna senza protezione all’epoca era meno di un cane da caccia?

Intanto Lady Anna gli sputa addosso: “vorrei che fosse veleno mortale, per te”. Riccardo risponde: “mai scaturì mortal veleno da così dolce fonte. Non insegnar signora alle tue labbra tanto disprezzo; non per disprezzare esse sono nate, bensì per baciare”. E da qui la sottomissione ossequiosa, il masochismo perverso di Anna che sposerà Riccardo. Ottimi nel fisique du role lo stesso Riccardo (Daniele Bruno), forse in alcuni momenti un po’ troppo sottolineato dalle facce “io sono il cattivo” o dall’eccessivo essere gigionesco alla Carmelo Bene, magari l’estremizzazione di un “viscido” taglio tra “ragni, rospi e vipere”, avrebbe segnato l’emblematica e tortuosa strada da seguire.

Un verace Buckingham (Vincenzo Ricca) gagliardo, virile in fervido contrasto con il molle e inconsistente, ben “vissuto” e recitato Clarence (Camelo Incardona). Infine sono gli anni 30 del novecento che il regista prende di mira con l’alcool, la musica e l’estraneamento procurato e il sonno così spettrale che appare scongiurato, per Riccardo che comunque muore da sommo dopo aver sterminato tutto il suo mondo e il suo creato. Non c’è dubbio alcuno: la strada del dramatherapy shakesperiano è lastricata dalle “buone intenzioni” del regista/terapeuta Orofino.

Che non perda mai il Tocco!

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