Perché “La classe” non è acqua

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Otto personaggi per una commedia attualissima e incredibilmente vera. Un pugno allo stomaco assestato senza l’illusione della gentilezza e senza l’enfasi della tragedia: un realismo degno del più autentico lavoro di Teatro Civile prodotto da una grande realtà come l’Accademia Perduta – Romagna Teatri di Ruggero Sintoni e Claudio Casadio, in collaborazione con Tecnè, SIRP, Phidia e con il sostegno della sezione italiana di Amnesty International. Sul palco del Teatro Stabile di Catania dall’8 al 13 gennaio – e ancora sulle scene dei teatri italiani – è “La classe”, capolavoro contemporaneo che di certo non si pone come obiettivo di colpire lo spettatore, al contrario di altri numerosi lavori di questo genere. Il pugno arriva, ma è lo spettatore a darselo dopo aver assistito per due ore a una realtà vissuta troppo spesso con la protezione emotiva di uno schermo televisivo: con il teatro, con quel teatro, è tutta un’altra cosa.

Assistere alle incertezze di Albert (Andrea Paolotti, vivo nella soffocante struttura difensiva costruita dal personaggio, pronto a balzare fuori per un momento di rabbia), giovane professore potenziato e straniero di terza generazione, alle prese con una classe di recupero. Sin dalla prima scena, lo spettatore prende consapevolezza del suo disagio osservando il disordine della classe (frutto di un’accurata scenografia realizzata da Alessandro Chiti) e si comprende l’esistenza di una sola uscita di scena alla prima manifestazione di un’ansiogena Maisa (la bravissima Cecilia D’Amico, con la sua ottima caratterizzazione); ma l’ansia è solo la punta dell’iceberg e si capisce presto con le violente reazioni di Nicolas (Brenno Placido, carico su un personaggio poco malleabile), le vivaci acrobazie di Talib (il poliedrico Haroun Fall tra canto, danza e recitazione) e la diffidenza di Petra (la sorprendente Giulia Paoletti, in grado di trasmettere molto con poco) in un silenzio che sembra rappresentare un agghiacciante urlo senza più voce. Note di particolare merito a un simpaticissimo e versatile Vasile (magistralmente interpretato da Edoardo Frullini) e alla fidanzata di Nicolas, Arianna (nella mostruosa bravura di Valentina Carli), emblema di quella ribellione già covata dagli adolescenti e ancora senza direzione, che fuoriesce in un imploso ritegno. Come i migliori fuoriclasse, a non lasciarsi scoraggiare dalle intemperie che seguono è il preside (l’eccezionale Claudio Casadio), in grado di liberarsi dalla struttura tutta d’un pezzo, trovare nuove uscite sul proscenio e lasciarsi andare nelle incursioni poetiche che ricamano una significativa cornice sull’intero spettacolo, con una meravigliosa e originalissima metafora sul desiderio di rivalsa. Opera di una grande sintonia e della preparazione individuale di ognuno, gli attori hanno dimostrato una bellezza d’insieme pari alle migliori compagnie navigate, brillanti e di “classe”.

Nessuno è di secondo piano, sono tutti protagonisti di un dramma, costretto a sua volta a fronteggiare la tragedia vissuta dai rifugiati che stazionano nel campo profughi vicino alla scuola, soprannominato in un modo che lascia ben intendere il disprezzo di una massa esasperata come quella del popolo italiano: lo zoo. La guerra in risalto è quella fra poveri, infatti, tra l’isteria degli stessi alunni contro i rifugiati e la volontà degli stessi di scoprire e denunciare gli orrori che li hanno costretti a lasciare casa per arrivare in Italia, nella loro città, dove un fatto di cronaca eleva il fantomatico personaggio dell’accanimento mediatico, mai sazio nel fomentare odio e disprezzo.

Al contrario delle apparenze, la trama non è affatto debole. Non è il punto d’arrivo l’importante, ma la consapevolezza del perché debba esserlo: e Vincenzo Manna, l’autore, ha saputo renderlo chiaro ed efficace, nell’esasperazione delle quanto mai azzeccate musiche di Paolo Coletta, nell’attenta cura dei costumi di Laura Fantuzzo, nelle carica delle luci di Javier Delle Monache; tutto in una grande regia che non ha tralasciato nulla, a cura di Giuseppe Marini.

Una meravigliosa produzione che finalmente vede la riscossa di giovani artisti senza la necessità di un nome solito ai riflettori televisivi; un vento di buona speranza che avvicina le realtà di produzione alle nuove generazioni nel modo più giusto e più bello perché possano affermarsi e rinnovare quelle stelle del teatro che ormai abbiamo perso. Con la speranza che l’Accademia Perduta – Romagna Teatri non resti una mosca bianca, con “La classe” si trasmette il messaggio che i giovani possono finalmente smetterla di doversi inventare e rischiare di vedere sfumate tante brillanti idee che favorirebbero il rifiorire dell’arte. Ma questo, ancora una volta, dipenderà dalla volontà di tutti, perché la classe siamo noi. Ogni volta che voltiamo la pagina della cronaca alla ricerca dell’oroscopo; ogni volta che scambiamo il valore di vite umane per politica; ogni volta che davanti a un crimine irrisolto puntiamo un dito guidato dal pregiudizio; ogni volta che invochiamo le regole solo quando vertono a nostro beneficio; ogni volta che pretendiamo più cultura ma seguiamo i fenomeni di massa; ogni volta che non ci ribelliamo, ogni volta che tacciamo. Noi siamo la classe a ogni illusione che la nostra non azione possa scivolare nel nulla come un fluido, ignorandone le inevitabili conseguenze. Perché, rivisitando un detto: “La classe” non è acqua.