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“Notturno”: nelle sale il documentario di Francesco Rosi presentato a Venezia

Fango, rumore assordante di mastodontici mezzi militari, camion, luoghi inospitali, storie minimaliste (la disperazione di una madre che piange la morte del figlio, torturato e ucciso; l’agghiacciante racconto di bimbi strappati all’infanzia sulle spaventose atrocità commesse dall’ISIS; il pedinamento d’un cacciatore notturno di acquatici volatili; silenziosi pattugliamenti militari, interni rabbrividenti di carceri, ospedali psichiatrici, povere case…), paesaggi sterminati di lande deserte, riprese totali notturne di città ai confini tra Siria, Iraq, Iran, Kurdistan, Libano, dove ogni tanto nell’aria rarefatta echeggia sinistro il crepitare dei mitra.

Con una sceneggiatura essenziale, cedendo di tanto in tanto la parola in presa diretta a racconti di morte, ma affidando l’impatto emotivo soprattutto all’immagine che da sola colma abbondantemente ogni tragico significato, Gianfranco Rosi con il suo agghiacciante documentario “Notturno” (2020), in concorso alla 77.a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, esporta la tragedia continua della polveriera Medio Oriente sugli schermi di tutto il mondo, aggiungendo un senso di pietas e di empatia per quell’angosciante realtà che s’espande sottotraccia attraverso immagini apparentemente asettiche, oggettivamente onuste di quel senso di dramma perenne, di precarietà della vita umana che qui sembra aver perduto ogni significato e la cui sopravvivenza è quotidianamente minacciata dall’incombente presenza della morte. Quasi deprivandolo della parola Rosi restituisce al linguaggio cinematografico una sua pregante “autonomia visiva”, affidando alla sola immagine, forte, dura, rabbrividente, perturbante, raramente accompagnata momenti di tenerezza, la cruda narrazione d’un infinito dramma collettivo.

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