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“L’Ufficiale e la Spia” di Roman Polanski

«Solamente la scena iniziale vale il prezzo del biglietto: in pochi minuti Polanski consegna all’animo dello spettatore il dramma dell’ufficiale degradato»

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A ritemprarci dalla cronaca delle imbarazzanti polemiche sull’arte di Gaugin e Polanski – figlie dei rinnovati isterismi e del loro irradiarsi mediatico -, giunge l’ennesimo monumento cinematografico di Roman Polanski e cala come una mannaia a spegnere la vitalità del chiacchiericcio petulante (almeno per le tre ore di magia in sala).
Solamente la scena iniziale vale il prezzo del biglietto: in pochi minuti Polanski consegna all’animo dello spettatore il dramma dell’ufficiale degradato, e lo fa con sapienza registica somma, coniugando architettura della perfezione e capacità visionaria come raramente è dato vedere attualmente sugli schermi. La prima parte del film è quasi kafkiana. Ci si aggira per i meandri di uffici e palazzi governativi ora fatiscenti, ora sfarzosi, con una cura del dettaglio quasi maniacale. È tutto uno scartabellare di lettere, documenti, manoscritti che esprime la sensuale fascinazione per la carta e la scrittura; la camera indugia spesso sul particolare della corrispondenza incollata, sul frammento di documento strappato e dunque sull’ordito di una trama che disegna i connotati dell’appassionante thriller, anche grazie alla magistrale gestione dell’andirivieni dei flashback che ha il gran merito di dettare i tempi della narrazione relativa agli antefatti che condurranno al processo farsa e alla condanna di Dreyfus.
Questo sottolineare la fatica della comunicazione dell’epoca rispetto alla facilità digitale della nostra contemporaneità, è funzionale a evidenziare il livello di caparbietà e di delirio degli apparati statali e militari di fine Ottocento che soltanto il travaglio dello spirito “moderno” del colonnello Georges Picquart, combattuto tra ragion di stato e verità dei fatti, riuscirà a scardinare. agendo direttamente sugli ingranaggi dell’intelligence della Francia della “Belle Époque”. Polanski realizza un film perfetto sul caso “Dreyfus” spostando il centro della narrazione sulle vicende del colonnello Picquart, descrivendo un’ambientazione proustiana della Parigi di fine Ottocento – resa splendidamente negli scorci delle scene che ricostruiscono certi luoghi storici -, e centellinando le musiche di Desplat in pochi e misurati commenti sonori. Se, come dice Carmelo Bene, “genio è chi fa quel che vuole e se ne procura i mezzi”, questo del genio Polanski è uno dei più dilanianti atti d’accusa lanciati contro la persecuzione giudiziaria e la delazione eletta a strumento di delegittimazione, che, certamente, fonda le radici nella storia personale del regista per poi sublimarsi nell’eterno racconto del “caso Dreyfus”, simbolo di ogni nefandezza che si fa legge-condanna-verità.

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