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Il “Muro invisibile” a El Paso, sul Rio Grande

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Non solo una semplice presentazione del libro, ma un profondo dibattito sul diritto del migrante. Un richiamo a quei principi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, a quell’articolo 13 comma 2 nel quale viene sancito che naturalmente ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese in assoluta libertà e all’articolo 3 che sembra “urlare” a squarciagola che “ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”. Un Sociologo della Cultura e della Comunicazione, un attivista e Produttore Culturale e uno scrittore studioso e curioso che ha deciso di iscriversi all’Accademia di polizia per diventare una guardia di frontiera, per comprendere il fenomeno dei flussi migratori in prima persona. Nato a Tucson, Francisco Cantù, statunitense di origini messicane dopo aver studiato all’università relazioni internazionali, borsista Fulbright, dopo quattro anni di servizio, nel 2011, lascia il corpo di polizia e riguardando attentamente i diari che aveva tenuto negli anni di servizio nasce l’idea di una sorta di reportage dell’esperienza che vuol fungere anche da denuncia. Dai dati che vengono fuori sul numero di morti provocati anche dalle lotte e dall’imperio dei narcotrafficanti, si nota il crollo di un mito, quello americano che trascina la libertà in un mondo di paura e violenza nei confronti delle minoranze, fa notare Giuseppe Lorenti. Riportando alla memoria che l’inasprimento delle misure di sicurezza tra Usa e Messico risalgono al 1994, all’epoca di Bill Clinton, emerge dalla discussione che proprio la presidenza democratica di Barack Obama deporta il più alto numero di immigrati e che solo un’occasione politica ha portato Trump a fare della costruzione del Muro, la propria bandiera. La retorica della politica nazionalista si scontra con l’immaginazione che ci conduce, attraverso le parole del libro, ad una sana empatia, con espressioni che non vogliono essere categoriche ma una sorta d’inchiesta giornalistica ibrida, lontana dalle solite espressioni dei media tradizionali, dice il sociologo Guido Nicolosi. Un fenomeno disincarnato – continua – che si adatta ai desideri delle persone, affrancate da una politica che non regge i miti, ormai disincantata. E allora bisogna leggere il fiume che ci separa (nel libro il fiume è il Rio Grande) non solo come un distacco ma come un’opportunità, un ponte che ci permette di comunicare lasciandoci alle spalle quelle dicotomie, da sempre pericolose, che scortano i confini come entità assestanti, come un qualcosa che invece di separarci, ci unisce. Il racconto della violenza in maniera gentile potrebbe essere nella forma tout court un ossimoro, ma potrebbe rappresentare quella chiave di lettura che può far comprendere il fenomeno alle persone comuni, senza accentuare percentuali e statistiche per la quale i molti non sono avvezzi e in un certo qual modo rifiutare o quanto meno abituarsi a letture diverse dalla spettacolarizzazione mediatica. Interessante, ad un certo punto del dibattito, il riferimento alla filosofa statunitense Judith Butler, a quella che è definita dalla studiosa “distribuzione politica del lutto” nel quale la sfera pubblica in maniera asimmetrica, vede i morti come spersonalizzati, senza volto né un nome. I morti diventano corpi, in una sorta di derealizzazione collettiva funzionale all’obiettivo politico, economico e militare (caso USA) che produce uno speciale razzismo amorfo, imprecisato, razionalizzato solo dall’appello all’autodifesa rischiando di produrre una vera e propria “distorsione ontologica” che produce un distacco immotivato. Un libro da leggere dunque, non un vero e proprio saggio e nemmeno un reportage o un diario, ma un racconto che può far comprendere quali siano le due facce della medaglia, senza peraltro dover scavare troppo in fondo alla botte per vederne tutte le impurità.

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