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I Promessi Sposi e il new deal religioso

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È la religione nel senso più alto del termine il trait d’union di tutta l’opera dei Promessi Sposi andata in scena il 9 e il 10 marzo al Metropolitan di Catania. Una “promettente” opera musicale che potrebbe varcare tranquillamente i confini dell’Italia e girare in Europa e chissà, non vogliamo mettere limiti alla “divina provvidenza”, andare in altre parti del mondo ad esportare il made Italy, prodotto sapientemente a Catania. Le coinvolgenti foto sono di Donatella Turillo.

Da buoni psicologi con il collega Carlo Martinens. abbiamo cercato di dare un taglio diverso alla solita recensione: lui si è occupato degli uomini e la sottoscritta delle donne.

Lucia (Maria Cristina Litrico) è una sorta di madonna col potere seduttivo della purezza riesce a smontare tutti a cominciare dal suo Renzo a Don Rodrigo e l’Innominato, tutti ai suoi piedi in un modo o nell’altro. Infatti l’ottima voce suadente rappresentata dalla figura della giovane operaia in una filanda lombarda del Seicento, rappresenta l’aspetto più puro e semplice della società contadina dell’epoca; e quella modestia un po’ guerresca delle contadine la sua bellezza non eccezionale segnata da anni di patimenti: Lucia rappresenta la forma più pura e sincera di religiosità, ella affronterà ogni avvenimento con una costante fiducia nella “divina provvidenza” e saprà consolare, a volte anche indirettamente, l’animo impetuoso di Renzo.

“Il Signore c’è anche per i poveri; e come volete che ci aiuti se facciamo del male?”.

Altro personaggio femminile di grande rispetto potente prepotente e avvezzo ad una logica seduttiva e mai banale è stata la signora Gertrude, più nota come Monaca di Monza , che obbediva in tutto e per tutto ai precetti della religione adottata e alle cieche leggi dell’orgoglio del casato. Il padre-principe le aveva detto: “Il sangue si porta per tutto dove si va”; “comanderai a bacchetta”; “farai alto e basso”. Manzoni scriveva: “Ma la religione, come l’avevano insegnata alla nostra poveretta, e come essa l’aveva ricevuta, non bandiva l’orgoglio, anzi lo santificava e lo proponeva come un mezzo per ottenere una felicità terrena. Privata così della sua essenza, non era più la religione, ma una larva come l’altre”. La voce e la presenza scenica dell’attrice cantante, una perfetta Grace Previti hanno  reso mirabilmente l’ambiguità della nobildonna.

Agnese e la Perpetua appaiono come donne che sistemano tutto perché tutto deve andare nel verso giusto che è quello della provvidenza: loro sono provvide di consigli che poi in realtà si rivelano pasticci su pasticci. E non di cibo stiamo parlando. Il buon senso comune che non essendo mosso dai più alti impeti si trasforma in arido perbenismo e buffe trovate. Lucia e Gertrude sicuramente restano l’una il contraltare dell’altra tanto è spirituale e semplice l’una quanto è carnale e complessa l’altra. Entrambe portano sventure con il loro essere femminile e quindi debole, fragile, soccombente e passivo. Ma Lucia con la forza della “purezza” il non cedere alle lusinghe di Don Rodrigo, risulta vincente rispetto a Gertrude che obbligata alla monacazione decide di provare le vie del peccato carnale concedendosi ad Egidio. Che valore oggi può avere la verginità e la purezza? In questo caso la forza della seduzione spirituale ha avuto la meglio e la donna Lucia rispetto la donna Gertrude, è risultata più potente.

Ora è la volta dello psicologo Carlo Martinens.

I Promessi sposi, adattamento musical del regista Alessandro Incognito, che veste anche i panni del giovane Renzo, si presenta come un’opera ben costruita, con una coreografia brillante ed eloquente, i costumi curati nei dettagli, la scenografia sobria ma funzionale utilizza la tecnica del videomapping, con la quale sono realizzate in maniera sorprendente le scenografie esterne.

Mettere in scena un testo così complesso di sicuro non era un’operazione semplice. Questo spettacolo prova a rendere la grandezza dell’opera manzoniana mettendo in risalto il carattere romantico della storia, puntando a mostrare i personaggi come presi da una spinta al bene, alla bontà d’animo. Anche i “cattivi” non sono così cattivi come potrebbero. La colonna sonora forse un po’ troppo melodica in un tentativo di unitarietà del messaggio, finisce poi per convincere e accompagnare con la giusta verve i drammi e le vicissitudini dei personaggi.

La canzone d’inizio che vede fiorire l’amore dei due giovani e suggella la loro promessa di matrimonio, è sostenuta da una melodia soave e andante che coinvolge il pubblico e lo rende partecipe del loro amore. Ma con il trascorrere della storia a volte si sente la mancanza di una scossa, una trovata originale o più semplicemente un cambio di ritmo. Sembra di riascoltare adattamenti leggermente ritoccati della canzone tema, che a volte non riescono a rendere pienamente il pathos e la tragicità insite nelle situazioni.

Spiccano come scogli nel mare tre scene che per costruzione e recitazione/canto riescono a dare la giusta potenza all’azione. La stupenda trovata scenica di far interpretare l’avvocato Azzeccagarbugli al corpo di ballo con una coreografia viva, energica, impeccabile nella coordinazione e frenetica come le idee e i movimenti del dotto; il momento dell’addio ai monti dove Lucia fa commuovere con il suo melodioso e triste canto; la disperazione della madre della piccola Cecilia morta di peste riempie il teatro e regala un momento di vera commozione.

Gli uomini dello spettacolo.

Don Abbondio:  che ha dato il meglio con Perpetua durante l’intreccio dialogico dove funziona ed è più vero.

Renzo: il protagonista principale è interpretato dallo stesso regista. Giustamente ingenuo e inebetito dall’amore per Lucia all’inizio dell’opera, appare invece troppo poco coinvolto nei moti di Milano e mostra a volte un’eccessiva indulgenza durante il corso del musical. Nel cantato diventa più coraggioso, nei duetti e nei quartetti con Lucia, Egidio e Gertrude,  esprime il suo massimo pathos diventando egli stesso momento topico dell’opera.

Don Rodrigo: forse la migliore presenza scenica maschile. Il personaggio c’è, arrogante, sbruffone, prepotente, pieno di boria. E c’è anche nella sua altra faccia, quella meschina e servile che si inchina d’avanti all’Innominato. E anche nella morte dimostra dignità (attoriale).

Azzeccagarbugli: decisamente una delle trovate più geniali: per interpretare il dotto legale, lo stesso si sdoppia, si divide in 10 (grazie al bravissimo corpo di ballo) e accerchia e stordisce il buon Renzo in un ballo frenetico.

Fra Cristoforo:  nell’immaginario comune rappresenta la forza d’animo, la solidità delle sue scelte e il coraggio incrollabile come la sua fede, anche di fronte alla morte. Sul palco si è visto un Cristoforo preoccupato per le sorti dei due giovani, indaffarato a cercare una soluzione, ma non dà mai l’idea di coraggio e di fortezza. Forse era questo l’intendimento del regista?

Innominato: una recitazione solida, espressiva, specialmente nella scena con il cardinale.

Cardinale Borromeo: con don Rodrigo i due personaggi più riusciti e meglio interpretati, spande carità cristiana, magnanimità e speranza a tutti, non solo all’Innominato in una scena veramente toccante.

Egidio: preso dall’amore per Gertrude, assieme danno vita a una scena toccante e sensualmente coinvolgente.

Ne viene fuori uno spettacolo solido, con una produzione attenta, una coreografia puntuale ed espressiva, una regia avvincente e incalzante.  La recitazione, seppur molto impegnata e accorta, talvolta scivola nell’accademia perdendo slancio emotivo.Lo spettacolo maturerà insieme ai suoi giovani interpreti e diventerà un fiore all’occhiello di una produzione tutta siciliana da esportare nel mondo.

Con la regia di Alessandro Incognito, regia associata di Gisella Calì, le coreografie di Erika Spagnolo e direzione musicale di Lilla Costarelli.

Complimenti veramente a tutti.

 

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