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I piedi fuori dall’acqua, Sonja Gherbi e la sua scrittura autobiografica

L'immagine della sirena che incarna una nuova presenza a sé stessi, agli altri e al mondo, è qui una figura simbolica di uno spazio profondo di comprensione di sé stessi e del mondo.

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Orazio Valastro sociologo consulente e formatore autobiografico, dirige Cassandra Poetiche Autobiografiche collana di libri di Edizioni StreetLib 2019 ci racconta del primo libro di Sonja Gherbi nato dal suo corso di scrittura autobiografica.

Scrive Valastro nell’introduzione: “Guardare con gli occhi di una sirena, personificazione della sensibilità e della creatività rivelate da un intenso e appassionato percorso di ricerca personale, è l’esortazione che queste pagine rivolgono a tutte e tutti noi. Esplorare il mondo, come lettrici e lettori, attraverso gli occhi dell’autrice. Che cosa ci rivela e verso dove ci accompagna la scrittura autobiografica di Sonja Gherbi? È nell’ascolto sensibile di sé e degli altri che la scrittura autobiografica incoraggia la crescita della persona, sperimentando il mondo che abitiamo insieme, esplorando noi stessi per compenetrarci nell’altro, alimentando la fiamma della vocazione umana. La vocazione ad accogliere e ricevere gli altri e il mondo attraverso la tolleranza e la compassione, ammaliati dall’attrazione estetica potente ed efficace del racconto autobiografico, ci conforta nel difficoltoso tentativo di assumere lo sguardo di una sirena aliena, come energia estranea e resistente alla crudeltà del mondo, che reincanta il senso del tutto e della vita come bisogno vitale d’amore”.

L’incipit della sirena protagonista del romanzo di Sonja Gherbi.

“Mare no​strum e un po’ solo mio. Sopraffatta dallo stupore che la vita mi sa regalare, a volte mi manca il respiro per il troppo vivere intensamente. Con il naso tappato m’immergo in una bolla d’acqua, l’aria mi sfugge dalle narici ma io continuo a respirare: sono in mezzo al mare e dal suo bassoventre correnti d’acqua affiorano per darmi una spinta; mi avvio dentro la mia navicella a forma di bolla, verso quel blu che riempie anche gli occhi più distratti. Potrei essere una donna-pesce, in esilio, che ha imparato a imprecare nella lingua degli uomini e a sognare, amplificando in un’eco il contorcersi dei pensieri più profondi. Ma, ahi​mè, non sono cer​to una si​re​na, io! Il mio nome ha un suono variabile, legato a una lettera in particolare che è irrequieta, cangiante, soggetta alle varietà e alle oscillazioni di pro​nun​cia, no​ma​de quan​do non ne può fare a meno e mai li​be​ra di passare inosservata. Una semivocale che non può fare la semivocale e una vocale che, per essere riconosciuta tale, necessita sempre di far ri​fe​ri​men​to a un sen​so di ap​par​te​nen​za. Lo so, mi diletto con le parole e dimentico di presentarmi! Mi chiamo Sonja, pronunciato in italiano come Sonia ma scritto come un nome straniero. Sono nata tra due mondi ma come tutti il mio spirito è in perpetuo movimento, in un’altalena di convinzioni, verità re​la​ti​ve e gio​chi di co​mu​ni​ca​zio​ne”.

Continua il sociologo Valastro: “Oggi abbiamo bisogno di ricucire una sofferenza collettiva e la scrittura autobiografica ci permette di restare vicini alla nostra umanità, lasciandoci accompagnare dallo sguardo dell’altro, dalla meraviglia che suscita e che risiede nella possibilità di sentirci compresi e di comprendere, oltre le parole, quando anche per un breve istante possiamo cogliere il senso profondo delle storie condivise. L’immagine della sirena che incarna una nuova presenza a sé stessi, agli altri e al mondo, è qui una figura simbolica di uno spazio profondo di comprensione di sé stessi e del mondo”.

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