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“Hands On”, progetto di e con Emma Scialfa, Paolo Sorge, Fabrizio Puglisi e Marius Moguiba

A Zo centro culture contemporanee: danza e musica, corpo e gesto come accesso a una partitura sonora non trascrivibile

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Danza e musica, corpo e gesto come chiavi d’accesso a una partitura sonora non trascrivibile. Mi sono svegliato così stamane, con questa frase netta, limpida, scandita che zampillava dialetticamente nello scarto dello spazio onirico. La sera precedente avevo assistito allo spettacolo “Hands On” in quel di “Zo” a Catania. Non conosco Marius Moguiba, ma Emma, Paolo e Fabrizio sono amici di vecchia data: siamo praticamente cresciuti insieme artisticamente e goliardicamente. Sentivo dunque il bisogno di riportare alcune mie sensazioni dopo la visione della performance. Di solito scrivo recensioni di film e spettacoli su alcune riviste, pratica che eseguo con passione priva di scopo proprio perché non sono affatto interessato al re-censire, allo scandaglio sterile. Le mie sono più che altro trascrizioni di emozioni indotte e così sarà per questa performance, anche in virtù delle ragioni di conoscenza che mi legano ai protagonisti dello spettacolo.
L’impatto con “Hands On” è stato per me innanzitutto di tipo visivo perché sono rimasto letteralmente incantato dal ritorno in scena della danza di Emma Scialfa. In questa maturità consapevole, ogni gesto coreutico della danzatrice e coreografa rimandava ad “altro”, essendo la purezza dell’azione corporea impronta di un calco e di un ordito cesellati in una remota regione dell’espressività, territorio accessibile ai pochi iniziati della vita. A Emma Scialfa faceva da contraltare la plastica e fisica danza di Marius Moguiba, quasi a demarcare uno iato dialetticamente non riducibile tra due microcosmi prossimi e al contempo sideralmente distanti.
La cornice dello spazio scenico contemplava e naturalizzava l’essenza delle due alterità danzanti tramite processi di permutazioni identitarie in ragione della risoluzione sonora operata dagli altri due “cantori” in scena (più spesso nei momenti di corto circuito del “dispositivo scenico”, ove poteva dispiegarsi la bellezza del frammento, intesa come traccia, pista, sentiero da seguire).
Sul deserto del palcoscenico occorreva dunque ridefinire gli ambiti di una geografia palmare mediante l’uso di elastici e corde per dare vita a questo essere dentro-fuori l’esperienza della vita e della morte: le mani-forcipe in costante trazione-estrazione di “intérieurs”, il non sapere più “a cosa la parola mondo possa riferirsi”, giusto per citare il filosofo indiano Abhinavagupta. E dunque tale “irriducibilità” di mondi, corpi, anime, arte si è rivelata alla mia contemplazione odierna: lo spettacolo “Hands On” è nella sua essenza uno stimolo che invoglia a rovistare sotto le apparenze del Reale, ove pare possa celarsi la Cosa Oscena, lo spettro del non simbolizzabile. La dissolvenza tra l’acquorea ninfa Pandora-Scialfa e l’igneo dio Prometeo-Moguiba, perenne contatto fra mani divine e ultraumane, è descrizione di contraffazione fra dèi e dèi, lesti di mano come lestofanti pronti a sottrarre il prezioso fuoco che genererà la materia e il regno dei mortali (sbattono le mani su corpi e strumenti, eccolo il processo “creativo”).
L’ancoraggio, il “point de capiton” che fissa il significato degli elementi che lo procedono, il carattere retroattivo della significazione di questa azione scenica non poteva che essere assicurato dalle musiche e dalle improvvisazioni di Paolo Sorge e Fabrizio Puglisi, dalle strutture nella struttura dell’opera, dagli incastri delle composizioni minimaliste, dalle improvvisazioni liberatorie di matrice afrojazz.
Talvolta mi è mancata la linea di continuità in questo arcipelago di scene, sensazione subito sublimata dalla perizia e dalla consapevolezza degli artisti in scena, sempre pronti a ricondurre questo giogo virgiliano dell’ “Acheronta movebo” (dello scardinare gli inferi con le proprie mani onde sovvertire l’ordine di senso illusorio di ogni mondo) alle ragioni della contingenza del me-spettatore, in un contrappunto necessario a fissare un’antropologia della fruizione. Il buio delle luci al neon rimanderà poi a quell’essenza di disumano che ricercherò in ogni opera, all’atto di vivisezione del sacro che oramai è il fulcro della mia stolta missione; ecco, forse in quei momenti ho sentito vacillare le fondamenta del mio serale ordine simbolico. Questo è già, di per sé, uno straordinario risultato.

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