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La Rosa Tatuata di Elisa Franco ovvero Del buon uso erotico della collera e di qualche sua conseguenza

Lo spettacolo dovrebbe andare in tournée perché merita veramente una visione nazionale e internazionale. Per risvegliare l'eros, la coscienza e la conoscenza femminile

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Straordinarie forti moderne le donne della piece teatrale La rosa tatuata portata in scena da Elisa Franco e la sua compagnia La Carrozza degli Artisti. Una commedia in tre tempi dove tutte le donne sono sanguigne, petulanti, violente, passionali e gli uomini sono soltanto dei burattini bacchettoni orchestrati (tutti peraltro bravissimi) umani convertitori del libero eros e coscienza femminile…


Una scenografia invasiva, invadente a tratti divertente (Arsinoe Delacroix e i Servi di scena) che permette ad Elisa Franco di fare la sua Serafina Delle Rose con un linguaggio verace pieno di gag siciliane inventate per l’occasione, ma sicuramente nate da un lavoro professionale di improvvisazione e di immedesimazione del personaggio: per dirla secondo il Metodo Stanislavskij.

Come hanno fatto in due ore mezzo a non sbagliare niente: né i tempi, né le battute, né le entrate e le uscite e i corpi che rispondevano esattamente agli stati d’animo, fa presupporre che il testo piaceva proprio a tutti, anche ai personaggi più marginali, che poi marginali non erano perché facevano parte tutti dell’ingranaggio perfetto. Raramente ho visto una commedia così ben interpretata, tanto che diventava più uno spaccato di vita, libero, autentico fuori da ogni schema per l’argomento trattato, considerando poi l’inizio del periodo di libertà sessuale per tutte le donne il 1955 negli Stati Uniti: libertà di scegliere, di comunicare, di cambiare, di tradire.

Da far vedere alle donne che aspettano di essere scelte e di essere impalmate dall’uomo manichino di turno. Da far vedere alle donne afflitte dalla propria inutile dipendenza affettiva che magari sfociano in imbelli lamenti isterici ed di donne abbandonate. Da far vedere agli uomini che hanno dimenticato cos’è la passione nel matrimonio, che può durare tutta la vita senza essere scalfita da qualche scappatella, di altrettante donne passionali e clandestine.

Quando Serafina Delle Rose scaglia le ceneri del marito perfetto con cui per 20 anni aveva fatto l’amore ogni notte, si libera da quella schiavitù sottomessa di un patriarcato che di lì a poco sarebbe sfociato nei favolosi anni’60 del libero amore e della parità dei sessi. Quando incontra il sosia del marito “nella sostanza delle sue forme maschie” non si pone più la falsa morale della fedeltà e dell’amore vero e ideale: ha solo bisogno di essere amata col suo ancora giovane corpo pieno di vita, di eros e di collera! Che poi ha la stessa matrice fisiologica, l’eros e la collera.

Esiste un libro che condensa psicologicamente le violenti baruffe di Serafina che difende sé stessa e sua figlia da una serie di commenti beghini e religiosi che le fanno obnubilare la libertà amorosa di quest’ultima: il libro in questione si chiama “Dell’uso erotico della collera e di qualche sua conseguenza” di Gérard Pommier e già dal titolo non ha bisogno di ulteriori commenti. Serafina Delle Rose è il suo corpo che diventa ragione e sentimento, nella sua visceralità di pancia che sa cosa va bene per lei! E neanche le prediche del parroco che Serafina prende regolarmente a manate, la scalfiscono minimamente. Lei sa cos’è la passione, la vita, l’eros e la conoscenza, lei ha coscienza e conosce il “potere del piacere femminile”.

Quando Tennessee Williams scrisse la commedia lo fece per Anna Magnani perché non c’era ancora Elisa Franco: era 1955 pensava forse all’estremo consumismo di cui si era invaghito il popolo americano composto dai soltanto da anglosassoni invasori? Pensava forse alla prossima rivoluzione gli afroamericani come gli italoamericani con le loro case di lamiera che vivevano in maniera promiscua trafficando con l’allora mafia da guerra fredda che brulicava tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica? O era il boom economico e consumistico che riguardava l’industria della fiorente fibra prodotta con il petrolio, per contrastare tutte le Serafine che facevano ancora le sarte artigianali? O l’allora educazione scolastica di massa, di cui la figlia Rosa era una degli emblemi, che permetteva a chi era nato nei sobborghi da umili di famiglie di cambiare il proprio destino?

Fatto sta che nessuno all’epoca scriveva una commedia che poi diventò un film, premiato con diversi Oscar, che deve essere interpretato da quell’attrice italiana, se non perché vuole fare passare quel messaggio piuttosto che un altro e non può essere soltanto un vacuo intrattenimento. E ci piaciuto enormemente il passaggio al brukkolino così elegante della nostra Elisa Franco che ha trovato, a mio personale parere, in Serafina delle Rose l’incarnazione del Suo Personaggio.

Grande menzione va a Viviana Toscano una splendida Rosa Delle Rose, fresca, maliziosa, tenera e molto credibile in tutti i passaggi del suo personaggio, in costante evoluzione, quella generazione che sarà poi quella degli attuali americani, i meticci che hanno creato l’intreccio di quello che è oggi il melting pot U.S.A. Lo spettacolo dovrebbe andare in tournée perché merita veramente una visione nazionale e internazionale. E potrei ancora dire: beati coloro che lo videro!

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