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Analisi ironica e impietosa del denaro le terre e le donne negli atti unici di Čechov

L’ironia dei due atti unici sorprende e diverte con l’intelligente interpretazione al teatro L’Istrione L’orso e La domanda di matrimonio con Filippo Brazzaventre che ne firma anche la regia, Debora Bernardi e Aurelio Rapisarda.

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Nell’analisi di Čechov, la crisi della borghesia russa, e quindi del Paese di cui dovrebbe essere l’ossatura della nazione, ha inizio proprio con l’ipocrisia dei rapporti familiari, e l’avidità che lentamente porta all’indifferenza verso le proprie ricchezze, e all’incuria dei patrimoni. Questo è un tema talmente caro a Čechov che lo troviamo anche nel Giardino dei ciliegi. L’ironia invece dei due atti unici sorprende e diverte con l’intelligente interpretazione al teatro L’Istrione del L’orso e La domanda di matrimonio con Filippo Brazzaventre che ne firma anche la regia, Debora Bernardi e Aurelio Rapisarda.

Ne L’orso una piacente vedova, si vede irrompere in casa un tenente d’artiglieria, che reclama il pagamento di un debito di 1200 rubli, a suo tempo contratto dal marito defunto della donna. Filippo Brazzaventre si cala alla perfezione nei panni dell’uomo evocato dal titolo, sgarbato e aggressivo verso la vedova, ben deciso a non andarsene prima di aver riavuto la somma prestata. Il denaro, quindi, al centro della vicenda. Da parte sua, Debora Bernardi dà vita a una donna che è ben decisa a far valere il proprio orgoglio, accettando di battersi a duello con l’irascibile tenente. Il quale, s’invaghisce improvvisamente di lei, affascinato da questa sua mascolinità, che interpreta come un segno del cambiamento dei tempi, della forza delle nuove generazioni. In realtà, sembra suggerire Čechov, la donna è sempre la stessa, fatta di astuzia, civetteria, e qualche debolezza; è l’uomo (russo), che invece sta cedendo parti importanti della sua virilità, abbagliato dalla forza espressa dalle donne, e non più in grado di contrapporne una che le sia dialetticamente: “Tre volte ho partecipato a duelli per causa di donne, ne ho abbandonate dodici, nove hanno abbandonato me! Già! Un tempo facevo lo stupido, il sentimentale, il vagheggino, ero tutto miele, strascicavo i piedi… Amavo, soffrivo, sospiravo alla luna, mi commuovevo, mi sdilinquivo, raggelavo… Amavo appassionatamente, furiosamente, in ogni modo, che il diavolo mi porti, cicalavo come una gazza sull’emancipazione femminile, ho sperperato per i teneri sentimenti metà dei miei averi, ma adesso, tanti saluti a casa! Adesso non mi lascio più abbindolare! Basta! Occhi neri, occhi passionali, labbra scarlatte, fossette sulle guance, luna, sussurri, timidi sospiri; per tutte queste cose, signora, oggi non darei un soldo! Non parlo dei presenti, ma tutte le donne, dalla più infima alla più sublime, sono smorfiose, smancerose, pettegole, maligne, bugiarde fino al midollo, vanitose, meschine, crudeli, la loro logica è follia, e per quanto riguarda questa parte, scusate la mia franchezza, un passero può dare a qualsiasi filosofo in gonnella una buona decina di punti! Se guardi una di queste creature poetiche vedi una mussolina eterea, una semidea, una sequela di estasi, ma se dai un’occhiata nell’anima ci trovi un coccodrillo qualsiasi! Ma più assurdo di tutto è che questo coccodrillo si immagina, chissà perché, che il suo capolavoro, il suo privilegio e monopolio siano i sentimenti teneri! Impiccatemi a questo chiodo a gambe in su, se una donna è in grado di amare qualcuno, oltre al suo cagnolino maltese… In amore non fa altro che lagnarsi e piagnucolare! Là dove un uomo soffre e si sacrifica, tutto l’amore di lei si esprime soltanto nel far ruotare lo strascico e nel cercare di pigliarti per il naso ancor di più. Voi avete la sfortuna di essere donna, quindi conoscete dal di dentro la natura femminile. Ditemi in coscienza: avete visto in vita vostra una donna che fosse sincera, fedele e costante? No, eh! Fedeli e costanti sono solo le vecchie e le brutte! È più facile trovare un gatto con le corna o una beccaccia bianca che una donna costante!”

Ne La domanda di matrimonio osserviamo un impacciato Ivan Vasil’evič (Filippo Brazzaventre), che, infagottato in un ridicolo frac, si appresta a chiedere in moglie la giovane Natalia Stepanova (Debora Bernardi). È subito chiara la profonda differenza fra i due giovani: entrambi proprietari terrieri, entrambi benestanti, entrambi con un forte senso della proprietà privata, ma il buon Ivan è tanto timido e irresoluto, quanto Natalia è sicura di sé, e se all’inizio assume un atteggiamento gentile verso l’uomo, non appena si accenna al “prato del bove”, la cui proprietà è contesa da entrambi, subito il suo atteggiamento si fa aggressivo, in nome della rivendicazione di quanto pensa le appartenga. La brava Debora Bernardi offre al pubblico un bel ritratto della barynya danza tipica russa di campagna, con qualche idea in testa ma ben costruita, con atteggiamenti maschili; la discussione scivola ben presto nel risentimento e nel canzonamento verso il debole Ivan, che dapprima fugge, e la ragazza lo fa richiamare; astuta calcolatrice, pur dietro un volto angelico e un’adorabile civetteria, non vuole rinunciare né alla proprietà né al matrimonio, che le permette di aumentare la propria ricchezza. S’intuisce infatti da subito, che l’uomo di casa sarà lei. Filippo Brazzaventre, nelle vesti di Ivan, interpreta con grande maestria il tipico barin della Russia zarista, il signore e proprietario di terre feudale, timido, inetto, responsabile della propria rovina per l’incuria con cui non amministra la sua proprietà, e per la tendenza a evitare qualsiasi seccatura.

Ottima anche l’interpretazione di Aurelio Rapisarda rispettivamente il cameriere della nobildonna e il fratello della contadina.

 

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