Sicilia Report
Direttore Paolo Zerbo
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Intervista allo scrittore Aldo Dugo e alla storia vera delle “sue” Lettere da Panama edito da Carthago

La stupefacente storia di un amore vero dei primi del novecento con le lettere originali dell’epoca e l'esperienza affascinante di un esordiente scrittore maturo

Intervistare Aldo Dugo con le sue infinite storie piene di aneddoti e particolari, è stata una forte emozione. Un invito a tutti noi a non perdere mai di vista le memorie e ricordi di chi ci sta accanto. Un invito a leggere il suo libro pieno di storie documentate come un piccolo saggio romanzo che dovrebbe entrare nelle scuole. Una lezione di vita umile e sagace al tempo stesso che ci illumina su un passato recente che si chiama Storia.

Susanna Basile: Chi è Aldo Dugo?
Aldo Dugo: È un uomo comune, un uomo normale al quale il ritrovamento di un epistolario amoroso datato 1924 ha fatto esplodere tutto quello che aveva dentro l’anima ricordando un’infanzia dolorosa, un passato triste, ma, anche, un meraviglioso padre portatore di ammirabili valori.

SB:Come nasce il titolo del libro Lettere d’amore dal Panama?
AD:Scoprii, dall’epistolario rinvenuto, che questo tenero incredibile amore contrastato, avversato per proibizione di alcun contatto fra gli amanti da parte del cognato, aveva necessità di trovare una soluzione. La travolgente forza dell’amore fece escogitare a mio padre una incredibile e fantasiosa soluzione. Approfittando di un comune circolo ricreativo microletterine inserite in una bustina da lamette da barba venivano infilate nella larga striscia del cappello (in estate ai primi del ‘900 si portava il Panama) del cognato in modo da trasformare “il nemico” in un messaggero d’amore. La splendida copertina figlia della eccelsa mano di una grafica siracusana Francesca Nobile ne esprime pienamente il significato.

SB:Cosa c’è di vero e di inventato in questa favolosa storia?
AD:Se non avessi davanti agli occhi documenti, foto, lettere, una miniletterina, la bustina della lametta, il certificato del matrimonio datato 1926, potrei pensare che si tratta di una storia inventata. Ma, la sola lettura delle missive scambiate, che ho davanti agli occhi, è cosa che commuove sino alle lacrime. Debbo anche confessarle che, tanta parte del romanzo, è frutto della disponibilità da parte mia ad ascoltare le persone anziane ricche di ricordi ed esperienza. Mia nonna negli anni ’50, assiso in una panchetta avanti a lei, mi raccontava le storie della sua famiglia, del padre che dilapidò una proprietà terriera (chercez la femme), della sua gioventù, della bellezza della campagna siciliana, abitudine che, purtroppo, non si riscontra ormai nella attuale gioventù.

SB:La sua scrittura ha delle venature che ricordano Giovanni Verga nelle sue novelle più mature soprattutto le dettagliate descrizioni dei personaggi e i loro stati d’animo quanto questo autore l’ha ispirato?
AD:Non solo Verga ho amato, ma nel prosieguo della mia vita ho letto Pirandello, Vittorini, Sciascia, Quasimodo, Brancati, Capuana, De Roberto e tutti i meravigliosi cantori della mia amata terra poiché molto vicini al mio essere, al vissuto di un ragazzo di una Sicilia buona, sincera, operosa, contadina, dove la solidarietà umana si toccava con mano, in momenti in cui ci si contentava di vivere di quel poco che c’era.

SB:Invece la parte più narrativa dei contesti delle situazioni le considerazioni storiche ricordano di più gli affreschi di Camilleri romanziere del “La scomparsa di Patò”: quanto quest’altro autore l’ha influenzata nel suo stile?
AD:Per quanto riguarda Camilleri (respingo questa improponibile oscena similitudine – stiamo parlando di un colosso – ed io sono un moscerino) debbo dirLe che l’influenza è stata relativa soprattutto in ordine al “commissario Montalbano” che mi è sembrato, almeno nella parte più avanzata, una operazione commerciale. Mi hanno più affascinato invece altre sue composizioni come La scomparsa di Patò ma mi ha, soprattutto, deliziato un suo romanzo che forse pochi conoscono: Il birraio di Preston.

SB:L’Amore che c’è dietro la sua “scrittura” scaturisce dall’ingenuità e l’innocenza e la fortuna di aver avuto due genitori che si amavano, o è una sua prerogativa: ovvero quanto la storia “scoperta” l’ha influenzata rispetto alla sua natura di scrittore?
 AD:Sono convinto che, nelle più occulte pieghe della mente si nascondano sensazioni dimenticate, reconditi ricordi (amo Freud intensamente) che riemergono in determinati momenti. Il casuale rinvenimento dell’epistolario mi ha fatto rivivere il grande amore del quale mi hanno circondato i miei genitori, che si sono esaltati in quello che è il più sublime atto d’amore; circondare di una rete d’affetto i figli in un momento terribile per ripararli dal fardello, dalle carenze, dalle sofferenze imposte da un triste dopoguerra. Questo atto d’amore era figlio del loro “grande amore”.

Questo enorme sentimento che li legava ha acceso in me il desiderio di “raccontarli”, ma, soprattutto volevo far conoscere la storia di un piccolo grande uomo che ebbe solo 3 passioni: la moglie, i figli, la famiglia. Ritenevo giusto rendere omaggio ad un uomo che dopo 68 anni di vita comune morì tenendo fra le sue le mani quelle della moglie e le sue ultime parole furono l’estrema dichiarazione del suo amore. In questi tempi di femminicidio, di violenza sulle donne, di maschietti che si riempiono con facilità la bocca della parola amore, probabilmente la lettura del romanzo darebbe loro la conoscenza del vero significato della parola “amore”.

SB:Considerando l’“età matura” in cui si è rivelato il suo esordio consiglia ai giovani di intraprendere questa professione, cioè quello dello scrittore fin da ragazzi o aspettare che diventi una vera e propria vocazione?
AD:L’età matura ti dà tanta esperienza quindi consiglio ai giovani di vivere osservando attentamente, leggendo, curiosando, annotando sensazioni ed esperienze nei vari stadi della loro vita per poi elaborare il tutto nell’età della ragione e decidere successivamente se scrivere qualcosa. Scrivere è l’esperienza più gratificante poiché ti costringe a guardarti dentro e, guardandoti dentro (ritorna sempre Freud) e relazionandoti con i valori assimilati dalle persone più importanti della tua vita, comprendi la vera essenza dell’esistenza, il senso della vita, il perché siamo su questa terra.

E, soprattutto, frequentate persone il cui contatto è pane per la vostra anima, pane per la vostra mente, pane per le vostre conoscenze, poiché come diceva Pitigrilli, “è meglio un abbraccio ad un lebbroso colto che una stretta di mano ad un cretino”.

SB:Un grande psicologo a cui si ispira parte della mia ricerca, James Hillman nel suo libro “La forza del carattere” scrive: “Invecchiare non è un accidente. È una necessità della condizione umana ed è l’anima a volerlo”. Quanto è necessario al giorno d’oggi insegnare ai giovani la differenza tra vecchiaia e saggezza?
AD:Hillman mi trova perfettamente d’accordo perché anche io sono convinto che, oltre una certa età, l’animo umano spinge a volere l’invecchiamento poiché questo stadio della vita è esperienza, è saggezza, è conoscenza e, soprattutto sensibilità cognitiva.

SB:Il poeta T. S. Eliot ha scritto: “Quando il luogo e l’ora non importano più. I vecchi dovrebbero essere esploratori”. Quanto il suo romanzo/saggio dovrebbe ispirare gli “anziani” a rivedere le proprie posizioni rispetto a come “vivere” la vita?
AD:Il mio romanzo, quello che continuo a fare, potrebbe dare un suggerimento agli anziani facendo loro capire che nonostante anagraficamente “anziano” io non sarò mai un “vecchio” poiché ancor oggi (ne ho 79 di anni) io ho sogni, desideri, speranze, progetti. Pensate, ho avviato le pratiche per la iscrizione al corso triennale della Facoltà di Filosofia all’Università di Catania. Non aspettiamo passivamente la morte, tanto quest’ultima saprà sempre dove trovarci!

SB:I ricordi, le testimonianze, le storie oltre che patrimonio genetico di una famiglia, non dovrebbero far parte dei libri di testo che si studiano a scuola?
AD:Lei, con quest’ultima domanda centra perfettamente due problemi di preoccupante attualità: l’isolamento dei giovani e la misconoscenza del valore dell’anziano. Pochi sanno che nell’antica Grecia quando entrava nell’agora un sessantenne canuto, era un punto d’onore per ogni giovane cedere il posto a chi rappresentava (la vita media allora era di 38 anni) esperienza, memoria, saggezza. La mia editrice asserisce che il mio 2° romanzo, dovrebbe essere letto dai ragazzi delle scuole elementare e media i quali, in atto, si auto isolano con l’ausilio dei più deleteri prodotti della tecnologia moderna.  Capirebbero la realtà degli anni bui (1944 – 1950), apprezzerebbero le agiatezze della vita attuale frutto del sacrificio delle generazioni che li hanno preceduti. Essi sconoscono la vita di comunione, l’odore del marciapiede, le scarpe nelle pozzanghere, i giochi all’aperto dell’infanzia che ci associavano, i rapporti interpersonali, le esperienze collettive, il valore pedagogico del gioco. Sono convinto che se a tutte queste ritrovate esperienze, preziosi valori dell’infanzia, riuscissero ad unire l’amore per la propria terra, le sensazioni e la bellezza della nostra amata Sicilia, probabilmente da grandi riuscirebbero a scrivere un grande romanzo.

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