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Giovanni Calcagno un giullare in paradiso

Il killer del film “Paradise” di Davide Del Degan è forse il lavoro al contempo più essenziale e più profondo che mi sia capitato di fare su un personaggio. Lo stile è volutamente tragicomico, utilizza una fisicità e un umorismo talvolta grotteschi liberando i personaggi da ideologie e missioni sociali facendone emergere i contrasti che li caratterizzano.

Tempo di lettura: 5 minuti

Giovanni Calcagno protagonista del recente film “Paradise-una nuova vita” del regista Davide Del Degan ci racconta gli esordi e le passioni della sua vita artistica.

D: Giovanni Calcagno hai iniziato più di 20 anni fa come attore, scrittore e regista di teatro e cantastorie, come hai sentito “la chiamata” verso il mondo artistico?

R: Ho iniziato nel 1993 a fare il cabarettista nei locali di Catania e sono così entrato a far parte di una grande famiglia che affonda le proprie radici nella notte dei tempi. Una famiglia al tempo stesso nobile e plebea: quella dei giullari. Credo che la sensazione che abbia un ragazzo che diventa un giullare non è tanto quella di sentirsi un artista, ma piuttosto quella di sentirsi più libero.

D: Il teatro Il cinema, la televisione modi diversi di rappresentare sé stessi, dove ti senti più portato, qual è il mezzo che ti gratifica di più?

R: Mi è capitato di fare cose belle sia al cinema, che in teatro che in televisione, ma non ho mai pensato a questi strumenti espressivi come a dei mezzi per poter rappresentare me stesso, espressione che in fondo non so neanche cosa possa significare. Quanto alla gratificazione, ho scoperto sulla mia pelle che è una emozione legata al passato, e quello che più mi interessa del mio lavoro è invece legato al presente e alla progettazione per il futuro.

D: Si può fare regia e recitare insieme?

R: Sebbene sento di avere una certa capacità nella direzione degli attori, credo che il ruolo del regista teatrale sia legato a sensibilità e a saperi che non possiedo. Ciononostante la mia esperienza di regista e attore nel piccolo principe è stata meravigliosa perché lo spettacolo che ho realizzato con i miei compagni, anch’essi impegnati in scena e fuori scena, ha trasmesso al pubblico di tutta Italia il cuore e la ricchezza di un’opera di cui ho un rispetto speciale.

D: L’attore recita il personaggio o diventa il personaggio?

R: Nel trattato di arti sceniche dei Veda è detto che l’attore deve mettere da parte il proprio personaggio, per entrare, per dirla con i termini della vinificazione, “in purezza” dentro le attitudini di altri personaggi, o di personaggi “altri”. Dal canto mio, credo di avere spesso interpretato dei ruoli usando solo dei personaggi “miei”. Ma forse anche questo può avere una sua utilità terapeutica per l’attore e produrre dei risultati vivificanti per chi lo guarda.

 

D: C’è una forma di insegnamento, un voler lasciare una traccia per le generazioni future?

R: La forma di insegnamento per le generazioni future attraverso il proprio lavoro si chiama tradizione e per me è una cosa sempre più importante. Nella tradizione c’è sempre qualcosa che ci riporta alla semplicità e alla ricchezza della vita e alla dignità dell’essere umano.

D: Quanta Poesia c’è nelle opere non commissionate sia teatrali che film?

R: Bisognerebbe innanzitutto capire cosa si intende per poesia e per giunta con la P maiuscola. Quanto alla questione delle commissioni, due cose. La prima: sono rimasto molto colpito quando ho scoperto che la gran parte capolavori della pittura dei maestri italiani del rinascimento erano opere “commissionate”. La seconda: nella mia più modesta esperienza, devo dire che dieci anni fa, quando Rai movie commissionò alla Casa dei Santi un cortometraggio ispirato al Piccolo Principe di Saint-Exupèry, sconoscevo quasi completamente quell’opera. Perciò devo dire che la commissione può essere una benedizione, l’arrivo di una magnifica influenza che vuole campi fertili da fecondare.

D: C’è un fil rouge tra il killer del film “Paradise”, Tano Badalamenti, il terrorista di “Buongiorno notte”, i garibaldini, il personaggio della “Scomparsa di Patò”, e il personaggio dell’innocente “scemo” di “Si può fare”?

R: Il killer del film “Paradise” di Davide Del Degan è forse il lavoro al contempo più essenziale e più profondo che mi sia capitato di fare su un personaggio; Tano Badalamenti è un personaggio felice e riuscito di un film, “Il Traditore”, che gode di un cast eccezionale in tutti i ruoli, grandi e piccoli; il terrorista di “Buongiorno Notte” di Bellocchio è il primo personaggio (si chiamava proprio Primo!) che ho interpretato in un lungometraggio che è già nella storia del cinema italiano; i garibaldini di “Noi credevamo” di Martone sono l’incarnazione dello spirito rivoluzionario che vive dentro ogni giullare; Gerlando Ciaramiddaro è un caro ricordo e un buon esempio di come i personaggi di Camilleri possano essere al contempo caricaturali eppure credibili; “Si può fare” di Giulio Manfredonia è una storia a parte, è una esperienza collettiva indescrivibile nella preparazione, nella realizzazione e nella ricezione del film da parte del pubblico. Tu hai definito “scemo” il mio personaggio (che si chiamava Signor Luca), ma una delle sue battute più sorprendenti detta a una persona “normale” è: signore noi siamo matti, mica scemi! 

Ma ciò che mi colpisce alla fine di questa carrellata che mi hai invitato a fare è che mi sembra di aver parlato di alcuni miei fratelli, e forse, alla fine, quello che li lega è che hanno usato il mio corpo e la mia voce per prendere vita.

D: Giovanni Calcagno scrittore quali sono le priorità nelle sue scelte?

R: Quello che scrivo ha sempre a che fare con la tradizione: il mio lavoro di narratore è ricco di riscritture e di traduzioni di testi classici in siciliano e in italiano nel tentativo di riportarli a una comprensione più semplice, più ricca, e direi più “emotiva”.U principuzzu Nicu è il primo libro che ho pubblicato, una riscrittura in versi del capolavoro di cui abbiamo già parlato, un testo, il mio, nato per essere letto ad alta voce come uno spartito.Tre mele cadute dal cielo, il mio secondo libro, nasce dal desiderio di far conoscere al pubblico italiano il grande patrimonio favolistico dell’Armenia, dopo un viaggio meraviglioso alla fine del quale mi sono ritrovato con un bel numero di racconti da tradurre e tramandare.

D: L’impegno sociale sulle tradizioni come cantastorie.

Questa questione posta in questi termini potrebbe generare qualche equivoco. Io sono un cantastorie nel senso che spesso i miei racconti sono “musicali” nel testo o nei ritmi, ma non mi rifaccio a una tradizione che, attraverso grandi autori come Buttitta e grandi interpreti come Busacca, affondava le proprie ragioni nello scontro sociale degli anni ’60 e ’70. Oggi il mio impegno va in una direzione diversa. Il mio ultimo spettacolo, La Canzone di Orlando, è in questo senso “integralista e antagonista”. Ciò perché in un mondo che coltiva l’isolamento attraverso i media e promuove la cultura dell’immagine veloce rendendo passivi i suoi fruitori, propongo un’interazione col pubblico attraverso la vibrazione della parola di una vicenda raccontata da un “attore nudo”. Per dirla con Carrière, il narratore si fa porta per un altro mondo. Ma questo passaggio è possibile solo se c’è una silenziosa collaborazione tra chi narra e chi ascolta.

 

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