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Giovanni Calcagno: la sua casa, è il palcoscenico

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Giovanni Calcagno, siciliano purosangue è un talento naturale; “un animale da palcoscenico”, un eccentrico ammaliatore di pubblico. Chi ha avuto la fortuna di assistere ad un suo spettacolo, sotto le vesti di attore teatrale e cinematografico, cantastorie, regista teatrale ha colto la sua propensione all’arte l’identificazione col personaggio.

Perché ha deciso di fare il mestiere dell’attore?

Deciso è una parola grossa. Diciamo che fin da bambino le circostanze della vita mi hanno invitato a tentare questa strada. Alle elementari, dalle suore, preparavamo due spettacoli per ogni anno scolastico, più il tempo dedicato al canto. Credo che il teatro italiano debba essere molto riconoscente alle suore e ai preti, specie i salesiani, per come hanno colmato il gap della formazione pubblica in questo campo artistico. Fa ridere e anche riflettere che in Italia, molti degli artisti del cinema e del teatro più ostili al ‘sistema’ vengano proprio da scuole religiose cattoliche.

Io vengo da una famiglia medio-borghese di paese e, prima il cabaret e poi il teatro di strada, che sono le mie due iniziali amatissime esperienze di formazione al mestiere dell’attore, mi hanno permesso di sognare di rompere e oltrepassare i limiti della realtà in cui vivevo e di sognare un mondo nuovo, a livello sociale e non solo. Poi sono venute tante altre cose che mi farebbero dilungare, ma posso dire che la natura precaria del saltimbanco accompagna sempre e continua a riscaldare il mio modo di sentire la vita e il mio lavoro di attore.

E non credo certo di essere il solo né il primo a provare ciò che ho detto.

Quanto, della sua sicilianità, mette nelle sue opere?

Dipende da cosa si intende per sicilianità.

Oltre a essere un attore, io sono anche un narratore e un autore. L’uso della lingua siciliana mi è particolarmente congeniale per esprimere ‘i moti del mio cuore’, e questa è una cosa che accomuna fortemente gli uomini e le donne nati o cresciuti sulla nostra isola, che è una nazione un po’ sgangherata, che vive di una sensibilità che sembra dormire sotto le ceneri della storia.

Com’è bella e quanto è giusta la poesia di Sgalambro, ‘Teoria della Sicilia’.

Gli ultimi versi recitano:

La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico. Solo nel momento felice dell’arte, quest’isola è vera.

Il grande Mastroianni definì i ruoli interpretati dagli attori come una sorta di gioco, affermando che hanno ragione i francesi a dire jouer, perché in fondo si fa finta di essere chi in realtà non sei. Lei è d’accordo?

I francesi dicono jouer e gli inglesi dicono to play. Cioè dicono giocare invece che recitare, termine che usiamo spesso noi italiani e che faceva molto innervosire Carmelo Bene, che giustamente diceva che un attore non dovrebbe re-citare e cioè dire e continuare a dire sempre la stessa cosa (morta). Ma questa è un’altra storia.

Per tornare al termine jouer, mi vengono in mente appunto i giochi che i bambini fanno assegnandosi dei ruoli. I bambini sono molto seri, nel senso più vero del termine, quando giocano. Non fanno finta. Cercano, credono e sentono di essere ciò che il ruolo gli chiede.

Senza starci su troppo a pensare. Pura azione.

Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, vorrei dire qualcosa sull’espressione ‘far finta di essere chi in realtà non sei’.

Ovviamente questa affermazione apre il campo a riflessioni ampie, ma prima di tutto mi fa un po’ sorridere perché in realtà credo che possiamo avere solo informazioni parziali e spesso vaghe ed erronee su ciò che siamo. Il teatro esiste forse anche per questo, per rispondere a questa domanda: chi siamo?  La parola persona significa essenzialmente maschera. Ecco: non credo che sia cosa buona, anche se spesso è così anche per me, che un attore metta una maschera sopra un’altra maschera. Paradossalmente, è auspicabile il contrario: che l’attore indossi una maschera che apparentemente non gli appartiene per smascherare una verità umana che appartiene a ognuno degli spettatori.

Progetti lavorativi futuri?

Innanzitutto vorrei dire che il 5 ottobre alle 18,30 sarò al palazzo Platamone di Catania per presentare al Sabirfest il mio nuovo libro Tre mele cadute dal cielo, che è una raccolta di fiabe tradizionali armene da me tradotte in italiano.

Poi, aspetto l’uscita del film ‘la befana vien di notte’, che è un fantasy di cui sono interprete con Paola Cortellesi, e soprattutto del western borbonico del mio amico Giovanni La Parola ‘ Il mio corpo vi seppellirà’, di cui sono protagonista maschile nei panni di un cacciatore di brigantesse.

Nel frattempo mi sto muovendo tra due set: quello di Marco Bellocchio dove interpreto Tano Badalamenti nel film ‘Il Traditore,’ dedicato alla vicenda umana di Buscetta, e l’opera prima di Davide Del Degan, ‘Paradise’, dove interpreto un killer che vive una strana storia d’amicizia con il proprio accusatore.

Per quanto invece riguarda il teatro, debutterò il 26 gennaio 2019 a Enna con uno spettacolo scritto dalla buonanima di Guido Ceronetti che si chiama Mystic Luna Park, coprodotto dal Teatro Garibaldi e dalla Casa dei Santi, che coordino insieme ad Alessandra Pescetta, e che mi vedrà in scena insieme a due miei cari compagni di lavoro, Salvatore Ragusa e Luca Mauceri.

Per lei un attore è?

Nella peggiore delle ipotesi, una persona che si affanna a rincorrere ansie di protagonismo e desideri di vanagloria derivanti da ipertrofie dell’ego. E questo riguarda, credo, anche altre categorie umane.

Ma nella migliore delle ipotesi, credo che un attore possa essere un grande strumento per la comunità: un canale capace di raccogliere e trasmettere ciò che può rendere un’azione teatrale o una scena cinematografica, più vibranti, vive e vere che nella realtà quotidiana.

 

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