Francesca Ferro quando la tradizione è fatalità

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Francesca Ferro non è diventata attrice perché è figlia di attori ma perché la madre Ida Carrara di origine veneta era un’attrice che veniva da una stirpe di attori da ben nove generazioni della Commedia dell’Arte e perché il padre Turi Ferro è stato un grandissimo attore, (figlio di Guglielmo Ferro fondatore della Brigata d’arte filodrammatica), ma ha avuto anche il merito di aver fondato nel 1957 l’Ente Teatrale Sicilia e nel 1958 il Teatro Stabile di Catania collaborando insieme alla moglie con attori come Michele Abruzzo, Rosina Anselmi e Umberto Spadaro portando in scena tutti i lavori di Leonardo Sciascia, suo coevo. Quindi Francesca Ferro è figlia di un “movimento teatrale” da intendersi come rivolta politica, culturale, sociale in una Catania che rimarginava le proprie ferite di un sofferto dopoguerra. Probabilmente di “stabile” in quel periodo di ricostruzione non c’era proprio niente! Il recupero di scrittori come Pirandello, Capuana e Verga e la “stabilità” di un luogo dove poter creare una cultura siciliana distrutta da logiche di potere retrivo dove tutto era cambiato per restare com’era, almeno nelle intenzioni dei legislatori e di quella certa democrazia cristiana che avrebbe imperato nei quaranta anni a seguire.

Con questa premessa le faccio la prima domanda: fondamentalmente Francesca Ferro prima di essere attrice nel DNA sembra proprio una girovaga, (che non risiede o non opera stabilmente in una località), attrice girovaga, pensi ti possa star bene come definizione?

Tutto è cominciato con la mia nascita in una famiglia di attori già “grandi” conclamati mostri sacri che giravano in vari teatri con tournèe massacranti: all’inizio ho avuto una tata che mi accompagnava come una seconda madre e poi quando serviva una bambina in scena ero io che la interpretavo, quindi per forza di cose il palcoscenico era casa mia senza nessuna distinzione. Fino a quando durante l’adolescenza rifiutai questo ruolo, probabilmente perché mi era stato imposto in maniera magari “troppo naturale”.

L’adolescenza si sa è un momento oppositivo e quindi poi cosa è successo?

A 18 anni decisi di iscrivermi alla scuola di teatro dello Stabile e mi diplomai. Mio padre mi disse: “Bene ora te ne puoi andare a fare teatro via da questa città per fare esperienza e diventare un’attrice”. Così sono andata a Roma per dieci anni dove mi sono sposata e sono diventata madre, continuando a lavorare con diversi registi in diverse produzioni. Ma poi…

Ma poi cosa è successo?

Volevo ritornare nella mia città portare linfa nuova, trovare un linguaggio che non fosse né quello accademico elitario di un teatro per pochi dove sarebbe stato necessario la lettura del testo prima di vedere lo spettacolo per poter sussurrare dopo “bellissimo molto interessante” e neanche il solito Martoglio del teatro popolare, di cui ho un grande rispetto, ma che ormai ha fatto il suo tempo…

Già i maghi della produzione “amatoriale” catanese dicono sempre: il pubblico che affluisce vuole ridere o piangere in maniera classica e rassicurante, il pubblico degli abbonati vuole quello e chi non vive di sovvenzioni deve soggiacere a questa logica del pubblico. Ma il pubblico non si può formare?

Il pubblico si dovrebbe poter formare nel senso che il pubblico “lo spettatore” dovrebbe avere la possibilità di scegliere come farsi “formare”. Essere stimolato a nuove forme teatrali che lo divertano nel senso più ampio del termine. Per evitare la noia dell’incomprensione e la banalità della battuta, ecco io mi pongo come se fossi lo spettatore dell’ultima fila impegnato a seguire il filo del discorso: perché viene sorpreso ammaliato e ristorato d quello che avviene in scena. Anche se si tratta di un pugno allo stomaco. Che a questo il teatro deve servire, la funzione “catartica” del teatro ce l’hanno insegnata i greci e noi non possiamo far altro che riportarla continuamente nella rappresentazione quotidiana della nostra vita.

Quindi per questo tre anni fa hai fondato il Teatro Mobile?

Fondato come fondamentalista!!! Non ero sola fortunatamente! Visto che ci stava o si sentiva un periodo di stagnazione, era necessario qualcosa di mobile. Insieme ad Agostino Zumbo, Ileana Rigano, Ottavio Cappellani, Mario Opinato e il mio compagno Francesco Maria Attardi abbiamo dato vita a questo “movimento teatrale”. Un teatro intelligente con un linguaggio accattivante per contrastare “i tormenti spirituali del pezzo di lumaca sulla bava del rospo”.

È interessante che da circa tre anni a Catania stanno proliferando una serie di “piccole realtà teatrali” che di piccolo hanno solo l’ambiente che li ospita ma che invece rappresentano delle novità sperimentali dove nicchie di spettatori sempre più numerosi, diciamo la nuova fascia di intellettuali dai 35 anni in su’ che esprimono una esigenza di formule nuove, e anche i giovani da portare a teatro: i giovani la generazione millenials, dove stanno?

Per anni il teatro cosiddetto classico ha fatto di tutto per fare scappare i giovani o meglio per non farli avvicinare al teatro: per esempio Shakespeare che noi abbiamo trasferito in ambienti inusitati come il carcere, Sogno di una notte a bicocca ha incontrato un pubblico giovane…

Quindi il pubblico si forma e il lavoro che esordirà sabato17 novembre “La Sicilia spiegata agli eschimesi” di cosa si tratta?

Ti posso dire quello che non è. Viene più facile: non è prosa nel senso teatrale. Il genere è del tipo stand up comedy: una dissacrazione sugli stereotipi della Sicilia di come viene intesa la Sicilia, tra mafia, arancini, cannoli, assessori alla cultura, Goethe nel suo viaggio in Sicilia, S.Agata le musiche di Mario Venuti e i testi di Ottavio Cappellani, la mia presenza e quella originale di mio fratello Guglielmo per la prima volta sul palcoscenico, lui che ha sempre fatto il regista…

Già non abbiamo parlato di Guglielmo Ferro il regista della famiglia.

Fin da ragazzo lui aveva avuto sempre la visione del regista. Una visione chiara creativa intuitiva seppur rigorosa. Ha diretto me e mio padre in diversi lavori pur mantenendo la sua chiara personalità.

E anche lì da psicologa mi sento di aggiungere per quanto conflitti ci possano essere stati all’interno della famiglia Ferro, l’equilibrio dei ruoli e della “buona” educazione affettiva di valori e di credenze ricevute dalla famiglia di origine, ha fatto sì che crescessero e producessero delle belle opere per sé stessi e per gli altri, fortunati noi “banali fruitori” di queste trasversali alchimie.

Un’ultima domanda: ma se Francesca Ferro non avesse fatto l’attrice che cosa avrebbe fatto?

La veterinaria perché amo gli animali ho la casa piena di cani e conigli. Però avrei potuto fare cose più strane: l’etologa o la zoologa o meglio ancora la biologa marina. Mi piacciono le foche, mi vedo bene come una foca sempre a dieta…

Mi dice questo mentre mastica castagne abbrustolite nella sua splendida forma di donna intensa focosa e mediterranea…