Sicilia Report
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Donatella Turillo: S. Agata, una Festa “che non c’è stata”

La fotografa incarna la vera anima della Festa dando voce ai devoti

Ha realizzato diverse mostre, l’ultima è ancora in corso d’opera nella galleria del centro commerciale le “Porte di Catania” ContaminAzione: XIX mostra di abiti e costumi teatrali dedicati a Sant’Agata dove ha esposto diversi scatti sulla passata festa.
Susanna Basile: Che cos’è per te la fotografia?
Donatella Turillo: Io chiedo alla mia macchina fotografica la realizzazione di me stessa che diventa speculare col mondo esterno attraverso Lo scatto. Cioè quando quel preciso “scatto” mi provoca un immenso piacere, sono percorsa da un brivido interiore e so per certo che ho colto l’essenza di quello che ho fotografato. Non ritocco mai “le mie foto” perché devono essere in grado di esprimere il vero “pathos” nell’istante in cui sono state colte. Pensa che mi ricordo esattamente l’emozione che ho provato guardando le mie foto “riuscite” in questo intento.
S.B.: Entriamo nell’argomento dell’intervista: cosa è successo quest’anno con la Festa di S. Agata?
D.T.: Mi sono ritrovata a fotografare persone e situazioni molto particolari. A cominciare dal devoto in copertina che prega davanti al muro della Chiesa di Sant’Agata al Carcere luogo centrale del culto di Sant’Agata, che secondo la tradizione qui venne tenuta prigioniera. Lui pregava davanti al muro “sacro” sapendo che la sua preghiera Le sarebbe arrivata.
S.B.: Ricorda molto le preghiere che fanno gli ebrei al Muro del pianto di Gerusalemme: cosa ne pensi?
D.T.: Avendo viaggiato tantissimo nella mia vita penso alla relatività della religione: si cambia ritualità, lingua, etnia, ma il significato della spiritualità è sempre lo stesso. Spesso si fa confusione tra religione che è uno “strumento” con cui pregare e la spiritualità che è necessaria per esprimere la nostra anima.
S.B.: Quindi cosa è successo quest’anno ai devoti “privati” della loro Festa più importante?
D.T.: In realtà la Festa in tutta la sua grandezza esprime anche dei retaggi tipici del paganesimo da cui proviene. La nostra Santa deriva da festeggiamenti per la celebrazione della Grande Madre e poi di Iside, almeno per quello che suppongono gli storici. Quest’anno paradossalmente è stata messa in scena la Fede nei confronti della Santa.
S.B.: Cosa vuoi dire esattamente?
D.T.: Credo che se questa situazione dovesse continuare dovremmo trovare un modo diverso di festeggiare la Santa. Magari più intimo più raccolto ma come dicevo prima paradossalmente abbiamo scoperto questo modo in un momento di “privazione” della parte esteriore della festa. Per questo i miei scatti mi hanno emozionato in maniera più profonda, hanno toccato la mia “anima”.
S.B.: Mi raccontavi che anche il presidio di sicurezza davanti al Duomo ti ha provocato dei sentimenti contrastanti. Ci vuoi raccontare quello che è successo?
D.T.: Sembrava di essere in uno di quei sit-in dove si manifestava per la pace, per i diritti civili, per la libertà di espressione: ma stavolta era bello vedere che anche tra le forze dell’ordine che hanno svolto magnificamente il loro servizio, c’erano dei “devoti”. Lo si coglieva dai loro volti e forse per questo tutto sommato con tantissima gente che circolava al di fuori delle zone protette non è successo niente di allarmante. Sì forse il silenzio era assordante…
S.B.: La Santa a Catania è molto importante perché è un simbolo di fede per tutti: credo sia l’unica “icona”, l’unico argomento che mette d’accordo tutte “le diverse catanie” che la popolano, cosa ne pensi?
D.T.: Dici bene: S. Agata è trasversale, non solo accomuna tutti i ceti sociali, tutte le culture variegate dei catanesi ma riesce anche a prendere coloro che si dichiarano non credenti, perché la Sua Energia e tutta la fede di chi ci crede è trasmessa all’intera città. Diventa così un miracolo collettivo che non si può rimuovere, come dicevo prima è la nostra anima che si esprime in maniera speculare con il mondo esterno, come cerco di fare con la fotografia.

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