“Studio per Carne da Macello”, allo Stabile, nella giornata contro la violenza delle donne, 25 novembre

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Scendere all’inferno, in questa vita, si può: l’inferno di una sottomissione psicologica, fisica; la porta sbagliata in un momento della vita: la si apre per errore, per superficialità e si precipita nel baratro, negli inferi quelli veri e non quelli delle illustrazioni edulcorate di Gustav Dorè nella Divina Commedia. Si muore e si va via, ma il vero inferno lo si è lasciati su questa terra.

Parlare di maltrattamenti, violenza, prepotenze e vessazioni scadendo nella polemica e nei luoghi comuni è fin troppo semplice ma ineludibile. Diciamolo pure: il riscatto della donna è mai avvenuto? E perché la donna ha bisogno di riscattarsi? Non abbiamo mai sentito parlare del riscatto dell’uomo, il maschio “Alfa”? Solo le categorie a rischio “altrui ignoranza” sono costrette a sgomitare, saltare a piè pari dentro il gruppo omologato per farsi vedere: omosessuali, razze diverse, appartenenti a diverse religioni, animali, piante e donne! Ruoli deboli nell’economia di un sistema governato dalla prepotenza, dalla superbia e dall’ ego ipertrofico.

“Studio per Carne da macello” è una denuncia atroce, che parla come mangia, invade la platea; la notizia di atroci delitti che arriva cristallina e asciutta, ciò che è stato. E ti spiega il perché, divenendo un’opera didascalica in media res. Forse ci sentiamo offesi, trattati da alunni, da ignoranti… ”tanto io lo sapevo” …chissà in quanti ci abbiamo pensato mentre le sette attrici portano fuori dall’inferno la devastazione …Ignoranza.. di chi? Denuncia…per chi? Perchè “categorie deboli” che debbono riscattarsi e posto che ciò possa essere plausibile, perché tutto questo tempo per un processo evolutivo non ancora perfezionato? La festa delle donne, la giornata della violenza contro le donne! Non è un ricordo, ma un ghetto. Perché le donne devono lottare, dalla notte dei tempi, quando Dio fece un sublime atto di creazione che la vedeva nata da una costola dell’uomo che (come scrisse Shakespeare), doveva stabilire solo di camminare vicini e reciproci, uomo e donna.

“Carne da Macello” ci piace perché se ne parla; “Carne da Macello” non ci piace perché denuncia un fenomeno: l’ignoranza. La prima in assoluto, atavica, un archetipo: l’uomo che commette violenza è un uomo che ha avuto una madre debole, perché lo ha viziato facendogli credere di poter ottenere tutto; perché non è stata capace di difenderlo dalle prepotenze paterne, estremi che partoriscono un solo tipo di uomo: un maschio frustrato.  La donna che subisce violenza spesso è una donna che ha avuto una madre che l’ha subita a sua volta senza riuscire a proteggere la figlia; che ha avuto una madre che le ha insegnato a dover volere ad ogni costo un riscatto usando armi non convenzionali: ruoli, denaro, fama, successo; che ha avuto una madre che non le ha insegnato che il proprio corpo è bellezza e non tabù.

Violenze segrete e pubbliche virtù. Nessun alibi, nessuno sconto di pena forniti dalla classe sociale, dalla cultura, dalla religione: la violenza contro le donne è trasversale ed assolutamente presente in ogni latitudine: la lapidazione è una sanzione prevista (già presente nel Vecchio Testamento) per le donne che hanno commesso adulterio e per gli assassini, ancora applicata in alcuni paesi dell’Africa e del Medio Oriente. In una società in cui la donna non è sempre il fulcro della famiglia, quella attorno a cui si sviluppano certezze, educazione dei figli, riferimenti sicuri per il marito e per alcuni componenti dello stesso nucleo, seppure allargato a genitori, suoceri, anziani del nucleo, i ruoli si ribaltano creando voragini nella trama sociale. L’uomo non è più quello che guadagna di più, non è più il solo ad avere incarichi di responsabilità ed eccellenti scatti di carriera. E laddove la donna dovrebbe concepire l’emancipazione, sopravvivono ancora antichi retaggi …“non posso togliere il padre ai miei figli”… non sapendo mai quanto i figli invece preferirebbero la pace ad una famiglia in cui predominano l’incomunicabilità ed il conflitto.

Sette donne si muovono sul palcoscenico, si agitano a suon di musica con movenze da bambole, da marionette; si presentano con le espressioni “cellophanate” che stravolgono il loro viso; vestono sottane nere, indossano stivali, hanno camminate marziali, ma incedere timido mortificato da spalle piegate. Nessun uomo insieme a loro, ma fantasmi accanto ai propri fantasmi. Appartengono ad un mondo che non è più, nel quale non sembra affatto che stiano finalmente bene perché il loro percorso terreno è stato bruscamente interrotto. Sono defunte, sono morte e sono irrisolte, traghettate senza moneta. Sono vittime della violenza dell’uomo: chi è morta lapidata, chi straziata nel sonno, chi si è persa dentro la propria dipendenza da “selfie” ciclico ed impazzito; chi è impazzita dietro la propria carriera, cercando di superare il marito e chiunque, anche sé stessa senza accorgersene. E fra queste, c’è una madre, l’urlo di disperazione per il più grande dei dolori e la risata più straziante per il dolore vanificato dalla burla di una giustizia mancante. E fra queste, c’ è una voce che risponde alle domande che arrivano da quell’Ade senza ritorno: spiega loro le colpe, le proprie, non quelle degli uomini; quelle si conoscono e non hanno giustificazione e spiegazione. La sesta donna non ha un ruolo “bacchettante”, e nemmeno quello del “grillo parlante”: ma è la voce di una psicologa, di colei che approccia al fenomeno studiandolo, cercando di far capire che ignorare è tanto grave quanto subire. Sebbene questa non sia propriamente un’attrice, ma un medico del cervello e dell’anima, prende parte sin dalle prime scene al vagare delirante delle cinque donne, coesa per complicità, compenetrata in quanto donna, analitica in quanto psicologa.

Cosa fa della donna una vittima? Come fare per annientare il fenomeno della strage di donne che non si quieta ma cresce continuamente (i dati pubblicati dall’ISTAT il 23 novembre scorso restano sconfortanti)?

Educazione, a partire dalle famiglie e dai banchi delle scuole elementari; informazione senza età: chiunque non deve sottrarsi per saperne di più. Ma la bestia cannibale più pericolosa da sopprimere è quella che si rintana dentro la bestia uomo, che sia femmina o maschio e che si alimenta di un’altra bestia feroce che è l’ignoranza.

Valentina Ferrante e Micaela De Grandi insieme alla supervisione tecnica di Susanna Basile, hanno avuto il coraggio di portare in teatro non un testo, una trasposizione ma un vero dramma che potrà piacere o non piacere ma che lascia un segno che scava una nuova ferita, che getta sale su quelle preesistenti. Donne come carne da macello, messe in bella vista e scelte per le parti del corpo; sbattute e mai baciate; abusate e mai corrisposte. Infine inghiottite come bianche colombe da un cielo capovolto.

La Dottoressa Sicignano (direttore artistico del Teatro) ha voluto fortemente riproporre questo lavoro per la giornata del 25 novembre, promuovendone la nuova messa in scena dopo la Rassegna “Altrove” del 2017, quando aveva esordito ai Minoriti. Essendo stata incaricata da soli 11 mesi, anche per lei si trattava di una prima e nei saluti di commiato, ha manifestato lo stupore per un lavoro tanto ben “studiato”.

Le attrici Elisabetta Anfuso, Giovanna Criscuolo, Micaela De Grandi, Valentina Ferrante, Laura Giordani, Raniela Ragonese sono state impeccabili nel rivestire i ruoli con tanta verità, cercando di non sforare mai nell’esaltazione del personaggio, consapevoli di poter far passare malamente un significato che invece doveva arrivare preciso.

Un mio personale plauso, oltre che a Laura Giordani per la magnifica interpretazione della madre (voce splendida), va all’attrice Raniela Ragonese che, pur rimanendo muta sino alla fine (canterà quasi come sigla conclusiva “Amo” di Adamo), esprime tutto il suo personaggio nella piega all’in giù della bocca, nello sguardo fisso e negli occhi fissi un po’ velati di tristezza sebbene consapevoli del suo ufficio di morte, col suo incedere quasi strascinato;  egregiamente capace nel ruolo della “Morte evocativa”, intenta a far pulizia, incombente a ricordare che quelle donne “non sono più”.

Scritto e diretto da Valentina Ferrante e Micaela De Grandi. Con Elisabetta Anfuso, Giovanna Criscuolo, Micaela De Grandi, Valentina Ferrante, Laura Giordani, Raniela Ragonese e la partecipazione della sessuologa Susanna Basile musiche originali di Luca Mauceri; canzoni scritte e interpretate da Betta; costumi di Nunzia Capano; luci Salvo Orlando; produzione Teatro Stabile di Catania in collaborazione con Banned Theatre.


Durante il dibattito alla fine della rappresentazione la Dottoressa Sicignano (direttore artistico del Teatro) ha ribadito la sua determinazione nel riproporre questo lavoro per la giornata del 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne. È stata riproposta ieri una messa in scena a data unica, successiva all’esordio nella Rassegna “Altrove” del 2017, al Chiosco dei Minoriti. Direttrice da soli 11 mesi del Teatro Stabile della città di Catania, la Dott.ssa Sicignano, durante il proemio della discussione, ha manifestato la sua profonda meraviglia per aver visto al teatro “maggiore” un lavoro tanto “studiato” quanto “forte” nei suoi contenuti.