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Le Algide Confessioni di Disma appetiscono il pubblico

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Un pubblico entusiasta e “affamato”, quello che giovedì 17 gennaio alle 20:30 ha assistito alla prima di Algide Confessioni al Centro Zo. Un lavoro con molte sfumature neorealiste, sicuramente uno dei più originali di Roberto Disma e che, tra un tango senza musica e un brano di Bach, ha regalato le emozioni più varie: qualcuno ha pianto a dirotto, qualcun altro ha riso continuamente. Solo alla fine il pubblico si è ritrovato d’accordo all’unanimità in un applauso accompagnato da molte ovazioni allo stesso Disma e alla sua compagna di scena, Valentina Sinagra, confermando il valore di quest’ultimo spettacolo della compagnia Teatro alla Lettera.

I tre scatoloni in fondo danno l’idea di una classificazione dei prodotti di un supermercato sin dal loro primo imballaggio, i due leggii in proscenio ricordano che il lavoro è la trasposizione teatrale dell’omonima raccolta di fabulae di Algido Russo; anche lui, chiamato in scena come Martina Marotta, la fotografa di compagnia, ha risposto agli applausi finali e salutato il pubblico. A tutto il resto ci pensano i due attori, in una trama che si lascia scoprire e che costringe lo spettatore a seguire attentamente un susseguirsi di vicende in cui nulla è scontato: dall’apertura prorompente di un cantastorie siciliano che introduce la ricerca del mito, alla chiusura silenziosa e delicata, con un’eleganza che supera ogni dramma. Anche se i personaggi sono diversi e gli attori solo due, il protagonista è chiaramente questo misterioso mito che ancora oggi vive nel quotidiano e che tutti noi serviamo per sottostare a quella voluntas che insegna Schopenhauer. E nel nesso tra la contemporaneità e la filosofia ottocentesca si rivela la natura siciliana dello spettacolo o, meglio, catanese: l’ideale dell’ostrica, come se i personaggi fossero posseduti da una natura verghiana e, d’altronde, lo stampo verista nei lavori di Disma è sempre più esplicito – il suo ultimo romanzo prosegue il “Ciclo dei Vinti” con La duchessa di Leyra – e un chiaro esempio di drammaturgia contemporanea.

Lui entra in scena con la chitarra, come se ormai non gli bastasse più recitare soltanto, e forse per questo ha dominato la scena interpretando una serie di personaggi, cambiando continuamente abbigliamento e tono di voce con un modo di fare che ricorda lontanamente il lavoro svolto per il suo Il Principe Galeotto. Un cantastorie, un delinquente, un cliente di un supermercato, un avvocato, un idraulico; l’unica cosa che resta uguale sono i suoi baffi. Accanto a lui una musa, una suora, una commessa e altri ruoli sono interpretati da Sinagra e dalla sua maestria o, forse, da una magica schizofrenia teatrale condivisa.

Il Teatro di Narrazione, il Metateatro e la Prosa trovano una fusione armonica in questo lavoro che sembra intrecciato sulla musica classica del già citato Bach e su uno dei più grandi capolavori della cinematografia mondiale quale C’era una volta in America di Sergio Leone. Questo nobile riferimento è voluto, marcato e citato, per un omaggio che trova interessanti spunti di riflessione oltre al valore artistico che rappresenta, sia per lo svolgimento della trama che per lo svolgimento della vita, così veloce e diretta che sembra non lasciare spazio alle incertezze, alle indecisioni, pronta a opporre resistenza a chiunque infranga il proprio destino o punti i piedi per ottenere ciò che desidera contro ogni previsione. Una delle forme più antiche di lotta tra Uomo e Natura che, ancora una volta, ci riportano al mito e alla sua ricerca, in un’epoca dove la superficialità supera ogni presupposto e proposito di riscatto, dove solo una ferrea e antica volontà può superare le colonne d’Ercole e restare indenne o lasciarsi travolgere da un vortice ormai così vitale per comprendere l’arte, riscoprire la bellezza intrinseca della vita, senza la presunzione di conoscere o la rassegnazione di non conoscere, con la fame che tutti hanno provato almeno una volta, almeno in gioventù, che spinge un travolgimento creativo e rivoluzionario. Perché l’arte serve a questo: perché rilassarsi è un piacere, ma apprendere è un valore; e l’arte di Teatro alla Lettera è sempre stata in prima linea con il Teatro Civile, con i prodotti di alta cultura, con la Satira. Dunque, speriamo che Disma metta sempre di più ali al suo folle volo, forte e deciso nel dare e darsi a una società dormiente di cui una parte, almeno per la rappresentazione di Algide Confessioni, ha dimostrato di avere fame.

 

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