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USA 2024, come la sfida Biden-Trump potrebbe saltare

di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Un presidente e un ex presidente degli USA che il 5 novembre 2024 puntano a replicare la sfida elettorale del 2020, sono anche coloro che la maggioranza degli elettori americani non vorrebbe più votare per la Casa Bianca. Da mesi diversi sondaggi indicano che la maggior parte di elettori democratici, repubblicani e indipendenti, preferirebbe non essere costretta a scegliere tra Joe Biden e Donald Trump. Nikki Haley, l’ex governatrice della South Carolina rimasta unica rivale in campo per la nomination del GOP e che si gioca le ultime chance tra una settimana nelle primarie del suo Stato, ripete come uno slogan che “il primo partito che sostituirà uno dei due candidati più anziani che abbiano mai corso per la presidenza (Biden ha 81 anni, Trump ne ha 77), vincerà le elezioni”.
Quale partito potrebbe farlo prima della fatidica data del 5 novembre? Purtroppo per le speranze dell’ex ambasciatrice all’ONU Haley, è più probabile che accada con i democratici che con i repubblicani. Nonostante Trump sia al centro di quattro distinte indagini penali, anche eventuali condanne prima delle elezioni, non potranno costringerlo a rinunciare alla candidatura a meno che sia lui stesso a deciderlo. La Costituzione USA non prevede che anche un candidato alla Casa Bianca che si trovi anche in galera dopo una condanna, sia escluso dalle elezioni (l’eccezione è il quattordicesimo emendamento della Costituzione con chi si trovi già condannato per insurrezione: ma Trump, “tecnicamente”, non è incriminato in nessuno dei processi in corso per aver partecipato attivamente alla insurrezione del 6 gennaio 2021).
Trump ha appena subito due sconfitte giudiziarie importanti. Giovedì, un giudice statale di Manhattan ha fissato la data del 25 marzo per il primo processo penale di Trump, con l’accusa di aver falsificato documenti aziendali riguardanti pagamenti segreti alla porno star “Story Daniel” prima delle elezioni del 2016.
Trump sta affrontando processi in cui è accusato di accuse molto più gravi, come quello di aver tentato di ostacolare il trasferimento pacifico del potere presidenziale dopo le elezioni del 2020. Ma venerdì Trump e la sua campagna elettorale sono stati colpiti da un altro macigno giudiziario quando un giudice statale di New York gli ha ordinato di pagare una multa di quasi 355 milioni di dollari per aver truccato il valore immobiliare in possesso della sua azienda. Se si pensa che il mese scorso, in un altro processo, una giuria federale di New York, ha ordinato a Trump di pagare più di 83 milioni di dollari per aver diffamato una giornalista dopo che lei lo aveva accusato di uno stupro avvenuto negli anni Novanta, si capisce che la campagna elettorale dovrà ricevere molti soldi dai Maga (i supporter del movimento trumpiano Make America Great Again) per aiutarlo anche con le sue spese giudiziarie.
Ma se con Trump, i problemi arrivano dai tribunali, per il presidente Biden concludere la corsa fino a novembre sta diventando più “politicamente” difficile. Il recente rapporto del procuratore speciale Robert Hur, che lo indagava per la sottrazione agli archivi federali di alcuni documenti segreti di quando era vice presidente di Obama, hanno fatto esplodere il caso che già covava sulla sua candidatura: Biden è troppo anziano, mai un presidente degli Stati Uniti ha governato alla sua età, figuriamoci per altri quattro anni. Hur ha scritto nel suo rapporto che il presidente ha problemi seri di memoria, quello che già milioni di americani temevano. Per questo in questi giorni, nelle grandi testate del giornalismo “main stream” degli USA, si indicano quali potrebbero essere i piani d’ emergenza dei democratici per sostituire il loro candidato.
La soluzione più probabile appare quella che Biden rimanga candidato, almeno fino al momento della Convention in agosto. Lì a Chicago, il partito potrebbe scegliere un’alternativa al presidente per competere a novembre. Questo piano però funzionerebbe solo se Biden si farà da parte volontariamente.
Questa “via d’uscita” sarebbe migliore dell’alternativa a una rinuncia immediata di Biden alla ricandidatura (cioè in stile Lindon Johnson), perché anche senza uscire dalla Casa Bianca, ci sarebbe comunque il problema della sua vice ma affatto popolare Kamala Harris. Siamo ormai anche al limite dei tempi per trovare altri candidati adatti per concorrere nelle primarie. Questo perché alla fine di febbraio scadono i termini per l’accesso alle elezioni primarie in quasi tutti gli stati dell’Unione. Ecco perché c’è solo un piano più adatto alla situazione, quello in cui Biden accetti di consegnare il testimone, solo dopo aver fatto il pieno di delegati per la Convention.
Cioè Biden sarebbe il vincitore delle primarie con oltre i 1.968 voti dei delegati necessari per rivendicare la nomina, ma annunciando di non accettarla, esorterebbe i suoi delegati a sostenere un candidato diverso, accettando così che è troppo rischioso per gli USA avere un presidente che avrebbe 86 anni alla fine del secondo mandato. Dopo aver sconfitto Trump una volta e aver protetto l’economia quanto la democrazia degli USA, Biden potrebbe ritirarsi con un certo successo. Il 19 agosto, quando inizierà la Convention del Partito democratico, Biden avrebbe il potere si essere il “kingmaker”, la stragrande maggioranza dei delegati sarebbe controllata da lui, perché anche se dalle regole del partito non sono legalmente obbligati a sostenere il presidente, probabilmente seguirebbero la sua indicazione sulla nomination.
A quel punto la scelta potrebbe ricadere sul governatore della California Gavin Newsom, o quella del Michigan Gretchen Whitmer o dell’Illinois J.B. Pritzker o di chiunque Biden e il suo partito si fidano e che soprattutto abbia ottime chance di battere Trump.
Ma perché non potrebbe accadere lo stesso con i repubblicani? Anche Trump, è anziano ed ha dimostrato di perdere colpi – come quando ha scambiato l’ex ambasciatrice Haley con la ex speaker del Congresso Pelosi – ma i delegati alla convention repubblicana, a differenza di quelli democratici, sono legati al loro candidato, almeno alla prima votazione. Quindi se Trump, come previsto, arriverà con la maggioranza dei delegati alla convention di luglio a Milwaukee – anche se fosse stato già condannato nei processi- e lui deciderà di voler essere nominato, i delegati che hanno ricevuto il mandato per lui, sono obbligati a votarlo (e comunque si prevede che lo faranno da Maga convinti). A quel punto, la profezia-vendetta di Haley (“Il primo partito che cambia l’anziano candidato vince”) potrebbe diventare realtà.

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foto: Agenzia Fotogramma

(ITALPRESS).


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