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Asino chi legge!

Ma sì, godiamoci la vita, esorcizziamo epiloghi e prologhi, lasciamoci sopraffare dalla voluttà della carne, impariamo a carpire il giorno alla scuola di Tinto Brass (o forse, di Orazio ed Epicuro...). Che importano i perché della vita, quanto vale una bella ....

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È l’Epitodo!, proclama, con sollecitudine tanto manifesta quanto enigmatica, un muro per altri versi anonimo, dal centro cittadino.

Onore all’avvertimento, ma che sarà mai un epitodo?

Una cifra per iniziati, una voce gergale, l’estrosa trovata di un genio burlone, un anagramma, un rebus, il grido disperato di una voce clamante nel deserto, la predizione catastrofica di una nuova setta religiosa, il preludio dell’apocalisse, o – malizia peregrina – una banale svista ortografica (che nulla comunque sottrae all’allarmata finalità del messaggio)?

Nient’affatto impressionato dallo sfoggio di maiuscole e punti esclamativi in caratteri rosso lacca, il muro antistante risponde al monito con uno sberleffo dai vaghi toni felliniani: W le tette grosse!

Ma sì, godiamoci la vita, esorcizziamo epiloghi e prologhi, lasciamoci sopraffare dalla voluttà della carne, impariamo a carpire il giorno alla scuola di Tinto Brass (o forse, di Orazio ed Epicuro…). Che importano i perché della vita, quanto vale una bella sc…

Un momento, prego, e i sentimenti?

Dove li mettiamo, i sentimenti, quei brividi, quei frizzi, quei sussulti del cuore che, soli, insaporiscono la vita come la più deliziosa tra le spezie non si sognerebbe mai di potere fare?

Dove lo mettiamo, insomma, l’amore?

Nel muro accanto, ovviamente, che pullula di cuori trafitti ostentando promesse piuttosto abusate di fedeltà eterna. Ti amo Giusy, Ti amo Roberto, Avevo ragione io: sei dolcissima, Insieme per sempre, Per sempre uniti, Micione, Coniglietto, e giù di questo passo fino alle dichiarazioni più tormentate: Filippo ama Cristina ma Cristina ama Paolo, Carlo ama Andrea, Ti amo Federica con il Federica che si legge a malapena, sovrapposto com’è al nome della prescelta precedente, perché, triste ma vero, anche l’amore può essere soggetto alle dure leggi della precarietà.

Chi l’ha detto che, nella costante tensione verso la felicità perfetta, non si possa tornare sui propri passi, o cadere facili prede dei perniciosi miraggi di un Cupido volubile, ora birbone, ora perfino imprevedibilmente perverso?

Chi può vantarsi di possedere verità e risposte valide per tutti i casi della vita?

Anzi, chi può proprio vantarsi di possedere risposte, dal momento che: L’esistenza è un quesito e l’uomo ne è il punto interrogativo, come rammenta un’epigrafe acese, con problematica saggezza?

Dunque, che fare?

Niente paura: Dio c’è, assicurano con ossessiva cadenza i cartelli autostradali, consolando gli automobilisti con la promessa di una Onnipotenza ordinatrice e provvidenziale. Salvo poi a scoprire che, spesso, col Padreterno, il Dio in questione poco o nulla ha a che vedere, se è vero, come pare, che l’affermazione, lungi dallo scaturire dallo slancio religioso di un animo infervorato, nasca dalla ben più prosaica esigenza di segnalare spacciatori ai tossicodipendenti in cerca di dosi.

D’accordo, a ciascuno il proprio paradiso, senza però trascurare le altre fedi, quelle immanenti, per intenderci, quelle che si pascono di valori altissimi e sommi ideali, quelle che si sostentano di passioni prepotenti e insopprimibili, quelle che inducono, per esempio, a incitamenti infuocati come questo: Siciliani armatevi: l’ora è giunta! (Masto il Re).

Oppure dettano cantilene, meno nostalgiche di vaghezze separatiste, ma molto più concretamente ancorate ad una certa realtà politica del paese: Ogni italiano spera: Craxi in galera, e ancora: Salvini e la Lega ci fanno una s… .

Più sensibili ai rivolgimenti internazionali altri edifici a loro volta recitano: L’Europa non si Usa, mentre il pilastro di un raccordo ammonisce: W l’Europa Unita.

È certo un insolito dialogo, questo con e tra muri, ma vivo e denso come pochi, vivace di scambi e battute, sollecito di interventi, vario di toni e opinioni, ricco di slogan e citazioni, spontaneo di trovate e di rime (a volte fin troppo scurrili), fitto di voci e posizioni, appena un po’ appesantito dalla greve oscenità di certi disegnini (assai raramente animati da pregevoli guizzi creativi).

Per non parlare, poi, dei multiformi incroci di segni e figure che lo impreziosiscono, insieme ai profili rockettari, alle sfaccettature grafico-cromatiche delle esclamazioni più care al generale Cambronne, ai saggi di vera e propria fantasia pittorica offerti dall’estro di anonimi artisti improvvisati.

Ma che ne sarà, tra qualche anno, di tutta questa messe, genuino spaccato di esuberanza, se non, a volte, proprio di maleducazione e degrado metropolitani?

Verrà spazzata via impietosamente, travolta dalla dirompenza dell’hic et nunc, o capiterà di leggere ancora come un tempo, su qualche facciata mai più dealbata: Freda libero, ad attestazione di lealtà imperitura nel panta rei delle voghe e degli eroi?

Benché improbabile, questa seconda ipotesi non sembra affatto da scartare se a tutt’oggi è ancora possibile emozionarsi, a Pompei, di fronte alle iscrizioni «estemporanee» di uomini defunti da tempo ma capaci di trasmettere (forse loro malgrado) messaggi sorprendentemente attuali e vivi nei millenni.

Gabriella Vergari

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Tratto dal libro Capriccio Siciliano edizioni Carthago

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