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Ritorno all’Amarina: ascolto e lettura “da cumeta” ovvero la costruzione dell’aquilone secondo Giuseppe Lazzaro Danzuso

Solo dopo il pranzo e soprattutto dopo la pènnica di mio padre, ce ne andavamo alti, dopo il castagneto, a cercare il vento per la cumeta. E quando prendeva il vento la cumeta faceva restare abbabbanuti, ammammaluccuti, con la testa che firriava, a taliari ’nt’a l’aria

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Ascolto e lettura della “cumeta” tratto dal libro “Ritorno all’Amarina” di Giuseppe Lazzaro Danzuso Lupetti editore.

“Fatto di patto era. Io, senza la cumeta, batteva ’i piduzzi, sturceva, accupava, anniricava. ’Na càmula ca rusica ’i robbi addivintava: «È a cumeta d’u papà! E papaìddu, ’a cumeta! È a cumeta d’u papà! E papaìddu, ’a cumeta!». Ma se mi sentiva la mamma, che parlavo in dialetto, guai erano. In italiano dovevo parlare, ché il siciliano era per quelli che ai figli non li potevano fare studiare, per quelli che a piedi dovevano caminare, per quelli che sopra la testa non portavano cappelli eleganti, ma la coppola ’i màsculi e ’u fazzulittuni ’i fìmmini. Inutile dirci, a mia madre, che puru lei lo parlava, il siciliano: diventava ’n Cìfiru, un diavolo dell’inferno. Allora con mia madre non potevo parlare di cumeta. Aquilone doveva essere. E aquilone era. «Lo dici a papà se mi fa l’aquilone, mammina? Mammina cara, con l’aquilone di papà come finì?». E lei, alla fine, lasciava di darci conto a Pierluigiuzzu e Giancarluzzu, che erano addevi, prendeva a qualcuno che calava in paese, dove c’era il telefono, e ci faceva fare una chiamata a mio padre, che arrivava all’Amarina ogni domenica, quando finiva di lavorare nell’Ospedale e se ne tornava a Catania il lunedì. Io, alla domenica, ero alle viste dalla mattina presto, a tingere di fiato i vetri della finestra. Sentivo sempre prima il rumore del motore e mi si drizzavano i capelli in testa: «Papàààààààààààààà!» annunciavo con un urlo di gioia a tutta la casa. Poi, appena vedevo sullo stradone il verde dell’Alfa, scappavo sulla ràsula per correre incontro a papà. Stretto lo abbracciavo. Stretto. Quasi non volessi più farlo scappare. Lui rideva: «Qua ora sono, stendardo di papà, non ti preoccupare. E ti ho portato una bella sorpresa!». Io lo sapevo che era, la sorpresa. E cominciavo a ridere tutto: mi rideva la bocca, mi ridevano gli occhi, mi ridevano puru mani e capiddi, che mio padre strofinava in una ruvida carezza. Lo scatolone nel portabagagli era. A mio padre appena il tempo di lavarsi la faccia con l’acqua d’u vacili ci davo: la cumeta dovevamo fare. Lui si faceva dare da sua mamà un pignateddu, un poco di acqua e un poco di farina per fare la colla. Io mi mettevo a ballariari davanti al tavolo dopo averlo foderato con i fogli di giornale vecchi. Poi apparecchiavo: ’i furficiuni, ’u cu’tiduzzi ammulatu, ’i canni di ciumi, ’a carta vilina acculurata, ’u punzeddu pi’ la codda. E puru ’u filu ’i rumaneddu. Mio papà arrivava con le mani ancora vagnati, aperte a dieci dita e messe davanti alla faccia come se aspettava di operare. «Bisturi!» Diceva. E mi faceva l’occhiolino. Io a ridere mi mettevo, contento. E mi sedevo in punta al tavolo. Lui tagliava le canne, prima, con il cu’tidduzzu. In croce le metteva, legandone una a tre quarti dell’altra. Poi ne tagliava un altro pezzo, di canna. E faceva un arco che metteva nella parte superiore della croce e legava le due estremità alle braccia. Bravo era, mio padre. Io quasi non respiravo quando lui faceva la cumeta. Poi prendeva i furficiuni e tagliava la carta vilina acculurata con la forma delle canne e la attaccava là sopra con la codda di farina che ci passava con il punzeddu. Mentre lavorava la lingua di fuori usciva, come un picciriddu. E io più bene ancora ci volevo. Gli anelli delle catene di carta che ci attaccavamo come coda della cumeta assieme le facevamo, ché io orama’ bravo ero diventato. Poi si attaccava il chiaccu di spacu per il rumaneddu e si andava a mangiare, ché la colla si doveva seccare. Solo dopo il pranzo e soprattutto dopo la pènnica di mio padre, ce ne andavamo alti, dopo il castagneto, a cercare il vento per la cumeta. E quando prendeva il vento la cumeta faceva restare abbabbanuti, ammammaluccuti, con la testa che firriava, a taliari ’nt’a l’aria. Mio padre a quel punto mi passava il rumaneddu: «Tienilo con tutte e due le mani!» Terribile era. Tremavo e il cuore cominciava a battermi forte forte. Non ero più a terra, ero a metri e metri d’altezza, lassù nel cielo, dove c’era la cumeta. «Prendila, prendila! – gridavo angosciato – Falla volare tu!». Mio padre scoppiava a ridere e mi reggeva per le spalle, da dietro. Così io, piano piano, mi sirinavu. Taliavu la cumeta e mi sintevu leggiu leggiu, comu ’n acidduzzu. Di volare mi fijuravu, l’ucchiuzzi chiusi, ccu’ lu suli aranciu d’u tramuntu e ’u primu friscu d’a sira. Ero talmente felice che mi saliva un groppo alla gola e non andava giù. Così mollavo il filo lasciando volare via la cumeta e mi abbracciavo stretto alle gambe di mio padre. E piangevo. Di gioia. Ma lui, mio padre, non lo capiva e si preoccupava. Si inginocchiava e mi prendeva tra le braccia, allora. E io sperimentavo la felicità perfetta”.

Tratto dal libro Ritorno all’Amarina, concesso in licenza gratuita per la pubblicazione e la conseguente divulgazione al giornale on line www.siciliareport.it, protetto dal diritto d´autore nonché dal diritto di proprietà intellettuale. È quindi assolutamente vietato pubblicare, copiare, appropriarsi, ridistribuire, riprodurre qualsiasi frase, contenuto o immagine concernente i racconti, perché frutto del lavoro e dell´intelletto dell´autore stesso. É vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma non autorizzata espressamente dall´autore Giuseppe Lazzaro Danzuso.

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