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Quando la vita cambia in un solo giorno dal libro di Annarita Schiavone

Sono alla quinta settimana di quarantena, abito in Lombardia, precisamente a Milano, mi chiamo Annarita Schiavone e sono una scrittrice.

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Utilizzo questo verbo al presente perché è di esso che mi cibo quotidianamente per restare ancorata alla realtà, anche se non mi piace, anche se mi vede in una posizione di stasi e talvolta di stupore e paura verso questo evento nefasto che sta massacrando il mondo intero e che racchiude la sua forza mortifera e la sua violenza nella brevità di una sigla asettica COVID 19.

Dietro questo acronimo ormai conosciuto da tutti, anche dai meno esperti, si nasconde un mondo nebuloso nel quale ognuno di noi si muove solo e isolato tra l’odore di un disinfettante, la forma di una mascherina che segna il viso e l’ossessione dei numeri dei contagiati e ahimè di quello dei morti.

Ebbene oggi è della morte che vorrei parlarvi e della sensazione di essere vivi pur morendo dentro, della quotidianità asettica e ordinata alla quale siamo stati costretti ad un certo punto proprio per non morire.

Cosa si fa per non morire?

Cosa facciamo per sopravvivere a queste lunghe giornate, cosa facciamo tutto il giorno?

Quando c’ è il sole e se il tempo lo permette, spesso resto per qualche minuto ad osservare le vite degli altri dal mio terrazzo.

Tutto è cambiato, è cambiato tutto… TUTTO IN UN GIORNO.

Tutto in un giorno come il titolo del mio ultimo libro edito da Carthago e come il suo  book trailer che vede la regia di Salvatore Bonaffini.

Si tratta di una serie di racconti brevi, talvolta brevissimi che parlano di vita, di storie di donne e talvolta di uomini che rincorrono luoghi e cose, spesso in affanno in un arco temporale giornaliero che oggi ci viene negato.

E così, sfogliando il mio libro si può viaggiare in un vagone della metropolitana respirando l’odore della folla che ora sembra quasi un triste ricordo come nel racconto “Metrò”.

Oppure vivere la sensazione precisa della morte e del proprio funerale come raccontato in “Una lunga giornata” in cui ad un certo punto si legge:

“Quello era il mio funerale e tu non piangevi, non piangeva nessuno, forse nemmeno mia madre. Lei indossava un vestito nero di lino, faceva caldo e la pala si infilava nel terreno secco e ruvido. Il becchino del cimitero sudava, sudava freddo e non osava guardare in faccia a nessuno.

Fiori ovunque e puzza di marcio, quei petali mi avevano vegliato per un giorno intero e ora si confondevano con i grumi odorosi di vermi,

Ne spuntò uno, il più audace e si diresse verso il tuo piede forse per ricordarti che prima o poi anche tu avresti fatto la stessa fine. Il legno della cassa strideva contro le corde e si direzionava verso il centro della terra, pesava come il sole e come il caldo di quel tardo pomeriggio di fine agosto.

Più tardi una Madonna velata di bianco avrebbe attraversato le strade del paese in processione.”

Ed è proprio al velo di quella Madonna che io vorrei attaccare le mie speranze, non perché io sia particolarmente credente.

Quel velo rappresenta forse la rinascita, quella Madonna che cammina per le strade forse oggi ci conforta e ci da speranza, la speranza dell’attesa e del cambiamento, quella della guarigione salvifica di un mondo “ammalato” prima ancora del COVID 19.

 

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