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Lo scrittore V.Giuseppe Baldi sorpreso dal suo Il Tappeto edito da Carthago

La sicilianità intesa come presa di coscienza di ciò che siamo stati quale concezione, spinta identitaria a prenderci quello che ci spetta, che è fatto di tanta unicità, tanta esclusività, tanto genio che resta inespresso per paura a osare, per scarsa volontà all’apprendimento, per quel processo di cancellazione della memoria.

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Chi è Vincenzo Giuseppe Baldi?

Bypasso il classico “bella domanda” perché superfluo e V. Giuseppe Baldi è, e qui rispondo: è una persona che innanzitutto ripudia il superfluo. Per il resto aggiungo che per quel po’ che lo conosco, è una persona diretta, che vive le cose della vita visceralmente, che cade e si rialza pronto a ripartire, che crede nella forza del bene, che si illude consapevolmente per il piacere di stare bene in quel mondo e chissà forse da quel mondo getta le reti nel mondo del reale per trarne fuori soluzioni vere per la propria anima e per quelle degli altri…e se non questo resta quanto meno l’intenzione, che non fa male .

Perché scrive libri?

Scrive libri perché è intersecato nella sua natura. Pensare e avvertire il desiderio di tradurre il pensiero sui fogli è una cosa che lo accompagna da sempre. Prima era qualcosa che teneva gelosamente per sé oggi è una cosa che si impreziosisce del riscontro del lettore. Il fine è quello di migliorare lui come persona nel comunicare le proprie emozioni e di conseguenza offrire spunti di riflessione a chi lo legge con l’auspicio che possano in qualche modo arricchirlo. La scrittura nel suo caso diventa uno strumento potentissimo per il semplice fatto che è priva di filtri. Non vi è cioè il desiderio di intercettare modi, stili o tendenze per il piacere effimero della popolarità, e forse proprio questo in fondo diventa la cosa che avvicina il lettore. La casa editrice che lo ha scoperto, Carthago, lo lascia anche libero e quindi lui continua a scrivere mantenendo intatto l’antico piacere. Ma scrive libri per il piacere della condivisione, del confronto, del dialogo. A oggi non so di preciso quanta gente ho avuto modo di incontrare nelle diverse presentazioni in giro per la Sicilia e non solo. E non so dire quanto abbia ricevuto da queste persone. Domande illuminanti, conclusioni nuove e tanta tanta umanità bisognosa appunto di confrontarsi facendo in modo che quell’incontro non fosse mai fine a sé stesso ma in grado di lasciare un vero arricchimento spirituale e intellettuale.

Perché scrive commedie?

Le commedie danno sfogo a quell’antica passione che è il teatro popolare; quella forma di espressione che incarna l’identità di un popolo e i suoi sentimenti più autentici. C’è il piacere di fare agitare quelle anime sul palcoscenico, di fare incrociare le loro pulsioni, le loro verità, scrivendo una storia che sia credibile, interessante e soprattutto divertente, perché chi scrive per il teatro non deve mai far mancare l’attenzione per il pubblico. Il pubblico sceglie e occupa la poltroncina perché ha delle aspettative. Il pubblico delle commedie di Baldi si attende il mix di cui parlavo sopra, e quindi Baldi autore mestierante di commedie cerca di rispondere al meglio a sé stesso e al pubblico. Le commedie rispondono anche al desiderio di far riflettere lo spettatore senza che tuttavia se ne accorga, coinvolto com’è dal dipanarsi della vicenda mai scontata e dal sano relax imposto dall’aspetto comico.

Ȅ una forma di autoterapia?

Lo è senza alcun dubbio. Sto incredibilmente bene quando scrive. Mi immergo in un mondo parallelo in grado di fornire spiegazioni inattese. Ed è impagabile poter contare nella propria vita su un qualcosa che non può deluderti e che non si aspetta nulla da te, che è tuo e dipendente solo da te, che puoi utilizzare quando ti serve. È un gran dono e se fa stare bene ben venga il concetto di autoterapia, specie in un mondo che spesso ti costringe all’angolo senza darti la minima possibilità di esprimerti. Allora cerchi quel tuo mondo, lì ti rifugi e lì stai bene nel prender coscienza che esiste davvero e che nessuno può privartene. È il vero concetto di libertà che si esprime e se solo in parte ci riuscisse di esportarlo nella nostra quotidianità quanto bene faremmo alla nostra società!

Qual è la sua mission?

La letteratura intesa come veicolo indispensabile di abbattimento delle barriere e dei pregiudizi. La promozione della sicilianità non quella degli stereotipi da fenomeno da baraccone. Quella non ci serve, è passiva, autoreferenziale di qualcosa che in fondo non esiste. La sicilianità intesa come presa di coscienza di ciò che siamo stati quale concezione, spinta identitaria a prenderci quello che ci spetta, che è fatto di tanta unicità, tanta esclusività, tanto genio che resta inespresso per paura a osare, per scarsa volontà all’apprendimento, per quel processo di cancellazione della memoria. La Sicilia che auspico è quella della semplicità perché nella semplicità si è in grado di autoascoltarci e di uscire dalla superficialità degli stereotipi e dalla quasi necessità di dover essere chi non siamo fino a comprendere  soprattutto quanta grandezza e quanta magnifica unicità vi sia in ciò che siamo.

Che cos’è la letteratura?

Uno strumento prezioso, delicato, indispensabile. L’approccio ad essa deve essere da umile artigiano perché solo così si diventa in grado di poterne disporre. È uno strumento sempre più prezioso perché sempre a disposizione del genio, del suo pensiero e della sua umanità. È un grande contenitore universale dove ciascuno versa mettendo i propri contenuti umani a disposizione degli altri. È dunque conoscenza che si allarga e che non spaventa laddove l’obiettivo è migliorarsi per migliorare. È anche un grande mondo dove chiunque può decidere di ritrovarsi e il diritto alla cittadinanza si acquisisce con la verità dell’essere.

Chi sono i sui lettori?

I miei lettori sono coloro che cercano l’autenticità del sentimento, che non temono di ritrovarsi davanti alla verità che genera i nostri comportamenti. I miei lettori sono coloro che sono disposti a farsi sorprendere, ad accettare il cambiamento avendo ben chiaro che si cambia nella volontà di cercare sé stessi. I miei lettori sono anche quelli che amano il “giallino” direi…ovvero un genere forse tutto nuovo che indagando inconsciamente su sé stesso, si lascia trasportare in una vicenda gradevole, con personaggi credibili nel loro cliché e ancora più credibili quando con lo sviluppo della vicenda questi vengono letteralmente abbattuti.

Crede nell’immortalità della parola?

Assolutamente sì! Credo, nell’immortalità, nel suo diventare testamento autentico dei tempi e nel suo essere indistruttibile base d’appoggio per quello che è il sovrapporsi dei diversi contributi della storia, purché venga a essere rispettato e incoraggiato il pluralismo contro ogni forma di appiattimento del pensiero.

Come finirà con “l’ignoranza dei social”?

Andrà prima o poi incontro a un naturale sgretolamento. È vero che essa incarna in maniera fedele il nostro tempo, fatto di superficialità e apparenza, ma pensare che questa è una realtà consolidata destinata a continuare all’infinito, è accettare passivamente l’idea di una morte neppure tanto lenta dell’umanità. Troppo in basso per essere vero. E sono convinto che ci sarà un indispensabile colpo di reni. Mi piace pensare a ciò che mi è accaduto lo scorso anno a Gela, in una delle tante presentazioni dei miei scritti. Mi sono ritrovato in un contesto apparentemente surreale: un vicolo del centro storico adottato da un gruppo di giovani come laboratorio per il rilancio di una nuova idea di città. Ma non un’idea per la serie “stiamo li a parlare e basta”! Lì si pensa, ci si da una mano, si propone e si realizza partendo dal contributo del singolo, partendo da un concetto che è basilare: io faccio a prescindere. Ecco, questo spirito è quello che salverà il mondo e che inevitabilmente, ci salverà dalla morte di ignoranza. Perché la cultura del fare, che era quella dei nostri padri, non scompare, c’è. Bisogna solo tirarla fuori per essere fieri un domani di ciò che si è realizzato perché da lì parte il senso stesso della speranza che alimenta l’umanità.

Quali progetti ha in cantiere Vincenzo Giuseppe Baldi?

Sto lavorando a un nuovo romanzo che se non mi interrompono spero di finire entro la fine dell’anno (ahahaha!). Ovviamente lo dico ridendo. Il fatto di interrompermi è dovuto a questa incredibile e imprevedibile esperienza de “Il Tappeto”. Un romanzo definito fortunato in tempi non sospetti dagli addetti ai lavori, e che oggi si trova a rispettare in pieno quella che si può definire una autentica premonizione. Esperienza unica anche quella di unire allo scritto la realizzazione del book trailer che ha visto coinvolte tante persone, che come vittime di un sortilegio, hanno letteralmente messo a disposizione il proprio tempo e la propria professionalità, a disposizione di questo intenso, coinvolgente racconto di sicilianità e sentimento. Un sottotitolo credibile e accattivante “Incroci di trame possibili” quale sintesi dell’incontro sinergico con il mondo dell’alta formazione esperenziale e della psicologia di Umberto Iacono e Vera Chiavetta, e con esse la magia di due grandi maestri del cinema quali sono Antonella Barbera e Fabio Leone, e con loro di Adriana Tuzzeo quale credibilissima protagonista del trailer.

Il Tappeto, appunto: unanimi consensi di pubblico e critica, tutt’altro che scontato. Se lo aspettava?

No assolutamente. Vivo la mia passione per la scrittura sempre con il solito disincanto, e a chi mi dice che il gioco adesso si è fatto serio, rispondo con un sorriso e da lì riparto a scrivere.

 

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