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Lo scrittore Rosario Russo: siciliano di scoglio

giovanissimo scrittore posseduto da un atavica saggezza ha già all'attivo due romanzi di successo e sa gestire pure i social...

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Chi è Rosario Russo?

Un acitano di scoglio divenuto col tempo siciliano di scoglio, per dirla alla Nisticò. Magari un giorno riuscirò finalmente a trasformarmi in un siciliano di mare aperto, ma non sono sicuro di farcela, e forse manco lo desidero. Dato che per motivi di lavoro tendo spesso (e mal volentieri) a spostarmi lontano dalla Sicilia, continuerò a soffrire in silenzio di sicilitudine, sentendomi orgogliosamente insulare, diverso, pagano e fatalista. Del resto, come sosteneva il Principe Salina a Chevalley, “a vent’anni è troppo tardi per partire, la crosta è già fatta”.

Perché scrive libri?

Sicuramente non in quanto scrittore, dato che non mi reputo affatto tale. Mi piace raccontare storie interessanti, vivide, reali e (perché no?) anche oniriche. Ma prima di tutto, autentiche: non si prende in giro il lettore scopiazzando da altri autori. Leggere è una cosa seria. Prima di intraprendere questa “mission”, mi dilettavo oralmente ad intrattenere i miei amici con racconti di vita vissuta. Col tempo, ho arricchito questa dote affinando il mio sapere, grazie alle mie due lauree (no, non sono il metereologo della Rai, colonnello Petrucci!) in scienze politiche e storia. E cosi trasferire le mie idee su carta mi è risultato abbastanza automatico. E poi devo tutto alla mia passione per la storia se nel 2012 mi sono preso di coraggio, scrivendo la mia prima opera, Il Martirio del Bagolaro, romanzo storico ambientato in Sicilia durante gli anni post risorgimentali. In conclusione, credo di essere nel giusto se affermo che non si scrive per sé stessi ma per gli altri: una volta ho letto un’intervista ad alcuni sedicenti scrittori. Alla domanda “se il mondo dovesse finire tra un mese esatto, continueresti a scrivere il romanzo che avevi iniziato?”, risposero in coro di sì. Ebbene, mentivano tutti: si scrive esclusivamente per gli altri.

 Scrivere è una forma di autoterapia?

Assolutamente sì, del resto, basta conoscere la mia storia: dei due romanzi che ho avuto modo di pubblicare (oltre a vari racconti ancora inediti), il primo l’ho scritto mentre stavo a Roma per studio, il secondo invece mentre mi trovavo in Valtellina per lavoro. Non credo sia affatto un caso. Ricollegandomi alla prima domanda, scrivevo per lenire le mancanze dovute alla lontananza dalla mia terra. E così, quando mi trovavo a Delebio (ridente paese in provincia di Sondrio) , immerso tra abeti, laghi e chiese romaniche, il mio impulso era quello di scrivere di limoni, raccontare l’immensità dello Jonio e narrare il barocco della mia città. Così facendo, avvertivo l’olezzo delle zagare, il profumo della salsedine e davanti ai miei occhi si materializzava la statua di pietra raffigurante Giuditta con in mano la testa mozzata di Oloferne, proprio quella della basilica di San Sebastiano ad Acireale.  E come si può chiamare tutto ciò se non autoterapia?

 

Che cosa è la letteratura?

Questa è una delle domande più difficili a cui rispondere e siccome non vorrei incappare in qualche luogo comune, mi associo al pensiero di Susan Sontag. La letteratura potrebbe essere descritta come la storia della reattività umana a ciò che è vivo e ciò che è moribondo dato che le culture evolvono ed interagiscono tra di loro. Dal canto mio, la letteratura la utilizzo come una potente arma contraddittoria, capace di ribaltare in qualche maniera le credenze attuali. In questo caso, tutto ciò diventa denuncia sociale, una potente arma di giustizia orientata in qualche modo a correggere ingiustizie e brutture che affliggono la nostra società.  Prendiamo ad esempio i miei brevi racconti (come ho già riportato, ancora inediti ma conto al più presto di pubblicarli), nei quali ho affrontato diversi temi tremendamente attuali: nel “Delitto delle cartoline” e “il Sesto Sigillo”,  si parla del problema dell’urbanizzazione selvaggia che affligge la Sicilia, in “Annalisa” ho ridato vita e dignità ad una giovanissima vittima dimenticata di mafia, ne “Gli amanti Immortali” ho reso omaggio al eterno mito di Aci e Galatea, mentre in “Effetti collaterali” ho cercato di risolvere un fatto di cronaca realmente accaduto nel 2000, purtroppo ancora irrisolto. Perché nella letteratura il lettore si rifugia anche per ritrovare quel senso di giustizia che troppe volte manca in molte inchieste giudiziarie, proprio come sostiene Camilleri quando gli viene chiesto il motivo per cui il suo Salvo Montalbano risolve tutti i casi.

 Crede nell’immortalità della parola?

Di norma non credo a nulla, ma sull’immortalità della parola direi che è il caso di fare un’eccezione. Su questo tema non credo che ci sia il bisogno di spingersi in lunghe elucubrazioni mentali. Mi basta dirti che, anche durante il mio ultimo mio giorno di vita su questa terra, se mai dovessi essere ancora in possesso delle mie proprietà psichiche, ripenserei per l’ultima volta alla frase finale con la quale Bassani concluse il sua struggente opera de “Il giardino dei Finzi Contini”:

“E siccome queste, lo so, non erano che parole, le solite parole ingannevoli e disperate che soltanto un vero bacio avrebbe potuto impedirle di proferire: di esse, appunto, e non di altre, sia suggellato qui quel poco che il cuore ha saputo ricordare”

Ecco, ho detto tutto.

 Come finirà con l’ignoranza dei social?

Beh, mi dispiace ma qui devo proprio incappare in un bel luogo comune, e ti cito Umberto Eco con la sua ormai inflazionata frase:

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli“.

A parte che i luoghi comuni contengono sempre un fondo di verità (e qui è tutta verità), devo dire che frase migliore non potevo riportare. E poi ti confesso che uno dei miei incubi ricorrenti è proprio quello di ritrovarmi su Facebook a registrare il mio lavoro “presso me stesso”, il titolo di laurea conseguito “all’Università della strada” e impiegare il tempo inveendo contro gli extracomunitari che ci rubano il lavoro, inondando numerosi post di commenti stile “prima gli italiani”, come se poi davvero ce n’è fregato mai qualcosa del prossimo. Ma l’importante che si pensi “prima agli italiani”. Ah, dimenticavo: “Buongiornissimo, kaffèèè?”

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