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“Diario di un formatore autobiografico”: funamboli, eroine e sciamani, l’autobiografia come viaggio dell’anima dal libro di Orazio Valastro

Gli Ateliers dell'Immaginario Autobiografico sono in sostanza un dispositivo di accompagnamento, dove è determinante che il formatore e i partecipanti si riconoscano reciprocamente come portatori di bisogni e desideri interdipendenti. E alla fine del viaggio? I viaggiatori possono, rivendicare un'investitura, come novelli eroi ed eroine che hanno saputo attraversare territori inesplorati e uscirne rafforzati e arricchiti.

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Laura Formenti autrice della prefazione del libro di Orazio Valastro “Diario di un formatore autobiografico”, Edizioni Nuova Cultura Roma, è professoressa di Pedagogia generale presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca. Il percorso di formazione e ricerca, esperienziale e trasformativo, che caratterizza gli Ateliers dell’immaginario autobiografico, è inoltre presentato come una chiave di lettura delle storie di vita che sono state raccontate e condivise, avvicinandoci all’esperienza concreta di questi biografi e al difficile impegno di creare un testo che attribuisce un senso rinnovato alle loro esistenze. L’introduzione formulata in prima persona possiede le caratteristiche di un testo “intimo” come appunto si trova nella migliore tradizione diaristica. “Orazio Maria Valastro è, per sua stessa ammissione, un so-ciologo e uno sciamano delle storie, un formatore biografico e un autobiografo convinto. È un amante della parola ben detta, ben scritta. È anche un funambolo, metafora (una delle tante: tutto il testo è una celebrazione del pensiero abduttivo, obliquo, immaginale) con la quale apre la sua narrazione. Così mi sono ritrovata funambola anch’io, a coniugare le mie diverse anime. A commuovermi nel leggere brani autobiografici così parlanti da toccare le corde del cuore, e subito dopo a pensare intensamente, immersa in un affondo filosofico con-cettualmente impegnativo, ricco di riferimenti bibliografici.

Ora invitata negli intimi recessi di una vita singola, illuminata da un frammento narrativo, ora portata verso l’alto a partecipare di uno sguardo allargato e astratto, di ampio respiro. Spiazzamenti. Dis-equilibri. Rapidi passaggi. Vertigini. Il funambolo non è colui che sta fermo. Anzi: continui movimenti gli sono necessari per mantenersi in bilico. Spiazzamenti che ci fanno bene, oggi più che mai: viviamo talmente disconnessi che ci dimentichiamo di prenderci cura dei nessi tra cervello e cuore, tra singolarità e totalità. La scrittura autobiografica è qui proposta non tanto come “strumento” o “metodo”, ma come un vero e proprio viaggio dell’anima, alla scoperta di sé. Non c’è l’illusione verista della biografia più prosaica e fattuale (sebbene possa immaginare che in qualche momento dei laboratori le scritture siano state anche prosaiche e fattuali), ma la creazione di una costellazione di immagini che va ben oltre la prosaicità di una vita narrata: una costellazione in movimento, fatta di valori e miti, immagini mentali e idee, sentimenti e sensazioni.

Gli ateliers sono in sostanza un dispositivo di accompagnamento, dove è determinante che il formatore e i partecipanti si riconoscano reciprocamente come portatori di bisogni e desideri interdipendenti. L’etica della reciprocità, più volte richiamata nel testo, è riconoscimento di questa interdipendenza sistemica. E alla fine del viaggio? I viaggiatori possono, secondo l’autore, rivendicare un’investitura, come novelli eroi ed eroine che hanno saputo attraversare territori inesplorati e uscirne rafforzati e arricchiti. Guardando indietro, sanno di aver praticato una forma di scrittura, quella autobiografica, che si allontana radicalmente dalle comfort zone e dalle indicazioni normative dell’apprendimento scolastico, per entrare nei terreni scivolosi e rischiosi della cura, delle emozioni e delle relazioni. Hanno ri-appreso l’incanto del ritmo, del mito e del rituale, che reintegra la totalità dell’essere umano. Hanno vissuto una “conversione” e una “trasfigurazione” nel passare da forme di coscienza egoica, chiusa e determinata, a una coscienza poetica, diffusa (il gruppo come Mente collettiva) e aperta all’alterità. Se c’è speranza, nel mondo complesso in cui ci muoviamo, è quella di fondare un intervento pedagogico sulla reciprocità, sull’amore e sull’immaginazione, come sorgenti di ciò che è più propriamente umano. Ma a niente servirebbe scrivere se non ci fosse chi legge, sarebbe come il messaggio del naufrago in una bottiglia mai trovata, quindi, ora tocca a te, pellegrino, portare a termine il viaggio…”.

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