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A cosa serve la poesia? Le “Stimmate” di Francesco Cusa

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La presentazione dell’ultimo libro di Francesco Cusa, “Stimmate”, per i tipi di Algra Editore avvenuta in un fresco pomeriggio di maggio al Circolo Nuovo, gestito dalla elegantissima padrona di casa Laura Puglisi, ha visto l’incontro più che di persone, di anime dannatamente e allusivamente pronte a divertirsi tra motteggi, calembour e commenti mordaci. L’esordio senza preamboli è stato dato dallo scultore Francesco Gennaro che ha letto una poesia Silenzio: “Nel sottovuoto giace la coscienza ripiegata in sottili lamelle – morfologia impercettibile – fiera invisibile e feroce pronta al balzo dimensionale”. Come dire alziamoci e andiamo via le pause e i silenzi del musicista Cusa non andrebbero commentate razionalmente ma con versi cantati.

Giuseppe Carbone filosofo nonché “prefattore” detrattore e adoratore del verso cusano ha provato a narrarci il bello della parola poetica che non ha niente a che fare col discorso quotidiano: Deleuze diceva che quando uno parla di sé stesso, della vita, della coscienza, se si va a fondo c’è la sporcizia dell’individuale stesso che non giova non avendo una ragion d’essere, perché relativa e non assoluta come potrebbe essere un’osservazione del tutto priva di individualità. Infatti nessuna di queste poesie o nessun racconto in realtà si può ricondurre all’individualità, all’Io empirico di Francesco Cusa. “È un atto magico / violento / che annichilisce / col suono della carezza / questo pascersi di Luna”. Il fatto che la Luna si pasce di sé stessa è una novità oggettiva rispetto a tutti i riferimenti soggettivi che si hanno dalla Luna che manda le sue benedizioni alle moltitudini.

È impossibile giudicare o parlare in maniera prosaica di poesia e quindi Cusa risponde al filosofo con una poesia dedicata a lui che s’intitola appunto Giuseppe Carbone, felice che per la prima volta ha capito qualcosa della sua narrativa poetica: “Da vecchio resse il suo bastone come stratagemma, per svitare le zoppìe, sul finire ordinò al suo plotone di far fuoco sulle ginestre”.
Le strade non volute delle rime ha sottolineato Sal Costa scrittore è la narrazione poetica oggettiva che più rappresenta Cusa come nella poesia Mia moglie, moglie che lui non ha: “Nel maggio dai giorni grigi mi rammentai dei tuoi bianchi denti di te che cantavi alla Memo remigi d’una Milano dei giorni assenti. Qui dentro il delirio dell’ambulanza come un leone combatto la morte ma tosto mi fiacca in sì folle danza il ricordo lontano di gambe tue storte”.

La psico sessuologa Susanna Basile ha portato il Freud del saggio “Il poeta e la fantasia”: “L’uomo felice non fantastica mai solo l’insoddisfatto lo fa. Sono i desideri insoddisfatti le forze motrici delle fantasie e ogni singola fantasia è appagamento di desiderio una correzione della realtà che ci lascia insoddisfatti”.
E l’Estasi? L’amore divino? Le preghiere ad ogni Dio? Sembrano essere invece portatori di grande soddisfazione. In coro hanno ribadito i relatori. La tesi freudiana non regge.
L’editore di Algra Alfio Grasso ribadisce che ognuno dice cose diverse nella poesia di Cusa soprattutto la stessa persona vede qualcosa di diverso ad ogni presentazione, quindi i suoi scritti hanno qualcosa di prepotentemente valido, oggettivo, riconosciuto e vitale.
La poesia Miasmi ne è un esempio.
Miasmi
È nella virtù latrinocentrica che si fonda la civiltà dei popoli, nel suo centro nascosto doppio, antitetico.
C’è un sopra. C’è un sotto.
Apparenze, devianze, storture di matrice aristotelica.
Lo spettro della città è la sua divinità fognaria lustrata e agghindata con gli orpelli del fatiscente.
Metropoli come nèi purulenti l’immane roteare di pianeti coi porri.
Zeus è il padre della flatulenza e il suo dardo è di color marrone.

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