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Officine Culturali: ripensare i musei catanesi per risposte culturali a bisogni sociali

La nuova museologia sociale si fa domande sul come rispondere da un lato certamente ai bisogni intrinseci delle collezioni, ma dall’altro ai bisogni espliciti del mondo fuori dai musei, quel mondo che ospita i musei

Ho letto con attenzione l’accorato appello di alcuni enti culturali catanesi pubblicato il 23 febbraio scorso che, dopo il furto dell’antica epigrafe al museo civico Castello Ursino, oltre all’auspicio per il pronto recupero del manufatto chiedevano che «il previsto restauro del Museo Civico del Castello Ursino venga realizzato secondo i più moderni indirizzi della museografia europea». L’appello è ovviamente del tutto condivisibile e Officine Culturali vi si associa, anche in coerenza con i quattro anni passati all’interno del Museo nella gestione – in partenariato con Karma Communication – del bookshop museale e delle attività culturali connesse, anni che ci hanno permesso di conoscere meglio quello straordinario luogo della cultura, e le splendide persone che lo gestiscono ogni giorno.
Ma non è dell’epigrafe rubata o degli auspici di una sempre migliore sicurezza che qui vorrei discutere, quanto dell’invito contenuto nell’appello al rifarsi ai più moderni indirizzi museografici.

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All’indomani della chiusura della XXI conferenza internazionale del MINOM, (Movimento Internazionale di Nuova Museologia) – espressione delle pratiche di museologia sociale emergenti in diversi contesti del mondo e ospitato dall’Università di Catania – mi sembra doveroso tenere forte al centro della riflessione che segue l’enorme apporto intellettuale ed esperienziale che decine di professioniste e professionisti museali da tutto il mondo hanno rappresentato al Monastero dei Benedettini, sede del Dipartimento di Scienze Umanistiche, riportando un approccio museologico incentrato sul rapporto tra il comunicare le “cose” dei musei, e le “persone” che potrebbero beneficiare di quella comunicazione sociale, nonché dei luoghi fisici dei musei e delle molteplici professionalità che li animano.
La nuova museologia sociale parla – spesso praticandole – di azioni museali di inclusione e dialogo, facendosi domande sulle barriere tipiche di una certa offerta museale a volte molto autoreferenziale, indirizzata a pubblici che amano la cultura “alta”, o anche ad una fruizione turistico-culturale temporanea, certamente auspicabile ma non di unico interesse possibile.
La nuova museologia sociale si fa domande sul come rispondere da un lato certamente ai bisogni intrinseci delle collezioni, ma dall’altro ai bisogni espliciti del mondo fuori dai musei, quel mondo che ospita i musei e che in qualche modo ne produce storicamente il senso: disuguaglianze sociali, economiche e culturali, povertà educative, esclusione, abilismo, discriminazioni e violenze di genere, razzismo e guerre sono tutti fenomeni che inevitabilmente “abitano” nelle piazze, nelle strade e nelle case delle città e nei territori dei musei.

 

 

In che modo i nostri musei catanesi si rapporteranno con la realtà – vera e assai attuale – del mondo che li contiene? Saranno fortini culturali per pubblici colti, templi dorati di difficile comprensione, scrigni del sapere di ardua accessibilità? Oppure sapranno farsi voce chiara di conoscenza, strumento al servizio delle società e delle comunità non solo per le economie che sapranno generare (che sembrano essere uno dei pochi e assillanti problemi del presente) ma per anche per la loro capacità di empatizzare con società complesse, di fornire strumenti di consapevolezza e pensiero critico, diventando infine luoghi porosi anche per i bisogni di socializzazione delle persone?
In una regione in cui ISTAT ci ricorda che la partecipazione culturale riguarda solo il 15% della popolazione, contro una media nazionale del 23%, e Save The Children che solo una persona di minore età su cinque svolge pratiche culturali (musei, aree archeologiche, concerti), dobbiamo essere consapevoli che il lavoro da fare su questo fronte è gigantesco e necessario.

 

Il Castello Ursino è nel cuore della Catania popolare tra Antico corso, Angeli Custodi e San Cristoforo. Un’area ritenuta pittoresca da molti osservatori, con il suo street food e con la movida eccitata e espansiva; certo un’area piena di vitalità, estro popolare, ingegno e continua e legittima rivendicazione di dignità. Da secoli, e soprattutto nel presente, questi quartieri sono però anche casa della fatica, del sopravvivere malgrado tutto, del resistere al lavoro sottopagato e all’abitare difficile in case a volte inadeguate. Quartieri popolari e popolosi, con un’alta presenza di famiglie numerose e di tante persone con background migratorio altamente integrate; quartieri dove d’altro canto si sono consumati drammatici femminicidi, come quello di Valentina Giunta a poche decine di metri dal Castello Ursino. Quartieri dove la genitorialità è complicata dall’assenza di servizi extrascolastici, socio-educativi e sanitari, consoni ai bisogni; quartieri dove abbandono scolastico e povertà educativa superano di gran lunga le medie regionali già allarmanti.

 

Ritengo quindi che una delle grandi sfide del nuovo Museo Civico Castello Ursino – ma in generale di tutti e tutte noi che lavoriamo nei luoghi della cultura catanesi – sarà quella di porsi le giuste domande sul come risuonare con questo tessuto umano, farsi casa pensante per chi abita in questi quartieri, decidere come rispondere – partendo dalle proprie collezioni e dal proprio imponente patrimonio architettonico – ai bisogni educativi di chi risiede qui e più in generale nel territorio ampio; come rispondere alle centinaia culture che li abitano, alle mille fatiche che li caratterizzano, e come interagire con tutto ciò. La storia del Castello Ursino può raccontare di multiculturalità e conflitti, della imprevedibilità della natura (tra lava e terremoti) e dell’ingegno umano nel rispondervi; le sue collezioni ancora di mille culture stratificate, di guerre e di pace, di lavoro, di arti, di fedi e di fiducia, di amore e di odio, di bellezza e di devastazione: tutti temi che, se ben trattati, sono del tutto attuali e intrinsecamente legati al nostro faticoso vivere quotidiano, fatto di continua e affannosa ricerca di risposte.

 

 

Alle buone domande spesso seguono risposte adeguate e azioni consequenziali: la conferenza MINOM ci ha portato “a casa” la dimostrazione evidente che i musei possono essere interpreti di risposte culturali a bisogni sociali, e tali evidenze non possono che stimolarci, anche qui a Catania, a provare a ragionare in questo senso. Pertanto, oltre alla più che condivisibile fiducia che il museo civico sia luogo sicuro e progettato secondo la moderna museografia, associamo la speranza che esso, e altri luoghi della cultura di pari rilevanza, siano ispirati dalla nuova museologia sociale, indispensabile scelta per fare la differenza in territori come i nostri. Proviamoci, questa città ne ha bisogno.

Francesco Mannino, presidente di Officine Culturali

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