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L’Unicorno Volante tra Acireale Carnevale e S. Agata peregrina secondo Gabriella Vergari

Le maschere si mischiavano ai volti, punteggiando il corso di insoliti festoni, i costumi uniti agli abiti in un abbraccio giovialmente solidale. Erano quelli gli ultimi resti di riti lontanissimi, connessi al rinnovamento della natura, allegri di cortei, crapule, licenze, musiche e lancio di confetti? Dei festeggiamenti consentiti a solennizzare, in epoca cristiana, il periodo compreso tra l'Epifania e la Quaresima? Dell'antico carmen levare, il banchetto d'addio alla carne che una volta si celebrava la sera precedente alle Ceneri?

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La storia narrativa e poetica di un paIloncino pieno di elio e di speranze dalla forma simbolica di Unicorno che sovrasta Acireale Carnevale e Catania S. Agata pellegrina, durante la coincidenza delle due “prestigiose e prodigiose feste” dell’Isola Orientale.

Il filo si agitava vivace per le strade acesi, quando mi strappai verso l’alto, all’improvviso e con volo leggero. Lo sbigottimento deluso del bimbo accompagnò la mia ascesa, temperandomi l’ansia di cielo, ma il vento mi obbligò al suo imperio e io lo seguii sospeso. Ancora vibravo dell’attimo che mi aveva infuso la vita, rendendomi grande testa di unicorno da muta vescica qual ero, eppure la mia esistenza terrena si era già volta alla fine, breve come una fugace promessa, iridata come stilla di rugiada. Adesso mi si spalancava davanti l’universo, che mi cullava sollecito, forse amoroso. Ebbro di scoperte mi abbandonai, dunque, con entusiasmo ai misteri del volo finché le correnti d’aria non frenarono il mio slancio, lasciandomi a galleggiare morbido e dimentico di essere solo un fragile guscio rigonfio d’elio. La terra sembrava, dall’alto, un brulicare convulso di gente, macchie, colori: un nastro pulsante che si avvolgeva e svolgeva, annodava e districava, gaio e variopinto, per vie, piazze e traverse.

Le maschere si mischiavano ai volti, punteggiando il corso di insoliti festoni, i costumi uniti agli abiti in un abbraccio giovialmente solidale. Erano quelli gli ultimi resti di riti lontanissimi, connessi al rinnovamento della natura, allegri di cortei, crapule, licenze, musiche e lancio di confetti? Dei festeggiamenti consentiti a solennizzare, in epoca cristiana, il periodo compreso tra l’Epifania e la Quaresima? Dell’antico carmen levare, il banchetto d’addio alla carne che una volta si celebrava la sera precedente alle Ceneri?

Per quel che ne sapevo il cielo narrava ben altro, incantandomi di storie remote, saporose di Pappiribella, Tubbiane, Mortu porta-lu-vivu, Scalittari, Ammucca – baddòttuli, Oche e Nanni. Un passato così ricco e tramato di usi da rapprendersi in gola come un agro rimpianto per le tradizioni ormai sacrificate allo scorrere dei tempi.Volteggiai perciò a lungo, lieve al canto di quelle farse, carruzzate, danze, mascherate e pantomime, poi il vento cadde repentino e nel silenzio dell’aria fui sospinto verso il basso, ad osservare ancora una volta la terra. Ma non ero da solo. Altri fratelli solcavano, come me, le plaghe dell’etere, floridi e vigorosi o già più languidi e flosci. Consolato da una bella nuvola di zucchero filato, la destra stretta ad una mazza di plastica prodiga di prossime, sonore randellate ai passanti, il mio piccolo ex-proprietario si era infine chetato. Un poppante gli dormiva accanto beato, mentre trombette e coriandoli impazzavano invadenti tanto da ricamare impreviste fantasie sul suo coprifasce di lana. Nero e impettito un signore divorava la strada con arcigne falcate, ostinato nel calcarsi sul capo un cappello bizzoso, che gli si sollevava a tratti. Né si accorgeva, il poveretto, dell’uncino che gliel’aveva arpionato, né della lenza manovrata con polso sapiente dal monello che lo pedinava.

Lenti mastodonti al traino di motrici asmatiche di fumo, i carri allegorici procedevano intanto, e nel trionfo della cartapesta i gruppi mascherati mimavano infreddolite baldorie, animandosi al ritmo di cadenze sudamericane. Una minuscola regina dei fiori lanciava baci e coriandoli dall’alto di una macchina infiorata, ricambiando con sorrisi aggraziati i motti degli spettatori assiepati sui balconi. Il freddo di quella speciale serata di martedì si stava facendo pungente, ma tra spintoni ed euforia collettiva, al calore dei baveri striati di schiume e dalle pellicce variegate di stelle filanti, la folla sembrava ignorarlo, le bocche serrate, gli occhi ridenti, le mani colme di calia fumante e semenza. Se c’era ancora posto per un rovesciamento di ruoli e di forme nel Carnevale, mi pareva di vederlo proprio lì, in quella indiscriminata e universale disponibilità al divertimento, nell’apertura all’innocuo, svagato sollazzo. Distratto dallo spettacolo, non feci così in tempo a scansare un’altra testa di Unicorno che sopravanzava veloce, già vizza di viaggi e onusta di racconti.

Proveniva da Catania, fiera di inimmaginabili distanze, che aveva coperto per giorni e giorni, docile al capriccio dei venti. “Quando mi involai dalle mani del venditore, la cera sfrigolava bollente, gocciando in vaste chiazze collose per tutto il lastricato della via – mi confidò con emozione – e nell’impellenza dello sforzo, le nuche parevano schiacciarsi sotto il peso dei ceri votivi, i visi stravolgersi intensi, le fronti contrarsi in solchi madreperlacei di sudore. Al tiro di un interminabile cordone, miriadi in saccu bianco e scuzzitta nera urlavano la loro devozione per una martire dal nome di pietra, mentre con vispo ciangottio di cardini e tintinnio di pendagli, la vara d’argento avanzava estenuantemente tarda e solenne, abbrancata di continuo da mani tese nell’offerta di doni. Rotta ad un tempo da preghiere e imprecazioni, l’aria fragrava di olivette, bomboloni, torrone, mandorle tostate, e tutti si addensavano sotto al fercolo per deliziarsi delle aristocratiche fattezze di una Patrona giovinetta, fulgida di gemme, monili d’oro e onorificenze magnifiche e fulgenti alla luce di centinaia di stoppini che ardevano le tenebre in gara con cincischiati archi di luminaria. Più avanti procedevano solenni turrite cannilori, cerei barocchi che ondeggiavano molli, in sventolio di luci, angeli e bandierine, alla annacata di spalle maschie e muscolose. Non era Carnevale, pure la città sembrava pervasa da una sorte di unanime eccitazione che del Carnevale suggeriva a suo modo le forme. Poi il cielo rintronò, ad un tratto, di scoppi, illuminandosi a giorno di strani arcobaleni che esplodevano, fastosi di colori, e subito dopo declinavano in piogge polverose di scintille. E il velluto della notte abbagliava di vezzi, di giade, di smeraldi e rubini, trapuntandosi di fontane lucenti, che ricadevano in scrosci ingemmati di zaffiri e perle sul plauso della folla sporta col naso all’insù. Il vento mi chiamò, infine, alla montagna, e non ricordo dell’altro, concluse quella testa con una nota di breve rammarico, prima di sperdersi lontano.

Ed ecco che all’improvviso anche il mio cielo rintronò di scoppi, illuminandosi di strani arcobaleni, ma quasi le scintille mi rovinavano addosso, sfiorandomi pericolosamente. Terrorizzato fuggii quindi via fino a quando non fui al sicuro e solo allora mi volsi indietro per un’ultima occhiata di congedo. Con un silenzio corposo la calma era finalmente calata sul paese. Diretti alle loro case, gli ultimi ritardatari percorrevano fiaccamente la via intessuta di coriandoli, cartocci e trombette senza curarsi del rogo di Re Carnevale che al centro della piazza consumava i suoi ultimi crepitii, levandosi verso l’alto in plumbee strie, dense di fumo e solitudine. Il nuovo giorno sembrava distante ma sicuro, promessa di penitenza, ordine e stabilità nell’effimero viaggio della vita.

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tratto dal libro Capriccio Siciliano Edizioni Carthago

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