“La favorita” di Yorgos Lanthimos

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Davvero uno splendido film “La Favorita” di Yorgos Lanthimos, alla sua settima riuscitissima prova sul grande schermo, la quinta in mainstream (personalmente, ho amato sia “The Lobster” che “Il Sacrificio del Cervo Sacro”). La narrazione procede secondo uno straordinario equilibrio armonico tra regia e prove notevoli delle tre attrici, una triade tra le più efficaci che io ricordi, per una sceneggiatura sublime firmata da Deborah Davis e Tony McNamara.
Non fosse per il fatto che il tributo di Lanthimos a Kubrick risulta anche in quest’opera fin troppo marcato (qui siamo dalle parti di “Barry Lyndon”), staremmo a parlare di un piccolo capolavoro. Tuttavia, non si tratta di certo di scimmiottamento didascalico, quanto piuttosto di un riferimento necessario a esprimere una certa filosofia di cinema , evidente, ad esempio, nell’uso intelligente della camera durante le scene notturne riprese negli interni della splendida reggia di “Hatfield House”.
Le immagini sfocate dei notturni illuminati dalla fiamma e la ricerca della “convessità” grazie all’uso di specifiche lenti, simboleggia, a mio avviso, il carattere distorto e deformante delle anime delle protagoniste di questo gioco perverso di intrighi e tranelli, a tutto vantaggio di una densità teatrale che non conosce momenti di stanchezza e stasi.
Ciò che ammiro in Lanthimos, è la sua capacità di essere fustigatore delle miserie umane e dell’intero impianto dei nostri valori senza concedere nulla all’ostentazione; a dirla tutta, siamo agli antipodi della poetica barocca d’un Peter Greenaway (anche se Lanthimos non lesina sfarzi e preziosismi).
Amori, intrighi, avvelenamenti, machiavellici orditi: “La Favorita” è una perfida danza di minuetto. Da vedere.

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