Sicilia Report
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Mi chiamo Maris e vengo dal Mare Ispirato ad una storia vera scritto diretto e interpretato da Chiaraluce Fiorito

Debutta giovedì 18 luglio alle 21 presso la presso la Basilica Paleocristiana di San Giovanni (Palagonia) promosso da Teatri di Pietra,

“Mi chiamo Maris e vengo dal Mare” Ispirato ad una storia vera Scritto diretto e interpretato da Chiaraluce Fiorito Tratto dal progetto drammaturgico di Melania Manzoni

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Debutta giovedì 18 luglio alle 21 presso la presso la Basilica Paleocristiana di San Giovanni (Palagonia) promosso da Teatri di Pietra, la rete culturale per la valorizzazione dei teatri antichi e del patrimonio monumentale attraverso lo spettacolo dal vivo.

Si replica il 24 luglio alle 21 a Noto alla XI edizione di Atto Unico Teatro Festival.

Il progetto del monologo ha visto la luce nei venti minuti presentati nella categoria teatro di “Vuoti d’aria” la vetrina di arte contemporanea che si è svolta a San Benedetto del Tronto a maggio 2019, spettacolo rientrato tra i nove finalisti scelti.
Maris viene venduta dal fratello, costretta a prostituirsi rimane incinta, su un barcone raggiunge l’Italia, dove – grazie al sistema di accoglienza – si salva definitivamente dallo sfruttamento. La maternità conflittuale sarà ragione della catarsi della protagonista e del diritto di salvezza della figlia. La vera storia della protagonista ha in sé molti elementi archetipici: la guerra, la migrazione, il rapporto con il genos, la famiglia di origine e poi la figlia.

Chiaraluce Fiorito dichiara “raccontare la storia di Maris che viene dal mare, (il nome è di pura fantasia per motivi di sicurezza, ma è il giusto nome che ho voluto dare alla sua protagonista) è un grido rivoluzionario e controcorrente, parte da lontano, dal tragico ed ancestrale mito. Non interpreto un personaggio ma narro una vicenda vissuta, quel racconto diventa parte di me come narratrice, come interprete e come donna; non ci si nasconde dietro al personaggio nei racconti, la narratrice fa rivivere pagine di storie e questa è quella di Maris. È come un libro che apro al momento e lo racconto invertendo le pagine, soprapponendo i capitoli, disegnando tratti, gesti, parole intrappolate in una rete da pesca che diventa pagine da sfogliare, l’ultima delle quali è l’inizio di una nuova storia. La rete da pesca domina la scena e i movimenti, è il simbolo dei legami del passato e del presente, dei nodi difficili da sciogliere e dai quali Maris tenta di staccarsi e il suo utilizzo non è mai due volte uguale durante la messa in scena; un altro elemento scenico da cui sono partita è una “pignata”, un pentola antica, anch’essa “ancestrale”, nel quale avviene – simbolicamente – il viaggio e il rito “iniziatico”, una danza tribale da cui ha origine tutto”.

foto di Chris Trolis

 

 

 

 

Lo spettacolo invita lo spettatore a mettersi nei panni dell’altro, l’immigrato, lo straniero, invitandolo a sospendere il proprio punto di vista ed è anche l’occasione per lanciare l’ultima provocazione al pubblico: “Spettatore, dai il tuo nome a questa pagina di Maris”.
foto copertina di Davidmore

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