Sicilia Report
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Il simbolo nella dittatura degli imbecilli

In politica, i nomi di partiti e movimenti sono stati trasformati da sintetiche definizioni delle idee che rappresentavano veri e propri slogan promozionali che non comunicano nulla di specifico, se non un generico interesse per il “bene comune”

Se qualcuno mi domandasse se sia meglio una società repressiva, dove un genio venga isolato e considerato un imbecille pericoloso, o una società libera, dove qualsiasi imbecille pericoloso possa diventare un genio, non avrei dubbi: sceglierei sicuramente la seconda, ma con un po’ di preoccupazione. Perché se abbiamo già sperimentato quanto faccia male la dittatura militare, non sappiamo ancora quanto possa far male la dittatura degli imbecilli.
(Giorgio Gaber, L’elogio della schiavitù, dall’album Un’idiozia conquistata a fatica, 1997)
A distanza di oltre vent’anni, il monologo di Giorgio Gaber è più che mai attuale. La dittatura degli imbecilli c’è, e non è un’opinione: il capitalismo ha corroso le ultime parvenze che millantavano degli effetti sani nel suo sistema, sempre più vorace in una società incapace di tracciare limiti al potere di mercato. In ogni ambito vige l’importanza della quantità e, adesso, la qualità è relegata ai margini, come se servisse a colmare l’impopolarità e la scarsità commerciale. In alternativa, chi detiene i primati della quantità, sfoggia una falsa qualità come un involucro che giustifichi e garantisca l’illusione di una meritocrazia che, nel capitalismo, non può esistere. Spesso, la colpa è affibbiata agli stessi consumatori, con frasi fatte – ormai vuote di significato e qualità, ovviamente – come: Lo vuole la gente. Eppure non è così semplice, e lo dimostra la natura più evidente della società umana: il simbolo.
Il simbolo è un contenitore di significati: le parole stesse lo sono e, come ogni altro, esercitano la loro funzione di “significare” racchiudendo e rimandando ad altri simboli, ossia le lettere. Per questo le parole sono il primo strumento della libertà; contengono questo valore nel grande contributo che danno alla comunicazione, base di un rapporto interpersonale pacifico e costruttivo. Ovviamente, anche i monumenti sono dei simboli, i loro significati vengono consacrati alla loro inaugurazione e attentati al loro abbattimento. Per tramandare la memoria di quel significato, l’uomo non si limita a discutere del simbolo con i suoi simili, ma si rivolge allo stesso in quanto rappresentante di un’intenzione viva e condivisa da tutti. L’esigenza del simbolo è magistralmente riportata nel film di Robert Zemeckis Cast Away: il personaggio interpretato da Mel Gibson, superstite da un incidente aereo e disperso su un’isola deserta, usa un pallone per mantenere vivo il rapporto interpersonale, gli dà un nome e ne traccia persino le fattezze con il suo sangue. È molto più della necessità di relazionarsi: non si relaziona con gli insetti, né con gli alberi, ma con un pallone, perché solo un oggetto inanimato può diventare simbolo e solo un simbolo può ricordargli di essere un uomo, con i suoi costumi e le sue usanze. In sostanza, all’oggetto inanimato è possibile attribuire un significato ideale, fornire un riferimento concreto al valore e, con la sua consacrazione, l’uomo “crea” il simbolo.
Poi Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza […]”. Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio […]. Dio li benedisse.
(Genesi, 1, 26-28)
Com’è evidente nelle azioni descritte da questi passi – la volontà di creare una figura rappresentante e “inaugurarla” con una benedizione –, la Genesi attribuisce all’uomo la posizione di simbolo di Dio. Secondo i non credenti, Dio assume la posizione inversa di simbolo dell’uomo; secondo gli esoteristi, a prescindere dalla verità e dai punti di vista contrastanti, quello che conta è riconoscere il valore simbolico della creazione e l’importanza del simbolo.
Nelle circostanze ordinarie della società, l’esigenza dell’uomo nei confronti del simbolo è di preservarne la corretta consacrazione, ossia agire in modo che la funzione non venga travisata nel tempo; pertanto, l’uomo si rivolge al simbolo con un’azione ripetitiva e ne traccia una dottrina: nasce il rito e di conseguenza la religione. Non è un artificio, ma un retaggio naturale: anche se in modo meno complesso dell’uomo, nel mondo animale esistono tanti esempi di ricorrenze e usi simbolici, ed è quindi chiaro quanto il simbolo sia importante e influenzi la realtà in cui viene consacrato.
Tuttavia, in una società dove la quantità soppianta la qualità e i larghi consensi diventano la parola d’ordine prioritaria al contenuto stesso, i significati perdono valore. Ecco perché, in politica, i nomi di partiti e movimenti sono stati trasformati da sintetiche definizioni delle idee che rappresentavano a veri e propri slogan promozionali che non comunicano nulla di specifico, se non un generico – per non utilizzare il termine “svalutato” – interesse per il bene comune. Questa trasformazione non ha alcun legame con la volontà collettiva, perché l’individuo subisce il processo di alienazione e una costante assuefazione finché, esasperato e non appagato dai falsi simboli privi di contenuto, cerca il riferimento nelle persone stesse: così, in un clima di svalutazione della democrazia, si alimenta il culto della personalità e le persone diventano personaggi, la ragione diventa una scomoda avversaria della cieca fede che viene professata nel timore che anche quel labile appiglio di appartenenza svanisca e, nella dilagante idolatria, ogni riferimento diventa un idolo. È evidente che la svalutazione dei simboli non favorisce il confronto; anzi, dato che meno circolazione di contenuti comporta più ignoranza, le posizioni più diffuse si dividono tra il disinteresse più superficiale e il fanatismo più frustrato; in questo scenario, quando un personaggio politico prevale su tutti gli altri, diventa dittatore.
Attenzione: l’esempio della politica è il più eclatante, ma la stessa trasformazione avviene in ogni altro ambito e il principio è terribilmente culturale.
In questo vuoto, l’individuo assiste e subisce la crescente incapacità di leggere il simbolo, di confrontarsi, di dettarsi un ordine interiore e non può fare altro che condividere con la collettività quel senso di vuoto che avverte così personale da vivere nel terrore di non riconoscere più il proprio simile, fino a reagire d’istinto additandolo come nemico personale, perché gli appare diverso. La vita in società diventa, insomma, un parteggiare a sproposito in una caotica caccia del sensazionalismo di tendenza; e se il simbolo non è più riconosciuto nel suo valore, non è altro che un vecchio oggetto inanimato di facile mira, quasi fastidioso per la cultura che rappresentava una volta. Si tratti delle proposte di censura per un film del 1939 come Via col vento o per alcuni canti della Divina Commedia accusati di antisemitismo, omofobia e islamofobia, parte della società ritiene di appagare le frustrazioni personali decontestualizzando i simboli e pesandoli a forza su una bilancia che impone la distinzione del bene e del male a priori.
Se non interviene la contestualizzazione, non è possibile progredire; inoltre, la condotta che impone questo modo di parteggiare è quanto di più immaturo e distante dal senso “partigiano” di Antonio Gramsci, che parteggiava coi vivi e, soprattutto, per i vivi. Tuttavia, in contrapposizione a questo fenomeno, tanti divulgatori culturali e artisti operano sfruttando la globalizzazione come uno strumento di maggiore confronto e arricchimento, tante istituzioni di approfondimento culturale aumentano i propri iscritti, pur correndo il rischio di essere confuse con quei gruppi o propagatori di castronerie in malafede di cui quest’epoca è fiorente.
In conclusione, bisogna tornare a confrontarsi e scontrarsi con cognizione di causa, con la consapevolezza che le responsabilità personali producono cause ed effetti a prescindere dalla capacità umana di riconoscerle, a vivere restituendo valore alla vita stessa nel suo creare, discutere e decidere; insomma, ad abbattere gli idoli e lasciar posto ai simboli. Solo allora, forse, l’anima di Giorgio Gaber potrà tirare un sospiro di sollievo.
Un’idea, un concetto, un’idea
Finché resta un’idea è soltanto un’astrazione.
Se potessi mangiare un’idea
Avrei fatto la mia rivoluzione.
Giorgio Gaber, Un’idea, dall’album Far finta di essere sani, 1973)

 

 

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