Sicilia Report
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Franco Battiato

La scomparsa di Franco Battiato. Una corsa verso la Luce

Era un uomo epidermico, capace di tradurre l’intuizione in parola e il sentire musicale in emozione

Seppur nella popolarità che gli ha assicurato una platea larga di consensi e di adesioni, per via di alcuni temi musicali godibili all’orecchio e all’anima, Franco Battiato è stato invece un aristocratico della canzone, un “poeta maledetto” della musica e del verso, capace di calmierare nella distonia della lingua termini incommensurabili tra loro, accostando lingue e linguaggi dai sapori mediterranei alla tendenza meditativa e all’introspezione.

La sua produzione non è stata immediatamente fruibile, se non per alcune parentesi, nelle quali la sperimentazione sul pentagramma si è incontrata con la tendenza ad affinare il senso dell’esistenza e a trovargli un posto adeguato nell’armonia dell’universo.

Non credo che la ricerca di questo “senso” sia stata per lui disperante. Aveva invece un forte senso dell’ironia e dell’ottimismo. Il futuro e lo sguardo proiettati verso “mondi lontanissimi” sono stati episodi ricorrenti nel suo linguaggio e ritengo che avesse intuito quel qualcosa di più, che fa scorgere allo sguardo oltre la siepe un orizzonte un po’ più largo di quello corrente.

Gli si è rimproverata una scarsa comunicazione, una facondia rarefatta, persino una qualche povertà linguistica, che in alcune interviste ha rasentato il risibile. Ma Battiato non era fatto per queste cose. Non possedeva quella presenza di immagine mitizzabile nel personaggio, che gli si richiedeva a tutti i costi. È stata invece la sua schiettezza a imporsi come veicolo per manifestare con naturalezza quelle emozioni che egli sapeva rendere soltanto a suo modo.

Mi ricordo di una delle volte in cui venne invitato all’università di Catania, in occasione della presentazione di un libro di grande successo di un suo amico: praticamente non proferì parola, limitandosi a leggere un breve passo di quel volume. Non lo fece per avarizia né per supponenza, ma diceva con candore che non era capace di aggiungere altro, che non era bravo a parlare di certe cose attraverso il linguaggio e i codici di circostanza, tipici di quel consesso. Gli ho sempre creduto. Perché Battiato, a partire da un certo momento della vita si è inoltrato nelle sue pieghe, abbandonando per sempre la superficie ruvida, di contatto con la realtà circostante, intesa come “mondo”. Così, le sue frequentazioni con la fisica quantistica, in particolare con David Bohm e Roger Penrose, lo hanno spinto sempre più a ricercare i legami sotterranei tra mente, realtà e coscienza, mentre insieme a quel “filosofo del dolore” che è stato Manlio Sgalambro imparava da una letteratura tedesca minuta, sconosciuta in Italia, che Sgalambro padroneggiava con sicumera, una razionalità profonda, senza sconti.

Era un uomo epidermico, capace di tradurre l’intuizione in parola e il sentire musicale in emozione. Credo che il virtuosismo non facesse parte del suo abbecedario cinematografico, né che la tecnica musicale fosse dalla sua parte. Ma era capace di sintesi mirabili e di arrivare dove pochi sono arrivati, rammemorando della cultura mediterranea il crogiuolo seminale della nascita a Occidente dello spirito. Poi, l’altra parte, quella a Oriente la scoprì e coltivò con i viaggi, i concerti, l’impegno di testimone (memorabile il concerto a Bagdad), per toccare con mano la retrocessione dell’anima nelle lingue del bacino del Tigre e dell’Eufrate, dilaniato dalla recente guerra del Golfo. Non poteva essere un tour, così come non sono state episodiche e di facciata le sue prese di posizione su alcuni passaggi risibili che la politica italiana ha consegnato alla storia di questo Paese.

Adesso che il Maestro (mi ricordo che mi vietò di inserirlo in una locandina; aborriva il termine, perché gli attribuiva un altro significato; come non essere d’accordo!) vaga per arie siderali verrebbe da chiedergli sardonicamente se nel momento della fine gli sia servito l’inglese e se sia fuggito da questo mondo cavalcando «correnti gravitazionali». Se quella profondità che qualche pontefice immaginava egli stesse cercando andando a visitare il tabernacolo di una qualche chiesa, si sia risolta nel ricongiungimento con sé stesso in un’altra dimensione. Non importa adesso come stiano i fatti. È invece importante il segno. Battiato è stato un uomo spirituale in molti sensi: credeva fermamente nella dimensione di pura intelligenza dell’essenza dell’uomo, che gli veniva dall’elaborazione personale di molte letture e pratiche tratte dal confucianesimo e, soprattutto, dall’induismo. Credeva nell’homo religiosus universalis, e perciò si manteneva distante dalla massa materialistica e consumistica. Mi piace immaginare che sia in cammino verso la Luce. E che vi si sia risolto. La Sua Luce, lui, la citava spesso nei suoi testi. Padroneggiando l’istinto che veniva da quel testo straordinario scritto con Juri Camisasca che è l’Animale, Battiato, come tanti altri, ha cercato semplicemente di immaginare cosa l’uomo possa essere e possa diventare, solo che lo desideri e lo voglia. Tutto il resto rimane per lui e per noi il mistero cosmico di un Oceano di silenzio.

 

 

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