Sicilia Report
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La pm Vaccaro: “Alle vittime di violenza sessuale serve tempo per denunciare”

“Nella mia lunga esperienza ho conosciuto donne che hanno avuto bisogno anche di anni per riconoscere a se stesse, e poi ad un magistrato, di essere state vittime di un abuso sessuale, di una violenza, in ambito familiare, o subiti da un amico”. A parlare, in una intervista esclusiva all’Adnkronos è il Procuratore aggiunto di Palermo Laura Vaccaro, che coordina il Dipartimento per le fasce deboli, che si occupa anche di violenze sessuali e stalking. “L’esperienza ci insegna che quanto più la condotta violenta subita si insinua nel tessuto di una frequentazione con la vittima, tanto più viene ritardato il momento della presa di coscienza di essere vittime di un reato, e, quindi, tanto più sarà ritardata la reazione e, quindi, la denuncia della vittima, ciò perché lo stupratore, come lo stalker, piuttosto che il compagno maltrattante , sono, purtroppo, soggetti vicini alla vittima”, dice. E ricorda anche i “sensi di colpa” che spesso accompagnano una vittima per “essersi fidata” del suo stupratore. 

“Mi sono insediata come Procuratore Aggiunto soltanto lo scorso 18 dicembre – dice il magistrato – la mia esperienza alla Procura di Palermo è recente ma in realtà da più di 20 anni mi occupo di reati in danno delle cosiddette fasce deboli”. Laura Vaccaro si occupa di violenze sulle donne e sui minori da molto tempi, sia nel periodo in cui ho lavorata come sostituto procuratore proprio a Palermo, sia nella precedente esperienza lavorativa alla Procura ordinaria di Caltanissetta, sia in questi ultimi sei anni, come capo della Procura minori di Caltanissetta.  

L’aggiunto non vuole parlare dell’inchiesta che vede coinvolto il figlio di Beppe Grillo, Ciro, 20 anni, accusato di violenza di gruppo, con tre amici, nei confronti di una ragazza di 19 anni, italo-svedese, mentre era in vacanza in Costa Smeralda. Né delle polemiche che ne sono seguite. Però, parlando dei tempi che possono servire a una donna per denunciare una violenza, da ‘tecnico’ spiega: “Credo sia assolutamente necessario partire da una considerazione: la persona offesa dal reato, porta sempre nel processo un vissuto doloroso, a volte traumatico, questo vale soprattutto per le vittime di reati quali la violenza sessuale, o domestica, o piuttosto lo stalking, in cui, nella maggior parte dei casi, la persona che subisce il reato non è vittima di un aggressore sconosciuto, ma piuttosto, più drammaticamente, è vittima di un marito, di un compagno, di un amico, di un datore di lavoro, di un educatore, di un uomo con cui si ha o si è avuta una relazione fondata su affetto, fiducia, complicità, seduzione, che si consuma, insomma, nel quotidiano, in una situazione familiare, in un assetto che può apparire rasserenante, come solitamente è rasserenante una casa, magari più volte frequentata, o come dovrebbero esserlo le pareti domestiche, o il ritrovarsi in contesti apparentemente protetti e rassicuranti”. 

Parlando poi della sua esperienza degli ‘orchi’ che violentano o abusano di una donna, Laura Vaccaro spiega che “sono soliti alternare momenti di apparente normalità con improvvisi comportamenti sopraffattori, che possono trascendere sino a giungere alla violenza anche sessuale, e tutto questo rende ancora più dolorosa e difficile e complessa la scelta di denunciare”. “Per noi magistrati requirenti, per gli investigatori, la presa di coscienza immediata di essere vittime di maltrattamento o di stalking così come di una violenza sessuale, è un fatto di massima importanza per lo sviluppo investigativo, ma la nostra preparazione ad affrontare questo tipo di delitti, ci insegna che nella maggior parte dei casi, ciò non avverrà immediatamente. Per le ragioni esposte”, ribadisce.  

A volte, ricorda all’Adnkronos Laura Vaccaro, le vittime “provano sensi di colpa” per quanto accaduto. Perché magari avevano bevuto, o si erano vestite in modo succinto. “Non solo è così ma direi che è assolutamente normale. Fisiologico”. “Pensiamo ad un bambino o ad un minore, che deve rivelare l’abuso subito in ambito familiare, dal papà, piuttosto che dal nonno o dallo zio, o dell’abuso subito in ambito scolastico, o in un contesto per noi sacro, come può essere la parrocchia o l’oratorio”, ribadisce il pm. “Il magistrato requirente non può ignorare in questi casi, il ‘conflitto di lealtà’ che il bambino o che il minore vive se deve riferire l’abuso subito. Il minore sa che quello svelamento causerà delle conseguenze (per esempio l’allontanamento dalla casa familiare o l’arresto di un genitore), e di queste conseguenze ne sentirà il peso e si sentirà inevitabilmente in colpa. Le istituzioni devono saper intervenire con adeguate competenze, per offrire competenza e sostegno alla vittima”, aggiunge Laura Vaccaro. 

“Allo stesso modo, non è assolutamente inusuale che a provare un senso di disagio o di colpa, sia una giovane donna, adulta o minorenne, vittima di violenza – dice – Il senso di colpa accompagna la violenza subita dopo avere accettato un invito. La vittima si sente in colpa per essersi fidata, per avere intrapreso una relazione, per avere ‘dato le chiavi’ della casa, piuttosto che del suo cuore, o della sua intimità, a colui che poi l’ha stuprata”. “In questi casi, il processo di svelamento dell’abuso, e, quindi, la denuncia, è un momento delicato e complesso, appunto perché siamo nell’ambito di reati, che vengono posti in atto, come dicevo, da chi ‘ha le chiavi di casa’, ovvero non da un soggetto sconosciuto, ma da un soggetto cui la stessa vittima ha aperto le porte della sua intimità”, aggiunge Vaccaro.  

“In casi del genere, la decisione di denunciare è un vero e proprio atto di coraggio, frutto di una vera e propria lotta, anche con i propri sensi di colpa, la vittima vive una situazione di grande stress emotivo, può avere paura di non essere creduta, di non essere considerata credibile, sia dai magistrati, che dal suo contesto sociale, in alcuni casi questo rende quasi inevitabile anche la stessa progressione dichiarativa che a volte viene segnalata come sintomo di una testimonianza non credibile, ma che, piuttosto, secondo la mia esperienza, è espressione della necessità della vittima di elaborare il suo vissuto traumatico”, sottolinea il Procuratore aggiunto di Palermo. 

“Ovviamente, la vittima che deve fare i conti con le proprie paure, i sensi di colpa, con i timori per l’opinione pubblica, ritarda i tempi dello svelamento dell’abuso – specifica il magistrato- E’ quello che noi operatori definiamo proprio il ‘tempo’ dello svelamento, il tempo di cui una giovane donna, piuttosto che una vittima adulta, ovvero una vittima minorenne, piuttosto che un bambino, necessitano per svelare a se stessi ed al mondo di essere stati vittime, ed è un tempo assolutamente soggettivo che varia da soggetto a soggetto e da situazione a situazione”. “Non poche volte ho dovuto affrontare, anche quando sono stata procuratore capo alla procura minori, il disagio emotivo, l’angoscia di giovani donne, vittime di revenge porn, messe alla berlina dai coetanei, dai compagni di scuola, giudicate severamente da docenti e familiari, anche dai genitori, isolate da amici e dal proprio contesto, emarginate – ricorda -Queste vittime vivono un subbuglio di emozioni, di sensazioni sgradevoli, di paure, che noi operatori del diritto dobbiamo essere in grado di affrontare con la dovuta competenza e sensibilità”. 

“E, naturalmente, la paura più grande, per una vittima, è ritrovarsi, nonostante il suo status di vittima, ad essere processata per le sue azioni, per il fatto stesso di avere denunciato, per le sue scelte sessuali, per la sua libertà sessuale, sottoposta ad una sorta di gogna sociale o mediatica, in una sorta di ‘processo’ alla vittima, che determina la sua vittimizzazione secondaria”, aggiunge. “Per questo è importante che, in questi casi, l’ascolto della vittima avvenga con il supporto di personale specializzato (psicologi o psichiatri, consulenti del P. M.), e con personale investigativo anch’esso specializzato e che la vittima, al di fuori del circuito processuale, riceva l’assistenza ed il supporto di cui ha bisogno”. Ma come si può convincere una vittima a denunciare il suo aggressore, il suo stupratore? “La competenza e credibilità delle istituzioni è, credo, l’unico possibile rimedio. La vittima deve sapere di potersi fidare delle istituzioni”, dice. 

“E’ per tutte queste ragioni che le ultime norme in materia di violenza domestica, sia in ambito europeo, che nazionale (si pensi al cosiddetto codice rosso), insistono sempre sulla specializzazione di chi è chiamato a trattare questo tipo di reati”, aggiunge Laura Vaccaro. “Si parla di specializzazione per i pubblici ministeri e giudici, ma anche per la forze di polizia, per il personale sanitario, per i servizi sociali, perché, sin dal primo momento in cui avviene il contatto delle istituzioni con la vittima, è assolutamente necessario che questa senta di trovarsi con persone in grado di ascoltarla, con competenza e rispetto, di accogliere il suo momento di vulnerabilità, senza pregiudizi, e di saper accompagnare in modo professionale ed attento il suo percorso di svelamento”.  

“L’approccio delle istituzioni con la vittima non può e non deve essere burocratico o formale, perché la vittima ha bisogno di sentire il sostegno delle istituzioni nella solitudine che purtroppo inevitabilmente accompagnerà la sua esperienza nei meandri del percorso processuale. Per questo è fondamentale la collaborazione interistituzionale, tra Uffici giudiziari, scuola, centri antiviolenza, strutture sanitarie, servizi sociali, in modo tale da offrire alle vittime di violenza ogni possibile forma di sostegno e per contribuire a creare anche una cultura contro ogni forma di violenza”. “Infine, per noi operatori del diritto, è fondamentale creare prassi virtuose che favoriscano la fiducia delle vittime nelle istituzioni. E ci tengo a segnalare che alla Procura di Palermo opera un pool di magistrati altamente specializzato nella trattazione di questi reati – sottolinea ancora -Operiamo l’ascolto della vittima creando un setting di ascolto che sia capace di far percepire alla vittima non solo la competenza tecnica dei magistrati, ma anche il profondo rispetto per la sua vulnerabilità, per la sua storia di dolore, per la sua ferita”. 

“In particolare, abbiamo predisposto luoghi confortevoli per l‘accoglienza e l’ascolto della vittima (la Procura di Palermo è dotata di una sala protetta per l’audizione dei minori vittime di reato), la medesima specializzazione è richiesta alle forze dell’ordine che collaborano con noi allo svolgimento delle indagini. Abbiamo anche sottoscritto un protocollo con l’ordine degli psicologi, affinché i magistrati requirenti possano sempre contare sull’apporto professionale degli psicologi nel momento delicato dell’ascolto della vittima”, dice ancora Laura Vaccaro. “Tutto questo, a mio avviso, contribuisce a creare una sorta di empatia tra le istituzioni e la vittima, un clima di fiducia, fondamentale per l’acquisizione del narrato traumatico della stessa”. 

Con la nuova norma sul Codice Rosso, voluto anche dall’ex ministra Giulia Bongiorno, che assiste la ragazza che ha denunciato il giovane Grillo, cosa è cambiato? “Noi iscriviamo una media di 25 casi quotidiani di violenza domestica, intrafamiliare o, comunque, riconducibili alle fattispecie indicate dal codice rosso, ovviamente relativi al territorio di nostra competenza”, dice Laura Vaccaro. Ed è uno strumento utile? “Le riforme legislative intervenute in questi ultimi anni, fra tutte la Convenzione di Istanbul, che, per prima, ha posto l’accento sulla protezione delle donne vittime di violenza, e la cosiddetta riforma del codice rosso, poi, oltre ad avere dotato la magistratura e le forze dell’ordine di nuovi strumenti di repressione e di intervento, hanno avuto come primo obiettivo concreto, quello di porre l’attenzione su un soggetto del processo sino ad oggi direi dimenticato, ovvero la vittima. Da sempre noi abbiamo studiato che i soggetti del processo erano il P.M. il Giudice, la Difesa, e l’imputato. Mai la vittima è stata ritenuta soggetto attivo e parte processuale cui riconoscere tutela e protagonismo processuale”. 

Per Laura Vaccaro qual è stato il caso più difficile da affrontare nella sua esperienza? “Ogni storia di violenza o di abuso lascia una sua impronta. L’incontro con una vittima di violenza è un incontro con la vulnerabilità, con le ferite profonde di un essere umano, e non può lasciarci indifferente, ma quando questa ferita riguarda i più piccoli ed i più indifesi allora questo è particolarmente difficile da dimenticare… – dice -I casi difficili sono stati tantissimi, ma voglio ricordare qui la storia di un bambino di 6 anni, che chiameremo Omar, che trovammo una sera nel centro storico di Palermo. Piangeva desolato perché non aveva potuto vendere tutti i fazzolettini di carta che portava nello zaino e implorava i passanti di comprarli, perché altrimenti a casa lo avrebbero picchiato.  

La fortuna volle che una delle persone cui il bambino si era rivolto, fosse proprio un poliziotto che prontamente si prese cura del bambino, avvisò il magistrato di turno e immediatamente abbiamo potuto attivare la procedura prevista in casi del genere. Ho ascoltato io direttamente il piccolo, più volte, insieme alla psicologa da me nominata e se la prima volta ben poco abbiamo potuto apprendere della sua storia, già la seconda volta, grazie ad un ascolto competente, paziente, attento, rispettoso dei tempi, dei suoi lunghi silenzi e delle esigenze del bambino, il piccolo ci raccontò la sua triste storia. Omar era stato venduto dai suoi genitori, nel paese di origine, più per disperazione che per cattiveria. Era, quindi, venuto in Italia con questi estranei, che lo avevano obbligato a lavorare e che lo maltrattavano fisicamente, privandolo anche del cibo. Ma fu necessaria più di una seduta di ascolto, perché finalmente il bambino ci raccontasse anche quello che non avremmo voluto sentire, ma che sospettavamo: il bambino veniva costretto da queste persone a prostituirsi con uomini, adulti, italiani”. “L’incontro con quel poliziotto e con le istituzioni, per quel bambino fu la salvezza. Il processo è già definito, con la condanna di tutti gli imputati. Io rividi il bambino tempo dopo, con i suoi nuovi genitori.. finalmente dopo più un anno lo vidi sorridere e di lui questo ricordo soprattutto.. finalmente un timido sorriso nel volto del piccolo ‘Omar’. Ma, purtroppo non tutte le storie che incrociamo nelle aule di giustizia hanno un finale con il sorriso…”. 

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